Perché dire “Intelligenza Artificiale” è in realtà un ossimoro? Dall’AI alla “co-intelligenza” artificiale | Rizzoli Education

Compatibilità
Salva(0)
Condividi

Siamo abituati a sentirne parlare ovunque: dai feed di TikTok ai compiti a casa, l’Intelligenza Artificiale sembra essere diventata la nuova elettricità. Ma se ti dicessi che il termine stesso che usiamo per definirla contiene un errore logico? Esatto, un ossimoro. Proprio come “ghiaccio bollente” o “silenzio assordante”, accostare le parole “intelligenza” e “artificiale” ci dice molto sulla nostra confusione riguardo a cosa siano davvero questi strumenti.

Che cos’è l’intelligenza?

Per capire l’inghippo, dobbiamo tornare alle basi e vedere, invece, che cosa una macchina e un umano hanno in comune. 

L’AI è il primo strumento, fra tutti i figli del progresso tecnologico, che ha come obiettivo primario quello di sapersi interfacciare con gli uomini al loro stesso livello di capacità intellettuale, alle volte superandola. 

Ma cosa rende una persona o una macchina intelligenti?

Pensiamo a un agente intelligente come un essere umano o un robot. Entrambi ricevono informazioni esterne tramite sensi o sensori, li elaborano con la conoscenza che hanno in memoria, dandosi delle priorità e degli schemi di ragionamento. Infine, producono un risultato: un’azione fisica tramite un braccio o un muscolo e, nel caso dell’AI, una serie di token. 

Ad esempio, pensiamo all’azione di cambiare una lampadina. Sia un essere umano sia un robot possono farlo con successo. 

C’è un aspetto che però è solo appannaggio di noi umani – e per fortuna! L’essere umano ha una sfera emotiva che lo supporta, lo stimola o lo scoraggia, una parte comunicativa che gli permette di chiedere aiuto nei toni corretti e coerenti con il contesto. 

La frustrazione di avere una lampadina fulminata e una stanza che rimane al buio spinge un umano a cambiare la lampadina. L’ansia di prendere la scossa lo scoraggia nel cambiare una lampadina con le mani bagnate, ad esempio. Se la pensiamo in questa ottica, l’emozione non è una componente da poco. 

L’intelligenza, per come l’abbiamo intesa per millenni, è una facoltà biologica. È legata alla coscienza, alla comprensione profonda del significato, ma anche all’empatia e alla capacità di agire nel mondo con uno scopo. È associata alla creatività, un’altra parte imprescindibile dell’intelligenza umana.

Al contrario, ciò che chiamiamo “artificiale” è un prodotto del calcolo. Un Large Language Model (come quello che usi per riassumere un capitolo di storia) non sa cosa sta dicendo. Non prova emozioni, non ha un’opinione e non pensa nel senso umano del termine. Funziona attraverso la statistica: prevede semplicemente quale parola ha più probabilità di apparire dopo quella precedente in base a una mole mostruosa di dati.

Dunque, ecco l’ossimoro: chiamiamo “intelligenza” (qualcosa di vivo e consapevole) una procedura che è “artificiale” (qualcosa di inanimato e matematico). È una metafora che ci è sfuggita di mano, portandoci a credere che la macchina sia una versione digitale di noi stessi, quando invece è qualcosa di completamente diverso.

Oltre la sostituzione: verso la “co-intelligenza”

Se l’AI non è un’intelligenza simile alla nostra, allora cos’è?

Molti esperti oggi preferiscono parlare di co-intelligenza.

Questo cambio di prospettiva è fondamentale, soprattutto per chi oggi siede tra i banchi di scuola: dare all’intelligenza artificiale la responsabilità di essere intelligente e artificiale allo stesso tempo, ci deresponsabilizza come esseri umani. 

La co-intelligenza non vede la macchina come un sostituto del cervello umano, ma come un partner cognitivo. 

