Nanakorobi yaoki: il proverbio giapponese …

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Nanakorobi yaoki: il proverbio giapponese che ci insegna a contare le risalite

Ci sono frasi che attraversano il mondo come piccoli amuleti.

Le trovi stampate su una tazza, ricamate su una maglietta, incorniciate nello studio di qualcuno che vuole ricordarsi ogni mattina di non mollare. Alcune diventano talmente famose da perdere quasi il loro peso. Le ripetiamo, le condividiamo, le usiamo come didascalie, ma spesso non le ascoltiamo più davvero.

Una di queste arriva dal Giappone.

In giapponese si dice nanakorobi yaoki, scritto così: 七転び八起き.

La traduzione più conosciuta è: “Cadi sette volte, rialzati otto.”

Sembra una frase motivazionale come tante. Una di quelle che ti dicono di resistere, stringere i denti, andare avanti anche quando tutto sembra remarti contro.

E in parte è così.

Ma solo in parte.

Perché dentro questo proverbio c’è qualcosa di più sottile. Una piccola anomalia. Un dettaglio quasi matematico che, se osservato bene, cambia completamente il senso della frase.

Se cadi sette volte, infatti, perché dovresti rialzarti otto?

Il significato letterale di nanakorobi yaoki

Partiamo dalle parole.

Nana significa sette.

Korobi viene dal verbo cadere, rotolare, finire a terra.

Ya indica otto.

Oki richiama l’atto di alzarsi, sollevarsi, rimettersi in piedi.

Sette cadute. Otto risalite.

È un proverbio semplice, essenziale, quasi geometrico. Come spesso accade nella cultura giapponese, poche parole bastano per aprire un paesaggio interiore molto ampio.

Il significato più immediato è chiaro: nella vita cadrai, sbaglierai, perderai l’equilibrio. Ma ciò che conta non è la caduta. Conta il gesto successivo. Conta il momento in cui, anche con fatica, decidi di non restare a terra.

Fin qui, nulla di strano.

È il classico invito alla perseveranza.

Ma il punto più interessante non è il “cadere”.

È quell’otto.

La stranezza dell’ottava risalita

Facciamo un piccolo conto.

Se una persona cade una volta, deve rialzarsi una volta.

Se cade due volte, deve rialzarsi due volte.

Se cade sette volte, dovrebbe rialzarsi sette volte.

Il conto sembrerebbe chiuso.

E invece il proverbio giapponese dice altro: sette cadute, otto risalite.

C’è una risalita in più.

Un gesto che avanza.

Un rialzarsi che non corrisponde a una caduta precisa.

Ed è proprio qui che il proverbio smette di essere una frase da agenda motivazionale e diventa qualcosa di più profondo.

Perché quell’ottava risalita può essere letta come il nostro primo atto di vita.

Non una reazione a una sconfitta.

Non una risposta a un fallimento.

Non il tentativo di rimediare a qualcosa.

Ma il primo movimento dell’esistenza: nascere, crescere, provare a stare in piedi.

Il primo rialzarsi avviene prima di ogni caduta

Quando veniamo al mondo non siamo verticali.

Siamo piccoli, fragili, consegnati alla terra. Non sappiamo camminare, non sappiamo reggerci, non sappiamo ancora abitare lo spazio con il corpo.

Poi, lentamente, accade qualcosa.

Ci solleviamo.

Prima con lo sguardo.

Poi con il busto.

Poi con le mani.

Poi con quelle gambe incerte, buffe, testarde, che tremano come rami giovani.

E un giorno, senza dichiarazioni solenni, ci alziamo.

Magari cadiamo subito dopo.

Ma intanto lo abbiamo fatto.

Ci siamo messi in piedi davanti al mondo.

Quello è il primo rialzarsi.

Il più antico.

Il più dimenticato.

Il più puro.

Non nasce da una sconfitta. Nasce dalla vita stessa.

E forse l’ottavo rialzarsi del proverbio è proprio questo: il primo vantaggio che abbiamo ricevuto senza saperlo. La prova silenziosa che, prima ancora di conoscere il fallimento, conoscevamo già il gesto del ricominciare.

Non partiamo da zero

Questa è la parte più bella del proverbio.

Noi crediamo spesso di partire da zero.

Ogni volta che qualcosa va male, ci diciamo che dobbiamo ricostruire tutto. Ogni volta che una relazione finisce, un progetto fallisce, un lavoro si chiude, una fiducia si rompe, pensiamo di essere tornati al punto di partenza.

Ma forse non è vero.

Forse non partiamo mai davvero da zero.

Partiamo almeno da uno.

Da quel primo rialzarsi che abbiamo già compiuto quando non avevamo parole per raccontarlo.

È una piccola differenza, ma cambia molto.

Perché se parti da zero, ogni caduta sembra una condanna.

Se parti da uno, ogni caduta trova davanti a sé una memoria più antica: tu sai già rialzarti. Lo hai già fatto. Il tuo corpo lo sa prima ancora della tua mente.

La vita, allora, non è solo il registro delle cadute.

È anche l’archivio segreto delle risalite.

Il problema è che contiamo male

Il punto è questo: noi siamo bravissimi a contare le cadute.

Le ricordiamo con precisione quasi notarile.

Quella volta in cui abbiamo sbagliato.

Quella persona che se n’è andata.

Quel progetto lasciato a metà.

Quella promessa fatta a noi stessi e poi tradita.

Quel momento in cui avremmo voluto essere migliori, più forti, più lucidi, più presenti.

Le cadute hanno un suono forte. Fanno rumore. Restano addosso.

Le risalite, invece, sono spesso silenziose.

Non sempre hanno applausi.

Non sempre sembrano eroiche.

A volte rialzarsi significa solo lavarsi la faccia e uscire di casa.

