Identità e giustizia climatica: l’impatto Māori nella Chiesa metodista

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Roma (NEV), 12 maggio 2026 – “Quando ci riuniamo, nessuno è escluso. Per questo dico spesso che, come Māori, siamo ecumenici per definizione. I nostri valori culturali ci impongono di essere inclusivi”. 

Sono queste le parole di Te Aroha Rountree, presidente della Chiesa metodista in Nuova Zelanda, che nell’intervista pubblicata dal Consiglio ecumenico delle chiese (CEC) riflette su identità comunitaria, giustizia climatica e ruolo della fede. 

Adattamento e traduzione a cura di Naomi Cino.


Può raccontarci del suo percorso? 

Provengo da Ngāi Tuteauru e Ngā Puhi, due Iwi (tribù) dell’estremo nord di Aotearoa, Nuova Zelanda. Il mio popolo è stato tra i primi a convertirsi al cristianesimo nel paese e abbiamo una lunga storia di confronto con gli insegnamenti cristiani. 

Dico questo perché la nostra esperienza e identità come cristiani è un po’ diversa dalla tendenza dominante. I nostri modi di intendere e praticare il cristianesimo sono plasmati dalla nostra stessa visione culturale del mondo. 

Il mio mandato come presidente si concluderà a ottobre di quest’anno. Questa carica mi ha permesso di comprendere sia le sinergie che le tensioni tra i modi di conoscere dei Māori e gli insegnamenti cristiani, in particolare per quanto riguarda il modo in cui interpretiamo la Bibbia. Tendiamo a interpretare le Scritture in modo diverso nel nostro contesto, il che porta a conversazioni interessanti, ma anche a sfide, all’interno della vita della chiesa. 

Per quanto riguarda il mio percorso professionale, provengo da una famiglia Māori. Da 10 anni insegno al Trinity College, la facoltà di teologia metodista. Il corso è incentrato sulla società Māori ed è obbligatorio per tutti gli studenti di teologia, poiché la nostra chiesa è biculturale. 

In questo periodo, ho anche fatto parte di molti consigli e comitati all’interno della chiesa. Questo mi ha permesso di conoscere realtà diverse e di confrontarmi con persone che a volte non conoscevano, o addirittura osteggiavano, le prospettive Māori. Lungo il percorso mi sono fatta molti amici — e forse qualche nemico — perché la mia teologia non è in linea con quella di tutti, specialmente quando si tratta di integrare la cosmologia Māori con gli insegnamenti cristiani. 

La mia candidatura alla presidenza è stata sostenuta da diversi gruppi all’interno della chiesa, sia dalle comunità Māori che da quelle non Māori: un fatto, questo, piuttosto insolito. La Chiesa metodista in Aotearoa opera attraverso un modello di collaborazione, quindi la leadership riflette questa relazione biculturale: il mio collega è Pākehā (neozelandese di origine europea) e io sono Māori. Insieme rappresentiamo questa responsabilità condivisa.  

Come si costruiscono relazioni e ponti tra comunità diverse?  

Far parte del Consiglio Nazionale Māori delle Chiese è stata una grande opportunità: rappresenta un’espressione indigena dell’ecumenismo. Questa esperienza ha plasmato il mio modo di intendere l’ecumenismo da una prospettiva Māori. Un semplice esempio deriva dalle nostre pratiche culturali: quando ci riuniamo, nessuno è escluso. Per questo dico spesso che, come Māori, siamo ecumenici per definizione. I nostri valori culturali ci impongono di essere inclusivi. 

Attraverso il Consiglio delle Chiese Māori, ho inoltre partecipato a spazi ecumenici e globali più ampi. Questo mi ha aiutato a comprendere non solo il mio contesto, ma anche come ci inseriamo nel cristianesimo globale. 

Alla facoltà di teologia enfatizziamo anche l’impegno interreligioso. Gli studenti visitano altre comunità di fede — come moschee e templi — per sviluppare una comprensione di base delle diverse tradizioni religiose, specialmente quelle spesso viste come “altro” rispetto al cristianesimo. 

Ho inoltre partecipato all’assemblea del Consiglio ecumenico delle chiese (CEC), rappresentando il Consiglio delle chiese Māori, per esplorare come rafforzare le voci indigene nei forum globali. 

Quali sono le principali sfide che le chiese del Pacifico devono affrontare oggi? 

Una delle sfide più grandi è la giustizia climatica. Le comunità del Pacifico sono quelle che hanno contribuito meno al cambiamento climatico, eppure sono tra le prime a subire gli effetti più gravi. Non è un problema lontano: sta già accadendo. È quindi fondamentale che queste realtà vengano affrontate, sia a livello locale che globale. 

C’è anche una responsabilità da parte delle organizzazioni globali, non solo di parlare di questi temi o produrre dichiarazioni, ma di relazionarsi davvero con le comunità colpite, per capire le loro esperienze vissute e intraprendere azioni concrete. Nella mia tradizione non basta parlare: bisogna agire. E quell’azione deve essere collaborativa, lavorando al fianco di chi è più colpito invece di cercare di “sistemare” le cose dall’esterno. 

Un’altra grande sfida riguarda le problematiche sociali, in particolare la violenza. Nel nostro contesto, la violenza familiare e domestica sono preoccupazioni enormi. A volte la fede può essere sia un aiuto che un ostacolo. In alcuni casi, interpretazioni conservatrici del cristianesimo possono impedire conversazioni oneste. Può quindi verificarsi una contrapposizione tra ciò che viene predicato pubblicamente e ciò che accade nella vita privata, persino tra i leader della chiesa. 

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