Germania. Pastori con contratto privato dal 2029

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medio.tv/schauderna, vescova evangelica Beate Hofmann

Roma (NEV), 14 maggio 2026 – di Georgia Betz 

La vescova evangelica Beate Hofmann spiega perché la sua Chiesa regionale sarà la prima in Germania a rinunciare ai contratti di diritto pubblico per i nuovi ministri di culto. Una decisione attesa, scomoda, e necessaria.

Beate Hofmann parte da una considerazione: sfuggire il cambiamento anziché progettarlo insieme sarebbe irresponsabile. E irresponsabile sarebbe continuare con un modello di gestione dei contratti di lavoro per i pastori che ha il fiato corto. Cortissimo. Beate Hofmann è professoressa, dottoressa e vescova della Chiesa evangelica di Kurhessen-Waldeck (EKKW). È teologa, è donna, è diretta. Afferma che l’amore trasformante di Dio mira alla giustizia, alla pace e alla salvaguardia del creato. «La Chiesa in trasformazione» è il tema che attraversa il suo lavoro. A conclusione di questa intervista, affronta anche il ruolo che il contesto riveste nell’atteggiamento delle Chiese riguardo al tema del cambiamento e le differenze che rileva rispetto alle Chiese evangeliche in Italia.

Dal 2029 l’EKKW diventerà la prima Chiesa regionale in Germania a pianificare un cambio di sistema nel ministero pastorale: i nuovi pastori saranno assunti esclusivamente con contratti di diritto privato. Una scelta che segna una rottura con decenni di prassi consolidata.

Finora, in Germania, i pastori evangelici della Chiesa evangelica in Germania (EKD) hanno avuto, nella maggior parte dei casi, un rapporto di servizio di diritto pubblico con la rispettiva Chiesa regionale. Si tratta di uno status simile a quello degli dipendenti pubblici statali, tanto che spesso si parla di “dipendenti ecclesiastici”.

Dopo il periodo di vicariato — un incarico a tempo determinato che segue gli studi teologici — normalmente avviene la nomina a tempo indeterminato. Retribuzione, pensione e indennità risultano in gran parte equiparabili a quelle dei dipendenti pubblici statali. Gli stipendi sono finanziati principalmente attraverso la tassa ecclesiastica.

La nomina stabile viene concessa, di norma, a chi al momento dell’ordinazione non ha ancora compiuto 35 anni. Chi invece accede al ministero pastorale provenendo da altri percorsi professionali — ad esempio dopo un master in teologia — supera spesso questo limite d’età e viene quindi assunto con un contratto di diritto privato.

La crisi silenziosa del sistema pensionistico ecclesiastico

Il problema è finanziario, ma non solo. «L’evoluzione nella nostra Chiesa regionale è tale che la responsabilità per il sostentamento dei pastori sta diventando sempre più onerosa», spiega la vescova in un’intervista esclusiva all’Agenzia NEV. «Il numero dei nostri membri sta diminuendo. Ma diminuisce anche il numero dei pastori disponibili».

Nel sistema attuale — quello di diritto pubblico — la Chiesa, in quanto datore di lavoro, deve finanziare in prima persona la pensione dei propri dipendenti. Le pensioni dei pastori, infatti, non rientrano nel normale sistema pensionistico statale. Sono a carico dell’istituzione ecclesiale.

Il calcolo è chiaro. Se un pastore viene ordinato oggi ed entra in servizio, lavora trent’anni e va in pensione nel 2060, la Chiesa si impegna a sostenerne la pensione per altri venti o trent’anni circa. A questo si aggiungono eventuali indennità per il coniuge o il partner.

«Con l’ordinazione», dice Hofmann, «la Chiesa si impegna a fornire un sostegno a lungo termine. Ma alla luce degli sviluppi che ci attendono, non sappiamo se potremo effettivamente garantire tale sostegno». La Chiesa ha il dovere di agire con onestà prima di tutto e prendersi cura dei propri lavoratori significa anche costruire insieme un cambiamento che sia condiviso e sostenibile per tutti.

Illudere i nuovi pastori sarebbe irresponsabile

Beate Hofmann, infatti, non vuole edulcorare il problema. «Di conseguenza, è in realtà irresponsabile includere le persone in questo sistema pensionistico di diritto pubblico. La scelta del rapporto di lavoro di diritto privato è, a mio avviso, la più onesta».

