Intervista ad Aldo Bonomi
Foto di Sergio Oliverio, Imagoeconomica
di Selene Seliziato Italypost
Nei territori marginali l’impresa può essere una leva decisiva, ma non è di per sé una garanzia di coesione sociale
né di sviluppo duraturo. È questo il punto critico che il sociologo Aldo Bonomi mette al centro della sua riflessione,
affrontando il tema della necessità di una maggiore valorizzazione del ruolo delle aziende nel rilancio dei territori
marginali. «Il modello dei company-borghi tiene solo quando la coscienza di impresa incorpora e dialoga con la
coscienza del luogo, andando oltre le mura della propria azienda e interrogandosi sulle transizioni in atto», ci
dice nel corso di un’intervista online dal suo “rifugio” nel marginale territorio della provincia di Sondrio, interrotta
spesso – guarda caso – da problemi di tenuta delle linee dati.
Bonomi, qual è il limite che vede nel parlare oggi di company-borghi?
L’idea che basti l’impresa, in quanto tale, a qualificare la vita sociale ed economica di un borgo. Non è così.
L’impresa può essere una risorsa decisiva solo se esce dalle mura della propria fabbrica e della propria
autoreferenzialità e si misura con ciò che le accade attorno: demografia, formazione, innovazione, welfare, mobilità.
Se resta chiusa in sé stessa rischia di produrre senza generare valore vero per la comunità.
Qui entra in gioco la distinzione tra diversi tipi di capitalismo.
Sì e si tratta di una distinzione storica che ci aiuta molto a leggere il presente. Da un lato c’è il capitalismo del primo
Novecento, quello per esempio di Vittorio Valletta alla Fiat: un modello centralizzato, gerarchico, che ha configurato
un rapporto verticale col territorio. Dall’altro c’è il capitalismo intermedio italico, che sopravvive quando la coscienza
d’impresa assume il motto weberiano, con torsioni riuscite nel fordismo – come nel caso, anche se più familista, della
Marzotto di Valdagno – e nel modello olivettiano comunitarista, con tante varianti inclusa la Merloni di
Fabriano.
È questo il filo che lega esperienze come quelle di Ivrea, Valdagno o Fabriano?
Esattamente e non è un discorso nostalgico. Ivrea non è solo memoria: è un paradigma. Rappresenta concretamente
il modello di impresa che non produce soltanto beni, ma anche cultura, servizi, senso di appartenenza. Quel paradigma
riaffiora oggi dentro il terzo capitalismo dei distretti e delle medie imprese, in quei casi in cui l’azienda è diventata un
nodo di rete e non una cittadella separata.
Che cosa vede di positivo in esperienze come Dallara, Loccioni o Felicetti?
La capacità di apertura. Dallara a Varano non è solo un’impresa che crea occupazione, ma un’infrastruttura
territoriale di formazione, ricerca, connessione col mondo. Loccioni nelle Marche e Felicetti in Val di Fiemme mostrano
che anche in contesti periferici l’impresa può generare capitale sociale quando investo su conoscenza, ambiente, relazioni.
Queste aziende non si limitano a stare nel territorio: lo attivano.
Le transizioni di questi anni, come lei spesso sottolinea, sono notevoli per tutto il mondo delle imprese.
Come le intercettano le imprese della “città infinita” rispetto a quelle insediate nei borghi?
Le intercettano prima e in modo più brutale. Le transizioni digitale, energetica, demografica, del lavoro attraversano tutto
il sistema produttivo, ma nei company-borghi arrivano in forma anticipata e potenzialmente più dirompente.
Come prima non bastava la company town ora non basta il company- borgo. In questi luoghi si vede subito cosa
significa mancanza di competenze, difficoltà nell’attrarre persone, rarefazione dei servizi. Sono territori-sensore:
se lì qualcosa non regge, presto comincerà a scricchiolare anche altrove.
E questo che cosa comporta oggi per l’imprenditore che opera in un company-borgo?
Di non pensarsi autosufficiente. L’impresa non basta a sé stessa, soprattutto in questi contesti. O diventa piattaforma
aperta, capace di costruire alleanze con il territorio, oppure si condanna a restare una parentesi, magari brillante, ma fragile.
Il rischio più grande è l’autocompiacimento: celebrare l’impresa senza interrogarsi sulle fratture che attraversano lavoro,
società e comunità.