Perché la Svezia è tornata a carta e penna, a scuola? - Fondazione Luigi Einaudi

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La Svezia, nazione europea che prima delle altre ha digitalizzato tutta la didattica, ora torna a carta e penna. Perché? Nei test PISA (indagine internazionale dell’OCSE che valuta ogni tre anni le competenze dei quindicenni in lettura, matematica e scienze: le nostre prove INVALSI inglobano questi test) i ragazzi svedesi sono peggiorati. La commissione incaricata di trovare le cause ha risposto che il digitale, in e fuori da scuola, con la sua struttura multitasking disturba l’attenzione, ostacola l’elaborazione di informazioni complesse e la memoria. Se libri e quaderni digitali contribuiscono a un maggiore coinvolgimento immediato dei ragazzi, ne diminuiscono la profondità e la tenuta dell’apprendimento. Ma perché leggere sulla carta e scrivere a mano facilitano invece concentrazione e memoria? Perché il corpo è un cervello diffuso, più corpo si impegna più cervello si fa. Siamo ancora guidati dal pregiudizio che il neuroscienziato Antonio Damasio ha ben spiegato in «L’errore di Cartesio»: «Di fronte all’evidenza che la mente scaturisce dall’attività dei neuroni, si discute solo di questi, come se il loro funzionamento fosse indipendente da quello del resto dell’organismo». Ogni «de-corporazione» è «de-cerebrazione», il digitale non è cattivo ma incompleto. Gli scarabocchi che facevamo sul quaderno di appunti durante le lezioni ci aiutavano a concentrarci, non a distrarci, così come camminare mentre studiavamo. «Muovevamo» più cervello.

Se vogliamo fare un regalo sentito scriviamo il biglietto a mano, se vogliamo dire qualcosa che rimanga scriviamo una lettera a mano, se dobbiamo convalidare un atto firmiamo a mano. Qualche giorno fa infatti i miei studenti hanno voluto festeggiare il mio compleanno con un’ottima torta fatta a mano (handmade in un mondo di prodotti in serie è sinonimo di autenticità, anche quando è solo marketing). Se fai «a mano» non doni solo qualcosa ma te stesso: tempo incarnato. Per questo la mattina a prima ora cerco di arrivare in classe quando ancora l’aula è vuota: mi aiuta a concentrarmi e mi piace che gli studenti mi trovino già lì. Ma qualche giorno fa, davanti alla porta dell’aula, c’era già un’ex alunna che voleva darmi «brevi manu» (così in latino s’indicava una consegna senza intermediari, ne resta traccia nel nostro s.p.m.) un regalo. Si trattava di tre cose veramente «digitali», da digitus, dito: fatte con le dita. Un rametto tagliato dall’albero di limoni che ha a casa, in ricordo della lettura in classe della poesia «I limoni» di Montale, che la colpì molto. Poi c’era un foglietto con i versi di «Allegro ma non troppo» della poetessa, premio Nobel, Wisława Szymborska, che inizia così: «Sei bella – dico alla vita –/ è impensabile più rigoglio,/ più rane e più usignoli,/ più formiche e più germogli». Un canto dolce-amaro alla vita copiato a mano, accuratamente, tanto da stupire i miei quattordicenni dalle grafie meno eleganti. E infine il suo libro preferito da bambina, quello che ti apre alla magia della lettura, «Rasmus e il vagabondo» di Astrid Lindgren (autrice di Pippi Calzelunghe), con un’altra dedica, anche questa scritta a mano, come quelle che i lettori chiedono agli scrittori, perché la grafia è presenza, connette più di ogni altro gesto corpo e psiche, come sanno i grafologi che riconoscono la personalità dal tratto. Ho aperto il libro: «A cavalcioni sul solito ramo biforcuto in cima al tiglio, Rasmus pensava alle cose che gli sarebbe piaciuto cancellare dal mondo». Mi sono sentito obbligato allo stesso esercizio di fantasia del novenne Rasmus: io a quell’età avrei cancellato i compiti (non la scuola) e certe verdure. E poi le zanzare e le meduse. Oggi salverei i compiti, fondamentali per allenare la tenuta come gli esercizi con uno strumento musicale, e le verdure che ho imparato ad apprezzare. Rimango della mia idea su zanzare e meduse, per quanto abbia imparato a riconoscere la bellezza delle seconde. Aggiungo le armi, ma più che cancellarle vorrei trasformarle nel denaro necessario a produrle, per impegnarlo in cure ed educazione: nel solo 2025 la spesa militare mondiale è stata, stima al ribasso, di 2.900 miliardi di dollari, secondo il rapporto del Sipri (Istituto internazionale di ricerca per la pace di Stoccolma), con il record dell’Europa che, con i suoi 864 miliardi di dollari, ha aumentato la produzione del 14%. «Segui i soldi – diceva Falcone – e avrai le risposte»: la risposta è che siamo una polveriera che rischia di mandare in frantumi il mondo come lo conosciamo.

