LO SCRANNO DI MATTEOTTI ALLA CAMERA. La parola socialista torna in parlamento - Partito Socialista Italiano

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di Lorenzo Cinquepalmi

La parola “socialista” è tornata, e per sempre, in Parlamento. La damnatio verbis che da più di trent’anni colpisce un termine che per oltre un secolo è stato sinonimo di libertà e di giustizia sociale, è stata vinta dal sangue di un uomo che all’Ideale ha sacrificato tutto. Sul banco di deputato di Giacomo Matteotti, da qualche giorno, si legge che “da questo banco il deputato socialista Giacomo Matteotti pronunciò lo storico discorso del 30 maggio 1924, in difesa del libero parlamento e contro le intimidazioni e le violenze fasciste, che gli sarebbe costato la vita”. La Camera dei Deputati, in cui i post fascisti sono più di un quarto dei componenti, in cui la maggioranza è di destra, in cui il presidente appartiene al partito che agitava un cappio nella stessa aula contro i socialisti, su proposta di un parlamentare già del Movimento 5 Stelle e poi verde di Alleanza Verdi Sinistra, ha deliberato di incidere quelle parole e il nome di Giacomo Matteotti lì dove lui sedeva. E se il giorno dell’inaugurazione della targa la cerimonia è disertata da quella stessa destra che non ha fermato la proposta, pur avendo la forza politica di farlo, significa semplicemente che Matteotti ha dato all’Idea Socialista, a cui ha sacrificato la vita, una forza che trascende la dinamica politica contingente. Perchè una cosa deve essere chiara: Giacomo è stato martire antifascista, e martire della “difesa del libero parlamento”, perché socialista. La sua battaglia per la libertà, per i diritti, per la giustizia sociale, è una conseguenza del suo socialismo, non un presupposto; è così chiaro che il socialismo è l’essenza della figura di Matteotti, che la facile tentazione di dissimulare questa essenza non si materializza. Sarebbe stato facile scrivere solo “il deputato Giacomo Matteotti” su quella targa, ma, semplicemente, non si poteva: Giacomo è il socialismo, non se ne può richiamare il magistero e l’esempio, ricordare il sacrificio, senza usare questa parola potente e impegnativa: socialista. Sia chiaro a tutti coloro che usano il nome, l’immagine, la potenza evocativa di una figura ancora così presente nell’immaginario collettivo del nostro Paese: Matteotti e Socialismo sono la stessa cosa; non si può evocare Matteotti disgiuntamente dal suo Ideale. E allora, se questa figura è attuale, e lo è, allora anche il socialismo è attuale, a dispetto della damnatio verbis che lo perseguita ad opera dei troppi interessati ad accreditarsi come unici rappresentanti politici di quelle fasce sociali che il socialismo ha rappresentato e rappresenta in tutta Europa. Questa è la vera anomalia italiana: le due principali famiglie europee, socialisti e popolari, non sono veramente rappresentate in Italia. È evidente come il Partito Democratico italiano, formalmente aderente al Partito Socialista Europeo, anche se solo da una dozzina d’anni, sia incapace di dichiararsi apertamente socialista. E che il partito italiano aderente al Partito Popolare Europeo, cioè Forza Italia, non abbia la base teorica e ideologica dei popolari, oltre a non avere, oggi, nemmeno la base elettorale di un partito popolare di massa. Il panorama politico italiano attuale è la conseguenza dell’azzeramento dei grandi partiti di massa, nella prima metà degli anni ‘90 del Novecento. Anche a prescindere dall’origine e dalla finalità di quel rivolgimento, è chiaro che tra le conseguenze attuali c’è un livello di formazione e di consapevolezza politica dei cittadini drammaticamente inferiore a quella della prima repubblica. Proprio Matteotti considerava la formazione politica delle masse come strumento essenziale dell’emancipazione e della partecipazione, che sono il presupposto della giustizia sociale, impegnando i socialisti a dedicarvisi con un’azione concreta e quotidiana, convinto come era che il socialismo si costruisse dal