Referendum sulla Giustizia: l'analisi di Conflavoro

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Il referendum sulla giustizia si è chiuso con una sconfitta netta per il centrodestra. Il No ha prevalso con un distacco di quasi dieci punti percentuali sul Sì, attestandosi intorno al 54% contro il 46% circa.

È innegabile che la progressiva politicizzazione del voto sia stata, almeno da un certo punto in poi, una scelta in qualche modo obbligata di fronte alla complessità del tema. Ed è proprio sui risvolti politici della riforma, a discapito dei contenuti tecnici, che probabilmente si è concentrata l’attenzione da parte dell’elettorato. Una tendenza che si è tradotta nel dato sull’affluenza, che sfiorando il 59% ha segnato una netta inversione di tendenza rispetto alla progressiva disaffezione degli italiani dal voto registrata negli ultimi anni. 

L’analisi dell’area relazioni istituzionali di Conflavoro

Guardando al confronto con le consultazioni più recenti, alle elezioni europee del giugno 2024 per la prima volta nella storia repubblicana meno di un italiano su due si era recato ai seggi, con un’affluenza ferma al 49,7%, in calo di oltre sei punti rispetto al 54,5% del 2019. Ancora più distanti i referendum abrogativi del giugno 2025 su lavoro e cittadinanza, fermi al 30,5%, e quelli del 2022 sulla giustizia abrogativa, che avevano toccato il minimo storico del 20,4%. 

Sul versante dei referendum costituzionali, il paragone più immediato è con il 2020, quando il taglio dei parlamentari portò alle urne il 51,1% degli aventi diritto, e con il 2006, quando la devolution registrò il 52,5%. Per trovare un dato superiore a quello di ieri occorre risalire al 2016: il referendum sulla riforma Renzi raggiunse il 65,5%, trainato però dalla forte personalizzazione impressa dall’allora presidente del Consiglio, che legò esplicitamente le proprie sorti politiche all’esito del voto. 

Vince il No in tutti i capoluoghi di regione

Interessante anche l’analisi geografica del risultato emersa dalle stime di Youtrend: il No ha vinto in 20 capoluoghi di regione su 20, con Palermo e Napoli rispettivamente al 69% e al 75,5%, Firenze al 66,6%, Milano al 58,4% e Roma Capitale al 60,4%.

Il sorpasso è stato poi netto in 17 regioni su 20, con la Campania a fare da capofila con il 65,2% dei No; a chiudere la classifica invece il Trentino, con il 50,6%. Unico dato in controtendenza quello delle sezioni estere – oltre a Lombardia, Veneto e Friuli-Venezia Giulia – dove ha vinto il Sì con una percentuale del 56,34% rispetto al 43,66% dei No (affluenza aggregata definitiva del 28,53%). 

Guardando alle fasce di età dei votanti che si sono recati alle urne, per il sì hanno prevalso gli adulti tra i 50 e i 64 anni con il 53%, mentre per il no la fascia tra i 35 e i 49 anni al 60,3%, subito seguita dai giovani tra i 18 e i 34 anni al 56,7%.  

I leader del campo largo si preparano alle Politiche del 2027

Le reazioni dal fronte del centrosinistra non si sono fatte attendere. Giuseppe Conte è stato il primo leader dell’opposizione a commentare: “Ce l’abbiamo fatta, viva la Costituzione”, definendo il voto “l’avviso di sfratto a questo governo dopo quattro anni, un segnale politico fortissimo”, e plaudendo a “una nuova primavera politica dove i cittadini sono protagonisti“.

La leader dem Elly Schlein è intervenuta nel pomeriggio al Nazareno: “Dalle urne arriva un messaggio per noi. Il Paese chiede un’alternativa e noi abbiamo la responsabilità di organizzarla“, per poi passare ad un’analisi del voto centrata sull’importanza della partecipazione dei giovani, che a suo avviso “hanno fatto la differenza”. Per Schlein quello al referendum sulla giustizia è un no anche “all’arroganza di questo governo che voleva cambiare la Costituzione da solo, e che ha blindato una riforma senza accettare che venisse cambiata nemmeno una virgola nella discussione parlamentare. La Costituzione non è di una parte, la Costituzione è di tutti”.

Da AVS, Nicola Fratoianni ha parlato di un’onda repubblicana e costituzionale, rivolgendosi direttamente a Schlein e Conte con un invito a prendere l’impegno comune di applicare la Costituzione anziché modificarla, mentre Angelo Bonelli ha enfatizzato: “abbiamo la responsabilità di costruire un’alternativa perché c’è una opposizione nel Paese, maggioritaria, e su quello vogliamo cominciare a costruire un’alternativa basata sui programmi e sui reali bisogni dell’Italia”,  sostenendo che i piani del governo su ulteriori riforme costituzionali, a partire dal premierato, vengono meno dopo questa giornata. 

Il Presidente di Italia Viva, Matteo Renzi ha enfatizzato la portata della sconfitta del governo nel referendum sulla giustizia, invitando Meloni a prendere atto del risultato senza far finta di nulla e richiamando la propria esperienza del 2016, mentre così Carlo Calenda, leader di Azione: “L’Italia ha una tradizionale propensione a mobilitarsi ‘contro’ che è stata favorita anche da una campagna sbagliata e inutilmente aggressiva della destra che ha determinato una reazione di rigetto del Paese che va oltre il merito della riforma”.  