Nei primi anni 2000 se n’era già accorta la scrittrice americana Terry Tempest Williams che, durante un soggiorno a Ravenna, fu tanto colpita dalla bellezza dei mosaici medievali da decidere di iscriversi, proprio lì, a un laboratorio per mosaicisti. Così nacque il libro «Finding Beauty in a Broken World» (Trovare bellezza in un mondo a pezzi), in cui racconta che il mosaico l’ha salvata dallo sconforto di un mondo, interiore ed esteriore, in frantumi. Ri-fare «a mano» le ha donato una nuova prospettiva: «Credevo che la verità si trovasse solo sotto la superficie delle cose. Nel sottosuolo. Ero una discepola della profondità. Ciò che era nascosto era ciò che desideravo. Ma qualcosa è cambiato. Ora mi interessa ciò che i miei occhi possono vedere, ciò che le mie dita possono toccare, ciò che la mia mano può conoscere muovendosi lentamente sulla carne, o sul pelo, o sulle piume, o sulla pietra. Mi fido di ciò che vedo. Mi fido di ciò che tocco». Il nostro è un tempo di «rotture»: relazioni, pace, sonno, psiche… vanno continuamente «in pezzi», come l’attenzione dei ragazzi svedesi (i risultati dei test in Italia sono peggiori), forse anche perché abbiamo dimenticato che: «amore e odio e angoscia, qualità come gentilezza e ferocia, la soluzione pianificata di un problema scientifico o la creazione di un nuovo artefatto si basano tutti su eventi neurali all’interno di un cervello, purché questo sia stato e sia in interazione con il corpo cui appartiene. L’anima respira attraverso il corpo, e la sofferenza, che muova dalla pelle o da un’immagine mentale, avviene nella carne» (A. Damasio, L’errore di Cartesio). L’educazione affettiva non riguarda primariamente i contenuti, ma una rinnovata capacità di sentire la vita, cioè unità di corpo e mente, di mente e cuore. Quando i ragazzi sembrano «distaccati», è perché non sentono la realtà, la contattano senza corpo! Così il mosaico diventa simbolo perché, come diceva Luciana, la maestra del laboratorio di Terry, è «un modo di pensare al mondo», accurato e comunitario (era un’arte collettiva operata da autori ignoti: le «maestranze»). Mosaico, dal latino «opus musaicum», è opera delle Muse, dee della bellezza e figlie di Memoria, perché la bellezza è a volte anche solo riparare ciò che sembra rotto e che avevamo dimenticato. I pezzi irregolari, smussati con martello e scalpello, diventano «tessere» (parola che viene dal numero «quattro» in greco, i lati dell’incastro, antesignani del puzzle, passatempo quasi estinto che serviva a recuperare pace e relazioni, proprio grazie alla concentrazione, e che infatti regaliamo ancora ai bambini piccoli). Mani pazienti e accorte diventano menti pazienti e accorte. Cioè amanti. Oggi urge un’educazione al «tatto», come ha detto mia nipote mentre dipingeva: «Dobbiamo ringraziare Dio per le mani, perché con le mani possiamo fare cose meravigliose».

Mentre si dibatte sull’opportunità di leggere Manzoni a 15 anni, sommessamente propongo di agire prima, perché si possa arrivare a 15 anni capaci di cose così impegnative e bellissime: ripristiniamo il diario, sin da piccoli. Non quello dei compiti (sarebbe già qualcosa) ucciso dal registro elettronico, ma il diario intimo. Scrivere a mano almeno una pagina al giorno, al mattino (potrebbe essere la prima attività scolastica) o di sera (l’ultima attività, magari condivisa in famiglia, ma in silenzio), riattiva la creatività, perché richiede presenza autentica, handmade, attenzione non disponibile ad altro, corpo e anima, il monotasking lo chiamano con comica torsione cerebrale, quando la saggezza popolare riassumeva già nel detto: «chi insegue due lepri non ne prende nessuna». Senza carta e penna non si perde solo in matematica e lettura, ma in anima. Per riprendersela bisogna riprendersi il corpo, mettersi ogni tanto in modalità manuale: orto, diario, mosaico, strumento, bricolage, calligrafia, modellismo, libro… Chi lo farà saprà, a tempo debito, destreggiarsi bene nel digitale. Digitale viene infatti da digitus, dito, perché un tempo si contava con le dita e, dato che i processori trasformano l’informazione fisica (il solco del vinile, la luce sulla pellicola) in numerica (mp3 e pixel sono sequenze di numeri), si è passati a indicare la seconda con «digitale», ma le dita non ci sono più. Siamo più radicali: torniamo a usarle!

Corriere.it

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