Uno studio guidato dell’Istituto Auxologico ha identificato il ruolo di specifici “geni modificatori” nella sindrome del QT lungo
Una scoperta destinata a cambiare l’approccio alle aritmie genetiche e alla prevenzione della morte cardiaca improvvisa nei giovani arriva dall’Italia. A firmarla è il gruppo guidato dal professor Peter Schwartz, direttore del Centro Aritmie Genetiche dell’IRCCS Istituto Auxologico Italiano, insieme a ricercatori italiani e internazionali. Lo studio è stato pubblicato sullo European Heart Journal, una delle più autorevoli riviste scientifiche del settore.
La ricerca riguarda la sindrome del QT lungo, una malattia genetica che altera l’attività elettrica del cuore e rappresenta una delle principali cause di morte improvvisa nei bambini e nei giovani adulti. La patologia può manifestarsi con svenimenti improvvisi, arresto cardiaco o eventi fatali spesso legati a sforzi fisici, forti emozioni o stimoli improvvisi.
Alla base dello studio c’è una domanda che Schwartz si è posto da oltre vent’anni: perché persone appartenenti alla stessa famiglia e portatrici della stessa mutazione genetica possono avere destini completamente diversi, con alcuni pazienti asintomatici e altri colpiti da aritmie gravissime?
Da questa intuizione nasce il concetto di “geni modificatori”: varianti genetiche comuni e apparentemente innocue che, in presenza della mutazione responsabile della malattia, possono però modificarne gli effetti, aumentando oppure riducendo il rischio di aritmie fatali.
La svolta è arrivata grazie allo studio di una variante del gene MTMR4 individuata in una famiglia con sindrome del QT lungo di tipo 1. Attraverso tecnologie avanzate basate su cellule staminali pluripotenti, i ricercatori hanno scoperto che questa variante esercita un effetto protettivo nei confronti delle aritmie. Successivamente, l’analisi è stata estesa a 1.192 pazienti seguiti dal Centro Aritmie Genetiche di Milano. I risultati hanno evidenziano un dato finora mai dimostrato: la stessa variante genetica può avere effetti opposti a seconda della forma di malattia: nei pazienti con QT lungo di tipo 1 può ridurre il rischio di eventi cardiaci, mentre in quelli con QT lungo di tipo 2 può aumentarlo.
Secondo gli autori, la scoperta introduce un nuovo paradigma nella genetica cardiovascolare: il rischio individuale non dipende soltanto dalla mutazione responsabile della malattia ma dall’intero contesto genetico del paziente. Un elemento che rafforza l’importanza della medicina di precisione e di strategie terapeutiche sempre più personalizzate.
La scoperta ha già ricadute concrete nella pratica clinica. All’Auxologico Italiano, infatti, lo screening della variante di MTMR4 individuata è stato integrato nei test genetici di routine per i pazienti con sindrome del QT lungo. Questo consente ai medici di modulare prevenzione e trattamento sulla base del profilo genetico individuale. Parallelamente, il gruppo di ricerca sta studiando, anche con strumenti di intelligenza artificiale, nuove possibili strategie terapeutiche ispirate al meccanismo biologico individuato nello studio.