Charles Dickens | Dombey & Figlio - Mattioli 1885

Compatibilità
Salva(0)
Condividi

Posted at 15:27h in Incipit

Introduzione

di Livio Crescenzi e Mariaelena Di Gennaro

Dombey & Figlio è il settimo romanzo di Charles Dickens, pubblicato in venti fascicoli mensili tra il 1° ottobre del 1846 e il 12 aprile del 1848 con il titolo originale completo di Dealings with the Firm of Dombey and Son: Wholesale, Retail and for Exportation (Gli affari della ditta Dombey e figlio, vendita all’ingrosso, al dettaglio ed esportazione, con le illustrazioni di Hablot K. Browne, ovvero Phiz, ed. Bradbury ed Evans), per poi essere stampato in un unico volume nel 1848, dagli stessi editori. Nel 1846, abbiamo detto…

A giugno del 1845 Dickens era rientrato da poco dal lungo viaggio di diversi mesi in Italia, ormai smanioso di tornare in Inghilterra, soprattutto dopo che gli fu comunicato lo straordinario successo di The Chimes, pubblicato nel 1844, che gli aveva fatto guadagnare ben 1500 sterline. Dopo tanto girovagare tra Genova, Carrara, Pisa, Roma e Firenze, era ora per lui di tornare alla vita reale, nel mondo vorticoso e attivo di Londra. Era di nuovo tempo, come diceva, di «guadagnarsi il pane» e aveva già in mente diversi progetti a cui dedicarsi. Ormai era passato più di un anno dalla conclusione di Martin Chuzzlewit (Mattioli 1885, 2025) e il successo di The Chimes era stato tale da convincerlo a scrivere un altro libro sul Natale.

Aveva, inoltre, già considerato la nascita di un nuovo periodico, un allegro settimanale, di cui sarebbe stato il direttore e, appena tornato dall’Italia, aveva già pensato a come intitolarlo: The Cricket, forse ispirato dal costante frinire delle cicale nel giardino genovese, ma anche carico di quelle associazioni con il focolare tipiche dei racconti popolari. Ma a quel punto gli editori Bradbury ed Evans gli proposero un’impresa molto più importante: avevano deciso di fondare un giornale radicale e liberale che rivaleggiasse con i quotidiani istituzionali come il Times e il Morning Herald. Il momento era favorevole: Dickens era tornato in patria quando l’emissione di titoli azionari di diverse compagnie ferroviarie, legata alla rapida espansione di quel sistema di trasporto, stava toccando il suo picco. E chi meglio dell’ormai affermato scrittore poteva dirigere un giornale di quel tipo per un pubblico di imprenditori, di liberi commercianti, di industriali, di tutti quelli, cioè, che all’epoca proiettavano il loro estremismo radicale contro coloro che lui stesso disprezzava, visto quanto si era già impegnato nelle questioni sociali del momento?

Dickens si lanciò, quindi, con entusiasmo in questa nuova impresa. Tra le ragioni per cui aveva accettato la proposta di direzione c’erano infatti il bisogno di confermare la sua posizione di arbitro degli affari sociali e il desiderio di stabilire un rapporto più intimo con un’ampia fetta di pubblico che non necessariamente aveva letto i suoi romanzi. A metà gennaio era tutto pronto, e il 17 del mese fu preparato il primo menabò, mentre la prima edizione effettiva uscì quattro giorni dopo.

Il giornale, tuttavia, non fu un successo, né la sua direzione si rivelò efficace: «era un uomo troppo convinto delle proprie opinioni e dei propri pregiudizi, una figura troppo dominante, autoritaria e per certi versi singolare per poter dirigere al meglio un’impresa tanto grande e complessa». Già il 9 febbraio, quindi, rassegnò le dimissioni, e la sua è probabilmente una delle più fugaci e brevi direzioni di un grande quotidiano nazionale. Il fatto è che si era accorto che un tale impegno interferiva troppo con i suoi veri interessi: non c’è dubbio, infatti, che ben presto si dovette render conto di aver compiuto un errore, di essere fondamentalmente un romanziere.

