Abdoulaye ha 23 anni. È arrivato in Italia dal Senegal dopo un viaggio lungo e difficile, passando dalla Tunisia e poi da Lampedusa. A Milano è stato accolto in un centro, poi in un appartamento condiviso. Oggi lavora come aiuto cuoco e frequenta un corso di formazione.
Ma c’è stato un momento in cui tutto si è fermato.
In Senegal era cresciuto in un contesto familiare complesso. Il padre, la scuola coranica vissuta come un luogo di paura più che di protezione. “Ho visto violenza, ho sofferto molto”, racconta. A un certo punto decide di partire. Non avvisa nessuno: “Non volevo che mia sorella soffrisse ancora”.
In Italia impara le basi della lingua, trova i primi lavori, prova a costruire qualcosa. Poi il disagio riemerge. Un malessere profondo, legato anche alle esperienze del passato e a un conflitto interiore che fatica a spiegare. “Ero sempre arrabbiato. Sempre nervoso. Pensavo troppo”. Dormiva poco, si sentiva confuso, appesantito.
Attraverso gli operatori arriva al Servizio di Psicologia e Psichiatria di Opera San Francesco. All’incontro dove ci racconta la sua storia, sono presenti Aliou, mediatore culturale, e Filippo, psicologo del Servizio che lo segue nel percorso. Con il loro aiuto, Abdoulaye riesce a mettere ordine nei pensieri e a trovare le parole giuste. “Avevo bisogno di capire cosa stava succedendo”.
Le prime settimane non sono semplici. Poi qualcosa cambia. “Ho cominciato a sentirmi più leggero. Come se avessi tolto dieci chili dalle spalle”. Non tutto si risolve subito, ma la rabbia si attenua, il pensiero si fa più chiaro. Riprende a progettare.
Oggi lavora la sera in un ristorante. La mattina studia. Vive in una stanza condivisa con altri ragazzi. Milano gli piace. “Se riesco a fare le cose che voglio fare, voglio restare qui”.
Ha un’idea precisa: continuare a formarsi, crescere professionalmente, aiutare a sua volta altre persone che attraversano momenti difficili. “Vorrei migliorare le condizioni di chi arriva e ha vissuto quello che ho vissuto io”.
Della religione conserva ciò che sente buono. Usa una metafora: come le arachidi, che hanno il guscio da buttare ma il frutto da tenere. “Non bisogna cestinare tutto”.
Il percorso non cancella il passato, ma gli dà un senso diverso. “Adesso mi sento meglio”. È una frase semplice, ma dentro c’è molto: la fatica di chiedere aiuto, il coraggio di restare, la possibilità concreta di ricominciare.
Il Servizio di Psicologia e Psichiatria di OSF nel 2025 ha realizzato 3.164 colloqui psicologici e seguito 800 ospiti, di cui 505 nuovi. Numeri che raccontano un bisogno diffuso e un impegno quotidiano: offrire ascolto, cura e continuità a chi vive situazioni di fragilità.