Meloni tra rispetto del voto e difesa dell’azione di governo

Dal canto proprio, il centrodestra ha incassato la sconfitta nel referendum sulla giustizia cercando di sminuirne la portata politica. Al centro delle reazioni, il video pubblicato da Giorgia Meloni sui propri profili social:  un messaggio breve e diretto di circa 45 secondi registrato all’aperto, con il quale la premier ha riconosciuto l’esito del voto senza drammatizzare: “La sovranità appartiene al popolo e gli italiani oggi si sono espressi con chiarezza”, ricordando che il governo ha portato avanti una riforma scritta nel programma elettorale, l’ha sostenuta fino in fondo e poi ha rimesso la scelta ai cittadini. “Resta chiaramente il rammarico per un’occasione persa di modernizzare l’Italia”, ha aggiunto, “ma questo non cambia il nostro impegno. Andremo avanti come abbiamo sempre fatto, con responsabilità, determinazione e rispetto verso il popolo italiano”. 

I possibili scenari dopo il referendum sulla giustizia

Se dunque da un lato la vittoria del No al referendum sulla giustizia dà nuova linfa alle velleità elettorali del campo largo in vista del 2027, dall’altro restano sul tavolo nodi tutt’altro che semplici da sciogliere. La questione della leadership è ancora aperta: Schlein e Conte hanno guidato insieme la campagna per il No, ma la competizione per la guida della coalizione è verosimilmente destinata a riacutizzarsi. 

Soprattutto, il campo progressista deve ancora individuare i punti programmatici cardine su cui costruire un’offerta credibile, una sfida resa particolarmente complessa dalla grande eterogeneità delle forze in campo. 

La sfida più insidiosa per il centrosinistra nel breve termine sarà quindi quella di tradurre l’energia di questa vittoria referendaria in un progetto politico unitario capace di tenere insieme anime così diverse, senza snaturarne le varie identità, che sia in grado di competere con la coalizione di centrodestra nella tornata elettorale del 2027.

Anche da parte dell’esecutivo numerose sono le problematiche da affrontare all’indomani di questa sconfitta. La prima riguarda gli equilibri in Via Arenula, con la gestione del Ministero della Giustizia finita sotto i riflettori a causa di alcune dichiarazioni percepite come inopportune o divisive durante la campagna referendaria e che potrebbero aver contribuito a erodere consensi a favore del Sì. 

A ciò si aggiunge lo scandalo che ha travolto il Sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro Delle Vedove, emerso a pochi giorni dal voto sul referendum sulla giustizia con le rivelazioni sui suoi rapporti societari con la figlia di Mauro Caroccia, condannato in via definitiva per reati di mafia nell’ambito dell’indagine sul clan camorristico dei Senese.

Vicende che impongono una riflessione seria sulla governance complessiva del Dicastero guidato da Carlo Nordio, soprattutto considerato che per lunghi mesi la campagna elettorale è stata gestita in autonomia da parte del Ministero della Giustizia, principale promotore della riforma costituzionale. Da ultimo, con un post nel tardo pomeriggio di ieri, Nordio ha inteso mettere a tacere ogni discussione su un eventuale significato politico del voto, difendendola solidità della democrazia manifestatasi attraverso l’alta affluenza.

La sconfitta nel referendum sulla giustizia mette inoltre in luce un ulteriore squilibrio interno alla coalizione. La campagna per il Sì è stata sostenuta in modo massiccio e personalizzato dalla Presidente Meloni, soprattutto nelle ultime settimane quando è apparso ormai chiaro che il No fosse in rimonta. Meloni si è esposta in prima persona fino all’ultimo giorno, ma di converso gli alleati di governo non hanno mostrato la medesima capacità di sostenere comunicativamente il dibattito referendario. Questa dinamica conferma come la polarizzazione dei voti verso Fratelli d’Italia stia probabilmente ritoccando gli equilibri all’interno del centrodestra, con Lega e Forza Italia in difficoltà nel ritagliarsi un ruolo autonomo e incisivo nel confronto con l’opinione pubblica.

Infine, il risultato apre a un interrogativo di fondo sul futuro del programma riformatore della coalizione di governo. Delle grandi riforme costituzionali su cui era basato il programma elettorale del centrodestra, dopo questo esito nessuna sembrerebbe destinata a vedere la luce entro la fine della legislatura ormai prossima.

L’autonomia differenziata si può ormai ritenere accantonata per le ombre sulla legittimità costituzionale, e dopo un esito così netto è difficile immaginare che il premierato possa essere portato avanti e sottoposto al vaglio referendario in tempi brevi. Considerata la competitività certificata (e forse risvegliata) del centrosinistra, gli sforzi più significativi dell’esecutivo in quest’ultimo anno di legislatura potrebbero doversi concentrare nell’approvazione di una nuova legge elettorale che dovrebbe garantire governabilità a un Paese che appare sempre più spaccato a metà.

Recapiti
Gabriele Tolari