È in questo clima, quindi, che Dickens, all’età di trentaquattro anni, considerò ancora una volta la possibilità di scrivere un nuovo romanzo. Sapeva che il suo pubblico se lo aspettava e lo chiedeva, e incominciò a cercare un tema e una storia. Come suggerisce Ackroyd nella sua biografia, «diversi episodi di poca importanza devono avergli penetrato la coscienza persino mentre faceva i preparativi». A Regent’s Park, per esempio, investì un cane dando alla sua padroncina – una ragazzina di tredici o quattordici anni – un grande dolore. Episodio che, secondo il suo biografo, trova un’eco nel cane Diogene che in Dombey & Figlio Toots regala a Florence, che ha più o meno la stessa età della ragazzina disperata. Nel romanzo, peraltro, si riscontrano diversi aspetti della vita dell’epoca. Un famoso agente di cambio era fallito in modo clamoroso, proprio come fallisce la ditta di Dombey, e la ‘mania ferroviaria’ del tempo che, di certo, trova nel libro grande spazio, aveva caratterizzato l’intero periodo.

Deciso a ritrovare la serenità necessaria al suo compito, o forse provando un residuo senso di colpa, per scappare e «abbandonare il luogo del delitto, dopo che, lui più di chiunque altro, era stato a un passo dal far fallire il giornale, anche se non l’avrebbe mai ammesso», decise di partire per Losanna, in Svizzera.

Giunto sul posto, impiegò pochissimo tempo ad adattarsi al nuovo ambiente e cominciò a dedicarsi alla scrittura del nuovo romanzo, di cui costruì in anticipo buona parte della trama, per avere fin dall’inizio una visione chiara e definita della storia; Dombey & Figlio è, infatti, il primo romanzo di Dickens di cui resta la pianificazione numerica. Anche se certo non si può presumere che non esistano altre pianificazioni per i romanzi precedenti, si può senza dubbio affermare che questo sia anche il primo romanzo in cui Dickens abbia prestato attenzione tanto alla struttura quanto alla composizione.

La programmazione numerica consiste in alcuni fogli di carta azzurra ripiegati in due, uno per ogni puntata, chiamati number plans e working notes, di cui si può osservare di seguito un esempio, con relativa trascrizione del testo autografo di Dickens.

I number plans (piani per fascicolo) consistevano in un foglio per ciascun numero mensile, che riportava in alto il numero della puntata, e sotto l’elenco sintetico degli eventi previsti. Vi comparivano inoltre annotazioni marginali relative al ritmo, all’ atmosfera, ai ritorni simbolici e a volte indicazioni di bilanciamento, per esempio, tra trama Dombey / subplot (riguardante altri personaggi come Carker, Toodle, ecc.).

I working notes (o fogli di sviluppo) sono, invece, appunti più mobili, meno ordinati, in cui compaiono idee di scene ancora non fissate, frasi chiave, indicazioni di effetti emotivi, riprese simboliche (mare, orgoglio, denaro, rigidità paterna), costituendo una sorta di seconda ‘stratificazione’. In sostanza si può dunque parlare di fogli di macro-struttura seriale e di fogli di micro-costruzione scenica, ed è il primo romanzo in cui Dickens pianifica nel dettaglio e in modo così preciso e coeso l’architettura complessiva dell’opera, dall’inizio alla fine. Proprio in questo consiste la svolta strutturale di Dombey & Figlio, considerato da molti critici il primo vero romanzo ‘organico’ di Dickens. Se nei lavori precedenti la costruzione era più episodica, qui il tema dell’orgoglio paterno è fissato fin dall’inizio, così come il motivo del mare come struttura simbolica ricorrente; e se il destino di Dombey è concepito come parabola morale coerente, il tema secondario relativo al personaggio di Carker è progettato come un vero contrappunto speculare.

