Ai tempi che Berta filava… 22 Maggio 2026 – Posted in: Modi di dire – Tags: #curiosità, #etimologia, #fenomenologia, #Linguaitaliana, #medioevo, #modididire, #proverbi, #StoriaDelleParole, #TradizioniPopolari, cultura
Ai tempi che Berta filava: origine e significato di un modo di dire antico
“Ai tempi che Berta filava” è uno di quei modi di dire che sembrano usciti da una vecchia cucina, da una stanza con il fuoco acceso, da un mondo in cui il tempo passava più piano.
Oggi lo usiamo per indicare un tempo molto lontano, quasi perduto. Ma la forma più antica e più interessante è un’altra: “Non sono più i tempi che Berta filava”. Il senso, quindi, non è solo “tanto tempo fa”, ma anche: quel mondo non esiste più. È finita un’epoca. Si è chiusa una porta.
La Crusca registra infatti il proverbio nella forma “Non è più tempo, che Berta filava”, spiegandolo come “non è più il tempo della felicità”. Una frase malinconica, più che nostalgica. Come dire: prima era un’altra cosa, ora no.
Ma chi era questa Berta?
La tradizione più nota identifica Berta con Bertrada di Laon, detta anche Berta la Piedona, moglie di Pipino il Breve e madre di Carlo Magno. Il soprannome, secondo la leggenda, derivava da una particolarità fisica: un piede più lungo dell’altro. (Wikipedia)
La sua storia fu raccontata nel Medioevo da Adenet le Roi, troviere vissuto nel XIII secolo, nel poema Li Roumans de Berte aus grans piés. Qui Berta appare come una principessa vittima di uno scambio d’identità: durante il viaggio verso il futuro sposo, viene sostituita dalla figlia della sua dama di compagnia. Riesce però a fuggire e trova rifugio presso un umile taglialegna, vivendo per un periodo come filatrice.
Alla fine, proprio quel dettaglio fisico — il piede diverso — permette di riconoscerla. L’inganno viene scoperto e Berta torna al posto che le spettava. Da qui il legame con il filare e con il mondo delle filatrici, anche se siamo più nel campo della tradizione letteraria che della storia documentata.
Esiste poi un’altra versione, più popolare e moraleggiante. In questa leggenda Berta sarebbe una povera vedova, devota al suo sovrano. Un giorno gli dona una lana finissima, frutto del suo lavoro. Il re, colpito dalla generosità della donna e dalla sua povertà, la ricompensa con grande abbondanza.
Quando però altri sudditi, venuti a sapere della ricompensa, iniziano a portargli filati nella speranza di ottenere lo stesso favore, il sovrano risponde: “Non sono più i tempi che Berta filava.”
Ed ecco il cuore del proverbio: il gesto autentico non si può imitare a comando. La grazia di un tempo, quando diventa calcolo, non funziona più.
In fondo, questo detto ci parla ancora oggi.
Lo usiamo per dire che le cose sono cambiate, certo. Ma sotto c’è qualcosa di più sottile: la consapevolezza che certi mondi non tornano, certi gesti non si ripetono, certe innocenze si perdono per strada.
“Ai tempi che Berta filava” non è solo un modo per indicare il passato.
È una piccola elegia popolare.
È il ricordo di quando il filo passava tra le dita, il tempo aveva un rumore più umano, e forse anche la fortuna sapeva riconoscere chi donava senza aspettarsi nulla in cambio.
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