Intelligenza Artificiale e processi aziendali: nasce il ruolo dell’AI Manager - Gruppo RES

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13 Marzo, 2026

Intelligenza Artificiale e processi aziendali: nasce il ruolo dell’AI Manager

Intelligenza Artificiale e processi aziendali: nasce il ruolo dell’AI Manager
  • L’intelligenza artificiale si sta diffondendo rapidamente nelle aziende e sta iniziando a modificare il modo in cui vengono organizzati il lavoro e i processi decisionali.
  • Secondo una ricerca dell’Università di Pavia, circa il 60% dei lavoratori utilizza già strumenti di AI, ma solo il 17,4% li considera davvero centrali per il proprio lavoro.
  • Le strutture di governance sono ancora limitate: solo il 16,3% delle aziende ha ruoli dedicati all’AI e l’8,5% unità organizzative specifiche.
  • Con l’automazione di molte attività operative, il lavoro umano si sposterà sempre più verso supervisione, definizione degli obiettivi e coordinamento dei sistemi intelligenti.
  • Così, emergeranno nuove figure professionali: i manager dell’AI, responsabili di integrare l’intelligenza artificiale nei processi aziendali e guidare il cambiamento delle competenze.

Negli ultimi anni l’intelligenza artificiale ha iniziato a diffondersi con rapidità all’interno delle aziende. La sua presenza si estende progressivamente a numerosi ambiti del lavoro quotidiano: dalla produzione di contenuti alla sintesi di informazioni, dal supporto alle decisioni fino all’automazione di alcune attività operative. Questa evoluzione sta iniziando a modificare anche il modo in cui le aziende organizzano il lavoro e prendono decisioni; perciò, si prevede l’arrivo di nuove figure chiamate a governare l’integrazione dell’intelligenza artificiale nei processi aziendali.

Comprendere come le aziende stiano affrontando questa fase di trasformazione è uno degli obiettivi della ricerca “Governo e diffusione dell’intelligenza artificiale”, condotta dal centro di ricerca ITIR dell’Università di Pavia su oltre 5.000 professionisti di imprese medio-grandi. I risultati dello studio, insieme alle riflessioni emerse durante una tavola rotonda alla quale ha partecipato anche Federico Bonelli, CEO di RES IT, aiutano a leggere un cambiamento che riguarda non soltanto l’adozione di nuove tecnologie, ma anche il modo in cui le organizzazioni strutturano il lavoro, le competenze e le responsabilità.

L’adozione dell’AI nelle aziende italiane: cosa ci dicono i dati

I dati della ricerca restituiscono un quadro piuttosto chiaro. Circa il 60% dei lavoratori dichiara di utilizzare strumenti di intelligenza artificiale nello svolgimento delle proprie attività professionali. Una percentuale di questa entità segnala che la tecnologia è già entrata stabilmente nella quotidianità lavorativa di molte persone. Allo stesso tempo, solo il 17,4% del campione considera l’AI realmente importante per il proprio lavoro.

Questo divario tra utilizzo e rilevanza percepita suggerisce che molte applicazioni vengano adottate in modo ancora esplorativo. Gli strumenti vengono utilizzati per attività circoscritte, spesso con finalità di supporto operativo o di sperimentazione personale. La tecnologia compare quindi nelle pratiche di lavoro, ma raramente – al momento – assume il ruolo di infrastruttura centrale dei processi aziendali.

Un ulteriore elemento di interesse riguarda le modalità attraverso cui l’AI si diffonde nelle organizzazioni. Le iniziative spontanee dei colleghi rappresentano uno dei principali fattori di propagazione delle pratiche di utilizzo (43,1% del campione). Molte applicazioni nascono dall’iniziativa individuale, dalla curiosità tecnologica o dal tentativo di migliorare la propria produttività personale. Il fenomeno si sviluppa attraverso meccanismi di imitazione e apprendimento tra pari, piuttosto che tramite programmi di implementazione pianificati dall’azienda.

Infatti, le strutture organizzative dedicate all’AI risultano ancora limitate. Solo il 16,3% delle imprese dichiara di aver introdotto ruoli specifici per la gestione dell’AI, mentre unità organizzative dedicate sono presenti nell’8,5% dei casi e policy formalizzate riguardano circa il 21% delle aziende.

La tecnologia è quindi ampiamente presente nelle pratiche operative, ma rimane solo parzialmente integrata nei meccanismi di governance.

Il paradosso dell’AI: molto utilizzo, poca integrazione organizzativa

La ricerca evidenzia quindi una dinamica che può essere descritta come un paradosso organizzativo. L’intelligenza artificiale è ampiamente presente nelle attività quotidiane, mentre la sua integrazione nei modelli decisionali e nei processi aziendali procede con maggiore lentezza.

Una parte significativa degli utilizzi riguarda strumenti facilmente accessibili e disponibili. Le applicazioni generative, per esempio, hanno raggiunto livelli di diffusione molto elevati proprio grazie alla loro semplicità d’uso. Questa favorisce una rapida adozione, ma non garantisce automaticamente un impatto organizzativo rilevante.