Nei fogli preparatori si notano elementi che ricordano quasi uno script, ovvero il copione o sceneggiatura di un film: indicazioni di entrata/uscita dei personaggi, sequenze emotive costruite per accumulo, cliffhanger di fine fascicolo pianificati, alternanza di scene pubbliche e private con funzione ritmica. La pubblicazione mensile obbligava, infatti, a una costruzione quasi drammaturgica, partendo da una matrice tematica centrale già stabilita nei piani iniziali.

Dombey & Figlio segna dunque una svolta decisiva nel metodo compositivo e nell’architettura narrativa di Dickens. Per la prima volta lo scrittore concepisce l’opera come un organismo unitario fin dalle sue battute iniziali: il tema dell’orgoglio paterno, il motivo del mare come controcanto simbolico, la parabola morale del protagonista e il disegno speculare delle trame secondarie risultano già inscritti in una struttura preventiva, che la scrittura seriale non dissolve ma, al contrario, rende più tesa e drammaturgicamente consapevole. La pubblicazione a puntate imponeva infatti un ritmo incalzante di culminazioni e sospensioni, ma in Dombey & figlio tali esigenze si integrano in un progetto narrativo coerente, in cui l’effetto scenico e la costruzione simbolica obbediscono a una medesima regia interna. La serialità, lungi dal produrre dispersione episodica, diviene qui principio regolatore di ritmo e tensione: ogni fascicolo è progettato come unità culminante e al tempo stesso come segmento di una parabola già concepita nella sua traiettoria complessiva. È in questa consapevole integrazione tra pianificazione (planning) e sviluppo scenico che il romanzo manifesta una nuova compattezza formale, rendendo visibile una ‘regia’ compositiva d’insieme.

Nel 1846, come abbiamo già detto, Charles Dickens ha trentaquattro anni ed è ormai uno degli autori più celebri d’Inghilterra. Ha alle spalle il successo travolgente dei romanzi degli anni Trenta e dei primi anni Quaranta, ma attraversa una fase di ripensamento sia artistico sia personale. Con Dombey intende tornare al romanzo lungo con un progetto più compatto e meditato: vuole dimostrare, in sostanza, di essere non solo un intrattenitore geniale, ma un costruttore di romanzi ‘seri’. È ormai, del resto, un protagonista centrale nel mondo editoriale, capace di negoziare con sicurezza e determinazione anche i termini economici dei suoi accordi, tanto da spuntare uno stipendio annuale di 2000 sterline per la direzione del giornale, di cui si è parlato: una cifra addirittura doppia rispetto a quella di norma riconosciuta ai direttori dei quotidiani.

Dickens, dunque, è celebre, prolifico e amato; eppure, sente che il romanzo può diventare qualcosa di più compatto e necessario, meno affidato alla sola energia dell’invenzione. Con Dombey & Figlio non vuole soltanto raccontare una storia: vuole costruire un destino. Ed è forse con questo romanzo che, per la prima volta, Dickens procede come una marea: non per scatti episodici, ma per movimenti profondi, con un effetto d’insieme addirittura sinfonico.

