Iran-Usa, tensione ancora alta tra Hormuz e nucleare

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La risposta dell’Iran all’ultima proposta degli Stati Uniti per chiudere il conflitto in Medio Oriente non scioglie tutti i nodi del negoziato che ormai va avanti da settimane per chiudere il conflitto e riaprire lo Stretto di Hormuz. Teheran, infatti, avrebbe trasmesso tramite il Pakistan un documento di più pagine, concentrato soprattutto sulla cessazione delle ostilità e sul ripristino della sicurezza marittima nel Golfo Persico e nello Stretto di Hormuz.

Il passaggio di Hormuz resta uno dei punti più sensibili dello scenario internazionale, perché rappresenta una rotta strategica per i traffici commerciali e per il transito di petrolio e gas. La sua eventuale riapertura in condizioni di sicurezza costituirebbe quindi un elemento centrale nel tentativo di ridurre la tensione nell’area, ma la proposta iraniana sembra limitarsi principalmente a questo piano, senza affrontare in modo definitivo gli altri dossier aperti, soprattutto per quello che riguarda il programma nucleare iraniano che Trump vorrebbe smantellato per sempre.

Il botta e risposta sullo Stretto di Hormuz

La risposta di Teheran, secondo le ricostruzioni disponibili, non conterrebbe impegni preliminari sul destino del programma nucleare e delle scorte di uranio altamente arricchito, temi che gli Stati Uniti vorrebbero affrontare nell’ambito di una successiva fase negoziale. L’Iran, al contrario, avrebbe posto l’accento sulla fine della guerra, sulla progressiva riapertura dello Stretto di Hormuz al traffico commerciale e sulla propria sovranità nell’area.

Donald Trump ha definito “totalmente inaccettabile” la risposta iraniana, mentre Parigi e Londra hanno annunciato una riunione dei ministri della Difesa dedicata proprio alla situazione nello Stretto di Hormuz. Il quadro resta quindi incerto, con la diplomazia ancora al lavoro e la sicurezza della navigazione al centro del confronto internazionale.

Salvini-Giuli, lo scontro nella maggioranza passa dalla Biennale

Lo scontro tra Matteo Salvini e Alessandro Giuli ha assunto negli ultimi giorni una dimensione politica più ampia, dopo essere emerso prima in Consiglio dei ministri e poi nel caso Biennale di Venezia. Il confronto tra il vicepremier e ministro delle Infrastrutture e il ministro della Cultura si è acceso sul Piano casa, in particolare sul ruolo delle soprintendenze nelle operazioni di recupero dell’edilizia popolare, con la contestazione da parte di Giuli di alcune modifiche ritenute troppo incisive sui controlli di tutela del patrimonio storico e artistico, arrivando anche a minacciare di non votare il provvedimento.

Il confronto si è poi riacceso alla Biennale, con Salvini che si è presentato a Venezia sostenendo la linea del presidente della Fondazione, Pietrangelo Buttafuoco, e difendendo l’idea di un’arte libera da boicottaggi e censure. Giuli, invece, ha mantenuto la scelta di non partecipare all’inaugurazione, in un clima già segnato dalle polemiche sul padiglione russo e dalle tensioni legate alla presenza israeliana.

Secondo i retroscena, il botta e risposta sarebbe proseguito anche nella chat del Consiglio dei ministri, dopo alcune frasi interpretate come provocazioni reciproche. La premier Giorgia Meloni, pur senza intervenire pubblicamente nello scambio, sarebbe rimasta irritata per una polemica interna diventata ormai visibile all’esterno che segnala come le tensioni nella maggioranza, cominciate nel post-referendum, non accennano a placarsi complicando la fase finale della legislatura per l’esecutivo. 

Legge elettorale, riparte il confronto tra maggioranza e opposizioni

Il dossier sulla nuova legge elettorale torna al centro dell’agenda politica, con l’obiettivo indicato da Giorgia Meloni di arrivare a una prima lettura del provvedimento entro l’estate. La maggioranza si prepara a un nuovo vertice, esteso anche ai tecnici, per verificare i margini di intesa su un testo che punta a garantire un risultato elettorale netto e a superare le incertezze dell’attuale sistema.

La proposta depositata dal centrodestra prevede un premio di maggioranza per la coalizione che superi il 40% dei voti, con seggi aggiuntivi sia alla Camera sia al Senato. Tuttavia, proprio su entità del premio, listoni nazionali e possibili squilibri tra i due rami del Parlamento si concentrano le principali osservazioni emerse nelle audizioni parlamentari, infatti, soprattutto per quello che riguarda il maxi-premio, c’è il serio rischio che la Legge possa essere ritenuta incostituzionale dal Quirinale.

Il confronto resta delicato anche dentro la maggioranza con Fratelli d’Italia che guarda con prudenza alle posizioni degli alleati: la Lega sembra orientata ad allinearsi, pur con resistenze sui collegi uninominali, mentre Forza Italia viene indicata come il punto più incerto. Nei retroscena pesa il sospetto che una parte dell’area azzurra preferisca evitare un meccanismo troppo favorevole a una sola coalizione, lasciando aperto lo scenario di future larghe intese.

Sul fronte delle opposizioni, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi-Sinistra chiudono alla trattativa mentre è più complessa la posizione del Partito Democratico, diviso tra linea dura e valutazioni di convenienza politica. Da qui l’ipotesi, ancora tutta da verificare, di una possibile convergenza indiretta tra Meloni e Schlein sul superamento del Rosatellum.

Recapiti
Gabriele Tolari