Le tecnologie più consolidate e integrate nei sistemi aziendali mostrano invece una diffusione più limitata, ma con una migliore percezione di utilità. Tali applicazioni vengono generalmente impiegate per scopi specifici e con obiettivi operativi più chiaramente definiti. Il loro contributo appare quindi più tangibile, anche se meno visibile.

Il mercato italiano sembra trovarsi in una fase di transizione: l’AI si diffonde rapidamente tra i singoli lavoratori, mentre la sua integrazione nei processi aziendali richiede tempi più lunghi.

Una dinamica simile è già visibile nelle imprese tecnologiche, dove si osserva come l’intelligenza artificiale stia modificando il lavoro nello sviluppo di software. In organizzazioni composte da centinaia di programmatori, le sperimentazioni con agenti intelligenti mostrano come una parte significativa delle attività operative possa essere progressivamente automatizzata. La produzione di codice tende sempre più a essere affiancata da sistemi capaci di generarlo automaticamente, aprendo una fase di trasformazione delle competenze richieste agli sviluppatori.

Come gestire l’utilizzo dell’AI in azienda?

Le evidenze empiriche mostrano che l’impatto competitivo dell’intelligenza artificiale cresce in modo significativo nelle imprese che hanno avviato percorsi di integrazione più strutturati. Le aziende che investono esplicitamente in progetti di AI, che introducono ruoli dedicati o che sviluppano unità organizzative specializzate registrano livelli molto più elevati di valore percepito.

Questi risultati indicano che la tecnologia esprime il proprio potenziale soprattutto quando viene accompagnata da meccanismi di governance. Investimenti mirati, responsabilità organizzative chiare e processi definiti consentono di trasformare l’AI da strumento sperimentale a leva strategica.

La diffusione dei sistemi intelligenti modifica anche la natura del lavoro all’interno delle organizzazioni. Infatti, man mano che le tecnologie diventeranno più autonome, il lavoro puramente esecutivo tenderà a ridursi. Molte attività operative verranno delegate ai sistemi intelligenti, lasciando concentrare il contributo umano sempre più su funzioni di indirizzo e supervisione.

Le persone si troveranno quindi a svolgere attività come:

  • la definizione degli obiettivi,
  • la formulazione delle istruzioni operative,
  • la costruzione del contesto informativo,
  • la verifica dei risultati prodotti dai sistemi.

Nascono nuove figure in azienda: i manager dell’AI

L’evoluzione appena descritta suggerisce la progressiva diffusione di una nuova categoria di figure professionali all’interno delle imprese: i manager dell’intelligenza artificiale.

Si tratta di ruoli destinati a governare l’integrazione tra sistemi intelligenti, processi aziendali e attività umane. La loro funzione riguarda il coordinamento dell’utilizzo della tecnologia, l’integrazione nei processi operativi e la definizione di regole e responsabilità per il suo impiego.

Secondo Bonelli, questa trasformazione potrebbe incidere anche sulla struttura delle competenze interne alle aziende. Molti lavoratori che oggi svolgono attività operative potrebbero trovarsi progressivamente a coordinare sistemi intelligenti piuttosto che a eseguire il lavoro.

Il cambiamento richiederà quindi processi di reskilling molto profondi. Professionisti abituati ad operare direttamente sugli strumenti dovranno sviluppare capacità di supervisione, coordinamento e gestione di sistemi complessi, arrivando a gestire più agenti intelligenti contemporaneamente, definendo obiettivi e verificando risultati. Insomma, diventando dei veri e propri “manager” di strumenti generativi.

All’interno di questa nuova famiglia di ruoli possono emergere diverse specializzazioni. Alcune imprese introducono già posizioni di Chief AI Officer o responsabili della strategia AI, incaricate di definire le linee guida complessive di sviluppo tecnologico. Altre organizzazioni sviluppano figure dedicate alla governance operativa, al coordinamento dei progetti oppure alla gestione degli aspetti etici e regolatori legati all’utilizzo dell’intelligenza artificiale.

Perché serviranno manager dell’AI?

L’intelligenza artificiale introduce nuove modalità di produzione delle informazioni, di supporto alle decisioni e di organizzazione del lavoro. Sistemi capaci di analizzare dati, generare contenuti e suggerire azioni operative stanno modificando gradualmente il modo in cui le organizzazioni coordinano le proprie attività.

Questa evoluzione richiede competenze di governo: i manager dell’AI avranno il compito di costruire le condizioni affinché la collaborazione tra persone e sistemi intelligenti produca valore.

Come sottolinea Bonelli, questa trasformazione non riguarda soltanto l’efficienza tecnologica delle imprese, ma anche la loro responsabilità sociale. In un tessuto economico composto prevalentemente da piccole e medie imprese, molte persone hanno costruito carriere professionali di lungo periodo all’interno della stessa azienda. In questi contesti, la sfida non sarà nell’adottare nuove tecnologie, ma nel trasformare progressivamente lavoratori operativi in professionisti capaci di guidare sistemi complessi.

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Federica Squaiella