Al centro della vicenda si trova la figura di Paul Dombey, ricco commerciante londinese e proprietario della ditta Dombey & Figlio. Ha circa quarantotto anni, è quasi calvo, la carnagione rossiccia, tanto rigido e impettito da sembrare inamidato, assorto nella contemplazione dei propri meriti. La fronte segnata da rughe e sul viso un’espressione impenetrabile che non muta mai, neanche quando guarda compiaciuto il figliolo tanto desiderato. Paul junior è destinato alla ditta Dombey & Figlio: nuova generazione, nuovo erede, nuovo socio in affari. È vero, circa sei anni prima gli era nata una bambina, ma cos’era una bambina per la Dombey & Figlio? «Nel capitale costituito dal nome e dall’importanza della ditta, una creaturina del genere era solo uno spicciolo troppo insignificante per essere investito – un maschio riuscito male – niente di più» (p. 26). Alla nascita del figlio maschio, Dombey vede finalmente realizzarsi il sogno di una continuità familiare e commerciale: azienda, nome e discendenza si fondono infatti nell’unica aspirazione di perpetuare il prestigio della casa Dombey attraverso la successione paterna. Fin dalle prime pagine, tuttavia, Dickens introduce una tensione destinata ad attraversare l’intero romanzo: l’identificazione tra affetti familiari e logiche economiche. Per Dombey, il figlio rappresenta prima di tutto l’erede dell’impresa; la famiglia diventa così un’estensione dell’attività commerciale, mentre i rapporti umani sono filtrati attraverso le categorie dell’autorità, dell’orgoglio e del prestigio sociale.

Dombey è un pessimo marito, un pessimo essere umano, ma soprattutto un pessimo padre. Il figlio per lui conta solo come elemento funzionale alla propria grandezza personale: è una parola, non una persona, solo un nome da aggiungere all’insegna della ditta. Pessima madre è anche Mrs Skewton, disposta a vendere la figlia Edith al miglior offerente, per ottenere beni e una posizione di maggior prestigio. Tutti loro, in fondo, non sono che l’emblema della società a cui appartengono e forse i veri protagonisti dell’opera sono l’orgoglio e la vanità che essi incarnano.

In questo sistema di valori, come abbiamo visto, non trova spazio la figura di Florence, la figlia maggiore di Dombey. Ignorata dal padre e privata di un autentico riconoscimento affettivo, Florence diventa una delle figure più emblematiche del romanzo dickensiano, incarnando un amore filiale costante e disinteressato che rimane a lungo senza risposta. L’indifferenza del padre sfocia in una sorta di ‘odio positivo’ nutrito da una feroce gelosia che investe prima il rapporto tra Florence e il fratellino Paul, per poi concentrarsi, nella seconda parte, sulla tenera relazione affettiva tra la ragazzina ed Edith, seconda moglie di suo padre. Se il cinico Paul Dombey costituisce il centro di gravità del romanzo, è la dolce Florence la vera protagonista affettiva e morale della storia. Dickens la presenta sulla pagina fin dall’infanzia, permettendo al suo ampio pubblico di lettori di provare empatia per questa ragazzina sfortunata di cui esalta la straordinaria bontà e purezza, che la fanno apparire quasi ‘troppo perfetta’. Bisogna tener presente, a questo proposito, che, come tutti gli scrittori vittoriani, Dickens dovette confrontarsi con la difficoltà di creare un’eroina dotata solo delle limitate caratteristiche consentite ai personaggi femminili dalla narrativa dell’epoca, spesso piatti e privi di un’individualità forte. Eppure, Florence diventa la lente attraverso cui il lettore vive e comprende la storia, il vero cuore emotivo e morale del romanzo.

A Florence, lo scrittore contrappone il personaggio di Edith, la seconda moglie di Dombey, una donna complessa e ribelle, audace e dalla bellezza distruttiva, capace di opporsi al matrimonio inteso come pura transazione sociale. Attraverso queste figure, Dickens esplora e travalica i limiti imposti alle donne dalla narrativa e dalla vita del tempo e ne evidenzia le possibili forme di resistenza, mettendo al tempo stesso in scena il fallimento di una paternità incapace di riconoscere il valore degli affetti e dominata da un ideale patriarcale che privilegia la discendenza maschile e la continuità economica.

Accanto a questa dimensione sociale e familiare, il romanzo tratta anche uno dei temi più caratteristici della narrativa dickensiana: la rappresentazione dell’infanzia. Il piccolo Paul Dombey, fragile e precoce, appare fin dall’inizio come una creatura estranea alle ambizioni che il padre proietta su di lui, e la sua sensibilità e debolezza fisica contrastano con il mondo competitivo degli adulti. Attraverso questa figura, Dickens esplora la vulnerabilità dell’infanzia e denuncia implicitamente una società che privilegia il successo economico rispetto alla cura e alla comprensione.