A volte significa rispondere a un messaggio.

A volte significa ricominciare a mangiare con un po’ di gusto.

A volte significa non chiudere del tutto il cuore, anche se sarebbe più comodo.

A volte significa dormire male, svegliarsi peggio, eppure rimettere un piede davanti all’altro.

Non tutte le risalite hanno la forma della vittoria.

Molte hanno la forma della sopravvivenza.

Eppure sono risalite.

La forza non è sempre spettacolare

Uno degli errori del nostro tempo è pensare che la forza debba sempre apparire.

La immaginiamo come qualcosa di evidente, muscolare, luminoso. Una persona forte, secondo questa idea, è quella che non trema, non piange, non si spezza, non ha dubbi.

Ma la vita vera è meno cinematografica.

La forza, spesso, è storta.

È imperfetta.

È piena di paura.

È fatta di passi minuscoli, quasi invisibili.

Il proverbio nanakorobi yaoki non dice: “Cadi sette volte e rialzati come un eroe.”

Non dice: “Trasforma ogni dolore in successo.”

Non dice nemmeno: “Alla fine vincerai.”

Dice una cosa più sobria, e forse proprio per questo più vera: rialzati una volta in più.

Non meglio di tutti.

Non senza ferite.

Non con il sorriso obbligatorio di chi deve sembrare invincibile.

Solo una volta in più.

Quanto basta per non consegnare alla caduta l’ultima parola.

La caduta non è la tua identità

C’è una tentazione molto umana: trasformare ciò che ci è accaduto in ciò che siamo.

Ho fallito, quindi sono un fallito.

Sono stato lasciato, quindi non valgo abbastanza.

Ho sbagliato, quindi sono sbagliato.

Sono caduto, quindi sono uno che cade.

Ma questa è una trappola.

La caduta è un fatto.

Non è un nome.

È un momento, non una definizione.

Il proverbio giapponese ci invita proprio a questo cambio di sguardo: smettere di identificarci con il punto in cui siamo finiti a terra e iniziare a riconoscere anche il gesto con cui, ogni volta, in qualche modo, siamo tornati in piedi.

Perché se oggi siamo qui, a leggere, pensare, respirare, fare progetti, ricordare, desiderare, significa che tutte le cadute precedenti non sono riuscite a fermarci del tutto.

Ci hanno ferito, forse.

Ci hanno cambiato.

Ci hanno tolto qualcosa.

Ma non ci hanno concluso.

L’ottava risalita è una memoria antica

Forse il fascino di nanakorobi yaoki sta proprio qui.

Non ci consola in modo facile.

Non cancella il dolore.

Non ci dice che cadere sia bello.

Cadere fa male. A volte moltissimo.

Ma ci ricorda che dentro di noi esiste una competenza antica: la capacità di tentare ancora una verticalità.

Anche minima.

Anche provvisoria.

Anche fragile.

Un bambino che prova a camminare non si chiede se sia pronto. Non scrive un piano strategico. Non aspetta di essere perfetto.

Si alza.

Cade.

Si alza di nuovo.

Non perché abbia letto manuali sulla resilienza, ma perché la vita, in lui, spinge verso l’alto.

E forse noi, da adulti, dovremmo ricordare proprio questo.

Prima delle nostre paure, prima delle nostre sconfitte, prima delle nostre narrazioni interiori, c’è stato un corpo che ha creduto possibile alzarsi.

La lezione nascosta del proverbio giapponese

Nanakorobi yaoki non è soltanto un invito a non arrendersi.

È una piccola educazione dello sguardo.

Ci chiede di cambiare contabilità.

Per anni, forse, abbiamo contato solo ciò che ci ha fatto cadere.

Le ferite.

Gli errori.

Le occasioni mancate.

Le porte chiuse.

Le volte in cui non siamo stati all’altezza dell’immagine che avevamo di noi.

Ma accanto a quella colonna ce n’è un’altra.

Meno rumorosa, ma più fedele.

La colonna delle volte in cui siamo tornati.

Le volte in cui abbiamo ricominciato senza dirlo a nessuno.

Le volte in cui abbiamo continuato anche senza sentirci pronti.

Le volte in cui abbiamo scelto di restare umani, invece di diventare cinici.

Le volte in cui, pur avendo mille ragioni per restare a terra, abbiamo cercato un appiglio.

Forse non siamo persone che cadono spesso.

Forse siamo persone che, finora, si sono rialzate sempre.

È la stessa vita.

Sono gli stessi eventi.

Ma cambia la somma.

Conclusione: quale colonna stai contando?

Il proverbio giapponese “cadi sette volte, rialzati otto” ci lascia una verità semplice, quasi disarmante: la vita non si misura soltanto dalle cadute, ma dal gesto che viene dopo.

E quel gesto, in fondo, lo conosciamo da sempre.

Prima ancora di sapere parlare, prima ancora di sapere chi fossimo, abbiamo provato a sollevarci. Abbiamo cercato il mondo da una posizione più alta. Abbiamo trasformato l’instabilità in movimento.

Forse l’ottava risalita è lì.

Nascosta nel primo passo.

In quella prima volta in cui la vita ci ha detto: prova.

E noi abbiamo provato.

Da allora, ogni caduta ha trovato davanti a sé quella memoria.

Per questo, forse, dovremmo essere più giusti con noi stessi.

Non chiamarci solo con il nome delle nostre sconfitte.

Non identificarci solo con ciò che è andato storto.

Non continuare a sommare sempre la stessa colonna.

Perché se siamo ancora qui, qualcosa in noi si è già rialzato molte più volte di quanto ricordiamo.

E allora la domanda vera non è: quante volte sei caduto?

La domanda vera è: quando inizierai a contare anche tutte le volte in cui sei tornato in piedi?

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