Un confronto aperto alla base della Costituzione
La campagna per il referendum istituzionale che si tenne il 2-3 giugno 1946 fu durissima: non solo si confrontarono due grandi schieramenti – i monarchici e i repubblicani – ma, all’interno di essi, ogni lista cercò di mettere in risalto una propria, specifica idea dell’Italia futura. Così, scorrendo i programmi, si andava da una repubblica socialista a un paese ispirato dalla religione cattolica e coeso intorno ai valori della famiglia e della piccola proprietà, alla riedizione aggiornata dello Stato liberale. Era difficile pensare che queste posizioni potessero confluire, almeno in larga parte, in un testo condiviso, ma fu quanto avvenne fra il giugno 1946 e il dicembre 1947.
Per comprendere come ciò fu possibile, dobbiamo anzitutto riflettere sul fatto che, dei 556 membri dell’Assemblea costituente, oltre il 90% era laureato. Ma in Italia, nazione ancora segnata dalla piaga dell’analfabetismo, i laureati (secondo il censimento del 1951) rappresentavano appena l’1% della cittadinanza. Si trattava quindi un’élite culturale, indipendentemente dal partito di appartenenza: i giuristi erano moltissimi, anche se non mancavano gli umanisti, i tecnici e gli scienziati. Dal momento che a quel tempo l’accesso all’università avveniva prevalentemente attraverso il liceo classico, le basi della formazione erano comuni: latino, greco, storia, letteratura italiana. Insomma, i costituenti avevano di sicuro idee diverse, ma le esprimevano usando un lessico a tutti familiare. Questo aspetto risultò senza dubbio fondamentale nel momento in cui ci si rese conto, a elezioni avvenute, che senza un confronto aperto e non propagandistico non sarebbe stato possibile scrivere il testo della Costituzione.
La visione di Calamandrei: una Costituzione contro la miopia politica
Un’altra intuizione che alla fine si impose fu quella espressa dal giurista fiorentino Piero Calamandrei il 4 marzo 1947, ossia che la Costituzione dovesse essere «presbite». Ma che cosa intendeva Calamandrei con tale espressione? «Secondo me – aveva detto Calamandrei – è un errore formulare gli articoli della Costituzione collo sguardo fisso agli eventi vicini, agli eventi appassionanti, alle amarezze, agli urti, alle preoccupazioni elettorali dell’immediato avvenire in mezzo alle quali molti dei componenti di questa Assemblea [Costituente] già vivono. La Costituzione deve essere presbite, deve vedere lontano, non deve essere miope». Il compromesso fra i partiti, che pure si profilava come inevitabile, rischiava di restringere il «campo visivo alle previsioni elettorali dell’immediato domani». Occorreva quindi ragionare alzando lo sguardo e impegnarsi nella redazione di un testo durevole, non provvisorio o transitorio. «Io mi domando, onorevoli colleghi, come i nostri posteri fra cento anni giudicheranno questa nostra Assemblea Costituente: se la sentiranno alta e solenne come noi sentiamo oggi alta e solenne la Costituente Romana [del 1849], dove sedeva e parlava Giuseppe Mazzini. Io credo di sì: credo che i posteri sentiranno più di noi, tra un secolo, che da questa nostra Costituente è nata veramente una nuova storia: e si immagineranno, come sempre avviene, che con l’andar del tempo la storia si trasfiguri nella leggenda, che in questa nostra Assemblea, mentre si discuteva della nuova Costituzione Repubblicana, seduti su questi scanni non siamo stati solo noi, […] ma sia stato tutto un popolo di morti, di quei morti, che noi conosciamo ad uno ad uno, caduti nelle nostre file, nelle prigioni e sui patiboli, sui monti e nelle pianure, nelle steppe russe e nelle sabbie africane». Calamandrei andava elaborando allora, e avrebbe continuato a farlo negli anni successivi, l’idea che la discontinuità affermata il 2-3 giugno 1946 con il passaggio dalla monarchia alla repubblica avesse finito per trasferirsi nel testo costituzionale, insieme legge fondamentale dello Stato, ma anche arca della memoria democratica e antifascista, e telaio programmatico dei futuri governi. La radicalità della Costituzione non consisteva quindi tanto nel suo impianto liberal-democratico, piuttosto tradizionale, ma nella promessa di un’attività legislativa a favore dell’emancipazione e dell’integrazione dei ceti popolari, che gli articoli dedicati ai diritti sociali (e a quello che noi oggi chiameremmo Welfare) riassumevano in quel momento solo come auspicio, date le condizioni disastrose del paese uscito dalla Seconda guerra mondiale, aprendo tuttavia una prospettiva di azione, quasi una linea guida per il futuro.
Alle origini della democrazia italiana
All’interno della Costituente non tutti la pensavano così; è anzi probabile che punti di vista più modesti e meno ambiziosi fossero tendenzialmente prevalenti. Tuttavia, la rapidità con cui l’Italia si riprese negli anni della ricostruzione rafforzò la lettura della Costituzione destinata a durare e a realizzare il proprio programma. La retorica di Calamandrei, nel senso più classico e risorgimentale del termine, fornì dunque alla Repubblica un supporto simbolico, quasi leggendario, che negli anni della Resistenza, quando ci era concentrati sulla lotta, non era mai stato elaborato. Fu così che nacque la relazione fra 25 aprile, 2 giugno e Costituzione del 1948: tre eventi posti in sequenza ma fra loro connessi, collocati all’origine della democrazia italiana. Abbiamo osservato come questa lettura fosse già in corso di elaborazione nel 1947, cioè nel pieno dei lavori della Costituente. Essa poi si impose, nonostante a promuoverla fosse stato un nucleo piuttosto minoritario di deputati e di intellettuali, quale base culturale comune, durante i decenni in cui la Costituzione, da libro dei sogni della democrazia, si trasformò – grazie ad un’impetuosa crescita economica e sociale – in una predizione largamente avverata.
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