In questo scenario, il valore non sta più nel saper fare una cosa che la macchina può fare in tre secondi (come scrivere una mail formale o risolvere un’equazione semplice), ma nella capacità di collaborare con essa. La vera intelligenza diventa saper porre le domande giuste (il famoso prompting), verificare le fonti per evitare le allucinazioni del software e aggiungere quel tocco di etica e creatività che nessun algoritmo potrà mai replicare.

La sfida del futuro

Il passaggio dall’AI alla co-intelligenza ci toglie di dosso una grande paura: quella di essere rimpiazzati. Ma ci carica di una nuova responsabilità. Non basta “usare” l’AI, bisogna imparare a interagirci criticamente.

Siamo in una fase di transizione in cui non vincerà chi sa più nozioni, ma chi saprà orchestrare queste nuove tecnologie per amplificare le proprie capacità umane. La macchina mette la velocità e i dati, tu ci metti la direzione e il senso, l’attenzione critica. Questa è la sfida della co-intelligenza: non diventare spettatori di un algoritmo, ma registi di una nuova forma di pensiero ibrido.

Ripeto sempre agli studenti e alle studentesse delle scuole in cui tengo incontri che sì, l’intelligenza artificiale ci rende più veloci e ci fa risparmiare molto tempo. Questo è innegabile. Ecco, il tempo che risparmiamo deve essere usato per controllare, in maniera più attenta possibile, quello che l’AI ha prodotto. 

AI: consigli per l’uso

La co-intelligenza non è una dote naturale, si allena. Praticare uno sport da singolo o in squadra richiede capacità molto diverse da mettere in campo. Ho pensato di elaborare qualche tips per  trasformare l’AI da “scorciatoia” a “personal trainer” della tua mente.

1. Usa l’AI come “avvocato del diavolo

Invece di chiedere alla macchina di scrivere un testo per te, scrivi tu la tua opinione o la tua analisi su un libro o un evento storico. Poi incolla il testo e chiedi all’AI: “Trova i punti deboli nel mio ragionamento e proponi tre argomentazioni contrarie valide”. Questo ti costringe a difendere le tue idee o a migliorarle, allenando il pensiero critico.

2. La tecnica del “maestro inesperto

Uno dei modi migliori per imparare è insegnare. Chiedi all’AI di interpretare il ruolo di uno studente che non capisce un determinato concetto (ad esempio, le leggi di Keplero o il carpe diem di Orazio). Prova a spiegarglielo in modo semplice. Se l’AI ti fa domande che ti mettono in crisi, significa che devi approfondire meglio quell’aspetto. Tu sei il docente, l’AI è lo stimolo.

3. Reverse Engineering (Ingegneria Inversa)

Se l’AI genera una soluzione a un problema di matematica o di fisica, non limitarti a trascrivere il risultato. Chiedile di spiegarti il “perché” di ogni singolo passaggio logico. Poi, chiudi la chat e prova a rifare l’esercizio da solo su carta. La co-intelligenza significa usare la macchina per capire il processo, non solo per ottenere il prodotto finale.

La prossima volta che usi un’AI per un esercizio, prova a chiederti: “In che modo questo strumento sta potenziando il mio ragionamento e in che modo lo sta invece spegnendo?”. La risposta a questa domanda è ciò che distingue un utente passivo da un vero cittadino digitale.

Rubrica a cura di Generazione Stem

Biografia autrice

Serena Aprano è una studentessa magistrale di Ingegneria Informatica, al Politecnico di Torino. Parallelamente lavora con i media digitali: dopo essere stata speaker e autrice radiofonica per diversi anni, oggi realizza video di divulgazione scientifica sui social (@serseebo su Instagram) e per Generazione STEM. Raccontare la tecnologia ai ragazzi è la cosa che la appassiona di più e un progetto nei media tradizionali come tv, libri e radio è il suo sogno. 

E’ segretaria di produzione presso un importante teatro di Torino rivolto alle nuove generazioni, per cui idea, realizza e coordina podcast e video-podcast rivolti ai ragazzi. Tiene incontri nelle scuole di ogni ordine e grado, in cui fa orientamento STEM e insegna ai ragazzi come pensare, scrivere e registrare podcast e format radiofonici.

Recapiti
Andrea Padovan