È una posizione scomoda, ma argomentata. Su cui è bene essere chiari: l’EKKW non sta scaricando i suoi pastori. Sta semmai scegliendo di non fare promesse che non può mantenere. I nuovi pastori assunti con contratti di diritto privato rientreranno nel sistema pensionistico generale con i relativi contributi. Una condizione che li avvicina, sotto molti aspetti, ai lavoratori dipendenti del settore civile.

Un doppio binario fino al 2060 e oltre

La transizione non sarà indolore. Dal 2029 in poi, l’EKKW opererà con un doppio sistema: i pastori già in servizio mantengono i diritti acquisiti sotto il vecchio regime di diritto pubblico; i nuovi entreranno nel sistema di diritto privato.

«Dal 2029 seguiremo quindi un doppio binario e questo sarà impegnativo». Ma non farlo, aggiunge, sarebbe stato ancora più irresponsabile.

Tuttavia si tratta di accompagnare le persone che, servendo la Chiesa, si sono affidate ad essa: averne cura esige una responsabilità pragmatica e trasparente.

I nuovi rapporti multiprofessionali richiedono un cambiamento culturale

«In questo processo vogliamo modificare consapevolmente i rapporti gerarchici, appiattirli, e per farlo è necessario un cambiamento culturale che richiede tempo, una generazione».

Oggi è importante la multiprofessionalità e il lavoro alla pari. Ciò è più facile da attuare se tutti sono assunti a parità di condizioni, e dovrebbe garantire un rapporto fraterno all’interno dei team, spiega Hofmann.

In molte comunità si avverte questo cambiamento come una trasformazione profonda, che non funziona da un giorno all’altro. «Questi processi devono essere seguiti da vicino dai superiori. Questo cambiamento dà il via a continui processi di negoziazione».

Il o la pastore/pastora diventa quindi un manager della comunità?

«No. Ci troviamo in un intenso dibattito: come possiamo alleggerire i pastori dai compiti amministrativi? Perché dobbiamo riflettere bene: dove e come impieghiamo i pastori con le loro competenze teologiche specifiche e quali compiti svolgono gli altri?»

La chiave per accettare il cambiamento

«Abbiamo concepito l’intero processo di trasformazione fin dall’inizio in modo orientato alla partecipazione. I processi parziali sono gestiti da un team in cui è presente una persona per ogni livello gerarchico. Per chiarire fin dall’inizio: dobbiamo collaborare tutti insieme. Si tratta di comunicare il cambiamento e di rendere possibile la partecipazione».

È il tentativo di plasmare il cambiamento prima che sia il cambiamento a plasmare noi. Nella consapevolezza che “non sempre si riesce ad anticipare «l’onda», a volte si tenta solo di sopravviverla”.

«Tuttavia, una cosa è certa: la disponibilità al cambiamento presuppone una comunicazione chiara».

Diaspora: quale ruolo gioca il contesto?

Una riforma che guarda al futuro delle chiese protestanti

La vescova chiarisce: «Per le Chiese evangeliche in diaspora, come in Italia, la situazione è naturalmente diversa: il fatto di essere sempre stati pochi e diversi fa parte dell’identità.

Non sentono una pressione al cambiamento così forte, ad esempio perché i grandi cambiamenti sono già alle loro spalle. Questo in alcuni casi può anche rendere più difficile cambiare qualcosa. Alcuni potrebbero avere l’atteggiamento: «Siamo sopravvissuti finora perché la nostra Chiesa è così com’è, perché dovremmo rinunciarci, visto che finora ha funzionato?»

L’atteggiamento di fondo è completamente diverso da quello delle Chiese che un tempo erano maggioritarie, come in Germania. Qui è chiaro che la Chiesa come modello che abbiamo conosciuto finora sta giungendo alla fine e sta arrivando qualcosa di radicalmente nuovo. E la domanda è proprio: cosa sta arrivando?»


Beate Hofmann è vescova della Chiesa evangelica di Kurhessen-Waldeck (EKKW) e professoressa di teologia pratica. Il tema centrale del suo lavoro è «La Chiesa in trasformazione».

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