Scuole chiuse, centri estivi sempre più costosi e famiglie senza reti di supporto: il rischio è allargare ulteriormente la forbice sociale
Le scuole sono terminate e per gli alunni italiani è iniziata finalmente l’estate, ma dietro i sorrisi sereni dei bambini si scorgono i volti ansiosi di quei genitori che dovendo continuare la propria attività professionale non sanno a chi lasciare i figli durante la lunga pausa estiva dalle lezioni.
Piano Estate: la scuola un luogo di studio e di aggregazione
Il Governo ha provato a rispondere anche quest’anno all’esigenza delle famiglie italiane con il Piano Estate. Il Ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, ha firmato il decreto da 300 milioni di euro rivolto al finanziamento di attività ricreative e di potenziamento delle competenze dei più giovani, da svolgersi durante il periodo di sospensione delle lezioni all’interno delle strutture scolastiche, luogo di studio ma anche punto di riferimento per la socialità dei ragazzi.
“Il Piano Estate – ha sottolineato il Ministro in una nota- offre preziose opportunità agli studenti. Siamo convinti che sia necessario rendere la scuola un luogo di aggregazione, soprattutto per i bambini e i ragazzi che, nel periodo delle vacanze, perdono un punto di riferimento fondamentale e non possono contare su altre esperienze di crescita personale a causa delle esigenze lavorative dei genitori o per particolari situazioni familiari”.
Centri estivi salati per le famiglie italiane. Così si allarga la forbice sociale
Il Piano Estate voluto dal Governo, risulta un’iniziativa importante che però, anche a causa dei fondi messi a disposizione, rischia di non offrire un vero aiuto a tutte le famiglie italiane. Chi non riuscirà a beneficiare delle attività proposte dagli istituti scolastici, in mancanza di una rete familiare di supporto, dovrà cercare alternative che spesso si presentano eccessivamente “salate”.
Secondo i dati del 4° Monitoraggio annuale, realizzato dall’Osservatorio Eures-Adoc (Associazione Difesa Orientamento Consumatori) su circa 200 strutture private monitorate in otto grandi città italiane, la tariffa media nazionale a tempo pieno è salita di 179 euro a settimana per bambino. Si tratta di un’impennata di prezzo, che, come svela la ricerca, condotta dal 2023 al 2026, supera le dinamiche di mercato. A fronte di un’inflazione nazionale pari al +2,7% su base annua, infatti, il costo medio settimanale dei centri estivi è aumentato del 3,5% nell’ultimo anno e del 27% nell’ultimo triennio.
Un’Italia spaccata in due
L’indagine Eures rivela, ancora una volta, come l’Italia sia un Paese spaccato in due. Al Nord la spesa media settimanale a tempo pieno di un centro estivo privato, per bambino tocca i 196 euro a settimana, al Centro 185 euro e al Sud con 143 euro.
Milano si attesta in assoluto la città italiana più cara con una media di 233 euro a settimana, al secondo posto si colloca Firenze con 187 euro, Bologna con 181 euro – che si aggiudica anche il poco ambito primato di un rincaro record +71 euro nel triennio – segue Torino con 171 euro e Roma con 165 euro. Nel Sud Italia i costi risultano leggermente più contenuti ma comunque gravosi rispetto ai redditi medi, oscillando tra i 153 euro di Palermo, i 142 euro di Napoli (unica città in lieve calo) e i 137 euro di Bari, che però nell’ultimo anno ha registrato un balzo del +25,8%. Un costo comunque enorme per le famiglie, che rischia di discriminare i più fragili.
Il rischio è di allargare la forbice sociale
Anna Rea, Presidente Adoc nazionale è chiara: “Sostenere costi così alti – evidenzia in una nota- significa creare barriere d’accesso discriminatorie a danno esclusivo dei genitori, in particolare di chi lavora a tempo pieno, non ha una rete di supporto familiare o laddove il carico di cura è sostenuto principalmente dalle madri. Vi è inoltre il rischio reale di una lunga interruzione della fase di apprendimento, che isola i minori più fragili a casa, spesso davanti a tablet o cellulari. Il concetto basilare è che le famiglie non cercano un “parcheggio” o un’area di sosta assistenziale per poter andare a lavorare, ma pretendono educazione, attività culturali, stimoli e socializzazione per la prosecuzione della crescita formativa dei propri ragazzi”