7 Maggio 2026
Nel 2010, quando ho comprato la mia prima macchina fotografica professionale e ho cominciato a muovere i primi passi nella fotografia di architettura, i colleghi architetti dello studio in cui lavoravo mi regalarono un libro: Storia della fotografia di architettura di Giovanni Fanelli, un testo teorico denso e rigoroso che analizza il rapporto tra le due discipline dall’invenzione della fotografia fino ai giorni nostri. L’ho letto allora, con la testa di chi stava imparando un mestiere nuovo, e l’ho riletto adesso, con quindici anni di servizi fotografici alle spalle e una prospettiva diversa. Alcune cose le ho capite meglio. Altre le ho capite solo perché nel frattempo le ho vissute.
Il libro parte da un’affermazione che sembra ovvia ma non lo è: la fotografia di architettura non riproduce la realtà di uno spazio, ne costruisce un’altra. L’occhio umano vede in modo binoculare, percepisce il rilievo, si muove, si gira, attraversa le stanze. La fotografia è un’immagine bidimensionale e monoculare, soggetta alle regole della prospettiva centrale, incapace per definizione di comprendere in un solo quadro i sei piani che definiscono una stanza: quattro pareti, il pavimento, il soffitto. Questo scarto non è un problema tecnico da risolvere con l’obiettivo giusto o la luce giusta. È una condizione strutturale, permanente, che accompagna ogni servizio fotografico dall’inizio alla fine.
C’è un dettaglio che Fanelli ricorda nell’introduzione e che vale la pena tenere a mente: la prima immagine fotografica della storia, realizzata da Nicéphore Niépce tra il 1826 e il 1827, era la veduta di uno spazio architettonico, i tetti visibili dalla finestra del suo studio a Chalon-sur-Saône. La fotografia nasce guardando un edificio. Il rapporto tra le due discipline è antico quanto la fotografia stessa.
La fotografia non è l’architettura
Il libro dedica il capitolo finale al rapporto tra gli architetti e la fotografia, e una delle cose che emerge con più chiarezza è quanto sia stato difficile, per molti grandi architetti del Novecento, accettare questa distanza. Adolf Loos sosteneva che i suoi spazi non potevano essere resi in fotografia, che la fotografia era per sua natura incapace di restituire quello che lui chiamava il Raumplan, la concezione spaziale tridimensionale e complessa della sua architettura. Le Corbusier al contrario costruiva le fotografie delle sue opere come parte integrante del progetto, controllando i punti di vista, i fotografi, la diffusione delle immagini. Gropius arrivava a indicare al fotografo l’ora del giorno e il metro esatto da cui scattare.
Ognuno di loro aveva capito, a modo suo, che la fotografia non documenta l’architettura: la interpreta, la trasforma, produce qualcosa di autonomo. E che questa autonomia può essere uno strumento potente, ma non elimina lo scarto originale tra lo spazio vissuto e l’immagine.
Il vantaggio di chi conosce il codice
Ho lavorato come architetta per quindici anni prima di cominciare a fotografare. Questo significa che quando entro in uno spazio con la macchina fotografica, ho già in testa una mappa di quello che sto guardando: i percorsi che l’architetto ha immaginato per chi abita quella casa, le sequenze di ambienti, le soglie, le dilatazioni e le compressioni dello spazio. Il linguaggio architettonico è spesso indecifrabile a chi non lo conosce, e questa conoscenza cambia il modo in cui cerco le inquadrature.
Ci sono spazi in cui è possibile far percepire l’intenzione progettuale attraverso una fotografia: un’angolatura precisa che mostra come due ambienti si collegano, una luce che rivela la geometria nascosta di un soffitto, una prospettiva che fa sentire la profondità di un percorso. La formazione architettonica è un bagaglio culturale, come lo è una solida cultura dell’arte o della filosofia: tutto quello che si conosce entra nel modo in cui si guarda, e quello che si trova dipende da quanto in profondità si sa guardare. Con gli architetti con cui lavoro ci capiamo senza bisogno di tradurre: parliamo già la stessa lingua, e questo rende il lavoro più preciso.
È successo per esempio nell’ex abbazia di Albenga, che ho fotografato per Pavia & Pavia International Design: far percepire la coesistenza tra la stratificazione storica dell’edificio e l’intervento contemporaneo richiedeva di trovare i punti in cui le due temporalità si incontravano visivamente, e quella ricerca era guidata da una comprensione architettonica dello spazio, non solo fotografica. È lo stesso principio che ho cercato di descrivere parlando di come lavoro con la luce naturale negli interni.
Il tempo che non basta mai
C’è però qualcosa che la formazione non risolve, e che appartiene alla pratica del professionista: il tempo. Capire uno spazio mentre lo fotografi richiede tempo, molto più di quanto chi commissiona un servizio immagini. Una piccola casa ha bisogno di concentrazione e di ascolto, di muoversi lentamente attraverso gli ambienti, di aspettare che la luce cambi, di tornare su un’inquadratura che sembrava chiusa e scoprire che non lo era. Quando il tempo manca, si porta a casa meno di quello che si è visto: non per un limite tecnico, ma perché alcune inquadrature si trovano solo quando si è abbastanza fermi da aspettarle.
Le inquadrature mancate esistono sempre, in ogni servizio. Sono la distanza tra quello che lo spazio era e quello che l’immagine ha saputo restituire. E questa distanza, come quello scarto originale tra spazio tridimensionale e immagine bidimensionale, non si chiude mai del tutto.
Dov’è la fotografia?
Il rapporto tra fotografia e architettura è irrisolto per ragioni strutturali, non per mancanza di tecnica o di sensibilità. Ogni servizio è un tentativo parziale di attraversare quella distanza, con gli strumenti che si hanno, nel tempo che si ha. La consapevolezza di questo scarto, invece di essere un ostacolo, diventa col tempo il motore del lavoro: si torna ogni volta a cercare qualcosa che si sa già che non si troverà completamente, e in quel tentativo c’è tutto. La fotografia è tutta lì, in quel vuoto.
Per chi desidera approfondire: Giovanni Fanelli, Storia della fotografia di architettura, Laterza, Roma-Bari, 2009.