basso, attraverso l’educazione, il sindacalismo, le amministrazioni locali e la lotta politica non violenta. Sono concetti che ritroviamo in Rosselli, un altro martire del socialismo riformista. La concretezza del lavoro quotidiano, della competenza, della preparazione tecnica, hanno reso allora, e rendono oggi, il socialismo riformista di Matteotti incompatibile con qualsiasi forma di populismo. Allora il populismo massimalista era incarnato da fascisti e comunisti; oggi, lo stesso costume politico di ipocrite promesse più o meno rivoluzionarie e sempre illusorie è praticato sia dalla destra che dalla sedicente sinistra. Matteotti opporrebbe oggi a questo inganno, come opponeva allora, un programma di riforme concrete, economicamente sostenibili, attente alla destinazione delle risorse e alla necessità di temperare le dinamiche dell’economia di mercato, naturalmente proclive al drenaggio della ricchezza più che alla sua redistribuzione. Matteotti, che concepiva la cultura come strumento di emancipazione delle masse attraverso la democrazia e la tutela dei diritti, oggi contemplerebbe con spavento questi cittadini saturi di nozioni ma infinitamente più ignoranti dei loro padri e dei loro nonni, perché sottilmente e progressivamente privati dell’attrezzatura logica necessaria per mutare le nozioni in cultura, in capacità di scelta, in attitudine all’azione. Di fronte a tutto questo, al triste spettacolo della progressiva atrofia della partecipazione dei cittadini alla vita politica del Paese, il semplice dato della ricomparsa della parola socialista nell’aula di Montecitorio potrebbe apparire poca cosa, irrilevante, incapace di invertire il senso di rotazione della spirale involutiva che ha portato l’Italia, in quarant’anni, dall’essere la quarta potenza economica del pianeta a una innegabile marginalità, condizionata dalla crescita asfittica e dal progressivo impoverimento. Certo, il socialismo riformista di Matteotti e di tanti suoi eredi è chiaramente incompatibile con gli interessi il cui prevalere ha determinato l’innesco di quella spirale. Eppure, è in cose che sembrano irrilevanti che vanno colti i primi indizi di un cambiamento delle condizioni attraverso le quali il socialismo riformista è stato emarginato dalla memoria e dai pensieri dei cittadini. Se il benessere di qualsiasi paese non può prescindere dalla presenza, nel suo sistema politico, di una forza riformista, progressista, egualitaria e al tempo stesso responsabile e pragmatica, cioè, in una parola, socialista, a maggior ragione in Italia, che nell’occidente è la nazione che più ha perduto sul terreno della diffusione del benessere, è imperiosa la necessità di ripresa della cultura politica socialista. Le forze politiche che oggi si qualificano di sinistra, quella cultura politica non l’hanno e in gran parte la rifiutano. Ma improvvisamente, quasi incredibilmente, pur in assenza delle condizioni anche minime, accade che in un parlamento guidato da un esponente di un partito di destra, dominato da una solida maggioranza di destra, la parola “socialista” riappare incisa sul banco che fu del deputato simbolo dell’antifascismo. Un astromante del firmamento politico vi vedrebbe il segno del cambiamento. Tutti coloro che sentono il bisogno del cambiamento, anche se non ancora consapevoli di quale, devono cogliere quel segno. Giacomo torna, ergendosi su quel banco parlamentare a lui consacrato in eterno, a dirci che le sfere dell’orologio hanno completato il giro e tornano a battere l’ora del suo socialismo: riformista, gradualista, umanitario, egualitario, retto e competente. Non è più tempo di contese, di nostalgie, di divisioni e di meschinità. È tempo di scegliere se impegnarsi per riportare avanti i troppi rimasti indietro, o accoccolarsi nella spirale discendente. Giacomo la scelta l’ha fatta quando era ancora un ragazzo, l’ha pagata con la vita quando era un giovane uomo, la indica oggi che è un simbolo. Sta a noi seguirlo.

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