Parallelamente, il romanzo costruisce una fitta rete di altri personaggi che offre un’immagine più ampia della società londinese. Dickens mette in scena una varietà di ambienti sociali – dalla borghesia commerciale ai quartieri popolari – e spesso affida proprio ai personaggi marginali o eccentrici il compito di incarnare valori alternativi rispetto all’orgoglio e all’individualismo di Dombey. In queste relazioni di amicizia, solidarietà e affetto spontaneo emerge inoltre l’idea, tipicamente dickensiana, che la vera famiglia non coincida necessariamente con quella fondata sul sangue o sul prestigio sociale, ma possa nascere da legami di empatia e sostegno reciproco.

Un altro elemento fondamentale del romanzo è il tema della trasformazione. La Londra descritta da Dickens è una città attraversata da profondi cambiamenti: la costruzione della ferrovia, l’espansione urbana e le nuove dinamiche economiche contribuiscono a ridefinire lo spazio della vita moderna. La ferrovia assume nel romanzo un forte valore simbolico: nelle celebri pagine dedicate alla costruzione delle linee ferroviarie, Dickens descrive un paesaggio urbano devastato, fatto di case abbattute e vite sradicate, restituendo tutta l’ambivalenza di un progresso tecnico che appare al tempo stesso irresistibile e destabilizzante, portatore di opportunità, ma anche di disordine e perdita.

Se la ferrovia incarna la forza impersonale della modernità economica, che attraversa e ridisegna la città con la stessa inesorabile potenza con cui le vicende della storia travolgono le esistenze individuali, il mare, altro elemento centrale e carico di significato simbolico, richiama la dimensione del tempo, della memoria e della profondità emotiva.

Il mare, presenza costante e mutevole, rappresenta il fluire inesorabile dell’esistenza, la dimensione della morte e dell’aldilà – evocata soprattutto dalle meditazioni del piccolo Paul, che sembra ascoltare nelle onde il richiamo di un «terra invisibile e molto lontana» – ma anche lo spazio delle emozioni profonde e dei legami affettivi che sfuggono alla logica fredda e commerciale del mondo di Dombey. Il mare è anche luogo di perdita e insieme di possibile ritorno: causa di tragedia nel naufragio che si crede abbia inghiottito il giovane Walter Gay, diventa infine simbolo di riconciliazione e rinascita, oltre che elemento portante della vita di personaggi come il comandante Ned Cuttle, vecchio lupo di mare dal cuore tenero, tra i più memorabili del romanzo. Pagina dopo pagina, le onde, con il loro misterioso mormorio, si fanno portavoce di messaggi che trascendono il tempo e la morte; non sorprende, dunque, che nella scena conclusiva del romanzo, i personaggi si trovino ancora una volta dinanzi al mare, sugellandone così la funzione di filo emotivo e morale che attraversa l’intera narrazione.

In questo scenario la vicenda personale di Dombey assume un valore emblematico: l’orgoglio e la rigidità morale del protagonista lo conducono progressivamente all’isolamento e alla rovina, fino a una crisi che apre la possibilità di una trasformazione interiore.

Come in molti altri romanzi di Dickens, anche in Dombey & Figlio la narrazione segue un percorso che conduce dalla colpa alla consapevolezza. La caduta di Dombey non è soltanto economica, ma soprattutto etica: la perdita della posizione sociale e dell’autorità paterna costringe il personaggio a confrontarsi con i propri errori e con il valore degli affetti che aveva a lungo trascurato. In questo senso il romanzo propone una riflessione sulla possibilità della redenzione, uno dei temi più persistenti

Recapiti
adminbook