Allevamento intensivo: se la campagna diventa una fabbrica

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Le inchieste e i documentari che in questi anni ci hanno raccontato alcune delle criticità più acute dell’allevamento intensivo ci hanno parlato di cosa succede dentro molti di quei capannoni, come stanno gli animali, quanti ne muoiono, come vengano quotidianamente mortificati (nel senso proprio e figurato).

Questa è una parte del racconto, e il fatto che ci siano delle norme per il benessere animale che prevedono sanzioni quando vengono violate, rende quelle denunce preziose e quei problemi, almeno sulla carta, risolvibili.

Tuttavia, il ragionamento sugli allevamenti intensivi, quelli che lavorano rispettando le leggi, merita un approccio più ampio, e richiede la descrizione di una serie di tessere che dovrebbero essere destinate a comporre un puzzle coerente, nel solco della legalità, ma guardando i pezzi da vicino ci si rende conto che non c’è modo di tenerli insieme.

Proviamo quindi, unendo la pazienza di chi scrive a quella di chi legge, a capire come funziona questo settore, quali normative lo regolano e quali contraddizioni è esposto.

Leggi o scarica il Longform in formato PDF qui, di Cinzia Scaffidi

Tessera n. 1: Il Codice Civile: tutti imprenditori agricoli, nessun agricoltore

L’articolo 2135 del Codice Civile, nella sua più recente versione, datata 2001, così definisce l’imprenditore agricolo:

È imprenditore agricolo chi esercita una delle seguenti attività: coltivazione del fondo, selvicoltura, allevamento di animali e attività connesse.

Per coltivazione del fondo, per selvicoltura e per allevamento di animali si intendono le attività dirette alla cura ed allo sviluppo di un ciclo biologico o di una fase necessaria del ciclo stesso, di carattere vegetale o animale, che utilizzano o possono utilizzare il fondo, il bosco o le acque dolci, salmastre o marine.

Si intendono comunque connesse le attività, esercitate dal medesimo imprenditore agricolo, dirette alla manipolazione, conservazione, trasformazione, commercializzazione e valorizzazione che abbiano ad oggetto prodotti ottenuti prevalentemente dalla coltivazione del fondo o del bosco o dall’allevamento di animali, nonché le attività dirette alla fornitura di beni o servizi mediante l’utilizzazione prevalente di attrezzature o risorse dell’azienda normalmente impiegate nell’attività agricola esercitata, ivi comprese le attività di valorizzazione del territorio e del patrimonio rurale e forestale, ovvero di ricezione ed ospitalità come definite dalla legge.

Il cuore fragile di questo impianto sta nella prima riga, dove si legge “una delle seguenti attività”. Una. Chi alleva animali è un imprenditore agricolo. Non importa se non ha terra per coltivare foraggio; non importa se non ha campi in cui spandere i reflui. Basta che abbia un edificio con dentro degli animali.

C’è un cortocircuito ideologico e normativo. Il Codice Civile include nella definizione di “imprenditore agricolo” anche chi alleva animali prescindendo totalmente dal possesso o dall’uso della terra. Ma se la legge scritta consente questa finzione giuridica — equiparando una stalla-fabbrica cementificata a un’azienda agricola tradizionale —, la realtà dei fatti ci dice l’esatto contrario. Sganciare l’allevamento dal fondo agricolo significa trasformare l’agricoltura in pura industria manifatturiera della carne, scaricando però i costi ambientali sulla collettività, contravvenendo però, lo vedremo, all’articolo 41 della costituzione.

L’allevamento viene sganciato dalla terra e gli animali sono semplicemente uno strumento di trasformazione del mangime in carne o latte o uova. Grazie a quell’articolo del Codice Civile l’allevamento intensivo può, anzi deve, essere considerato, anziché un’attività industriale come di fatto è, un’attività agricola: può, quindi, non solo installarsi in campagna, ma anche godere di una serie di normative e benefici che, inizialmente pensate per tutelare gli agricoltori che presidiano territori, forniscono servizi ecosistemici, mantengono paesaggio, identità e cultura, non possono non essere applicate anche a chi tutti questi fattori positivi non li offre, anzi crea una serie di disagi quando non di veri e propri danni.

Una qualunque ditta artigiana, con 10 dipendenti, immaginiamo uno scatolificio, se chiede di insediarsi in un Comune dovrà stare nella zona industriale: riceve Tir di cartoni, fa uscire Tir di scatole. Un’azienda con 2000 vacche che ogni giorno riceve Tir di mangimi e fieno e fa uscire autobotti di liquami, cisterne di latte o Tir di animali destinati al macello, si può accomodare in mezzo alle nostre campagne, le cui strade non sono pensate per questo genere di trasporti, dove ci sono centri abitati con famiglie che si ritrovano a vivere non solo in mezzo al passaggio dei Tir, ma anche immerse giorno e notte nei miasmi di quella produzione. Famiglie che già c’erano, non hanno scelto di trasferirsi là. Anzi, quelle che possono scelgono di andarsene.

Tessera n. 2: I Comuni agricoli

In Italia ci sono circa 7800 Comuni, il 23 % circa dei quali non supera i 5mila abitanti e complessivamente la maggior parte dei Comuni Italiani non supera i 20mila abitanti. La SAU (superficie agricola utilizzabile) in Italia è di circa 12,6 milioni di ettari, che corrispondono a poco meno della metà del territorio nazionale (solitamente quest’ultimo dato è espresso kmq: sono 302 mila poiché include anche le superfici lacustri, le zone montagnose, etc). Circa 2,5 milioni di ettari è la SAU della Pianura Padana, il 20% di quella nazionale.

Non esistendo una definizione di legge di “comune agricolo”, ci si basa sulla densità di popolazione ed altri parametri socio economici, sicché possiamo dire, sulla base della classificazione del Piano Strategico Nazionale fatto per la PAC, che il 70% circa dei comuni italiani si possono considerare “rurali” poiché hanno una densità abitativa inferiore a 150 abitanti/km² e/o  superfici agro-forestali che superano i due terzi del territorio comunale.

Basterebbero queste informazioni per rendersi conto che i Comuni in cui ha senso insediare un allevamento intensivo da migliaia di capi in Italia sono pochissimi, se pure ci sono. Non è possibile non vedere il corto circuito demografico ed ambientale che l’insediamento di un allevamento da migliaia di capi può portare in un territorio i cui equilibri reggono su una proporzione tra il terreno e i viventi che non può essere sovvertita.

Tessera n. 3: A cosa serve la terra

Accettiamo per buona la definizione del Codice Civile, che non solo elenca le possibili attività agricole come se fossero variabili indipendenti ognuna dalle altre, ma non pone alcun obbligo, per quelle riguardanti l’allevamento, di utilizzare un certo quantitativo di terreno. Facciamo finta che sia sensato allevare qualche migliaio di capi bovini, suini, avicoli (in quest’ultimo caso però sono decine di migliaia) senza che l’azienda “agricola” sia tenuta a possedere nemmeno un ettaro di terra. 

Domandiamoci però a cosa serve la terra: potrebbe servire, innanzitutto, a produrre il cibo per gli animali che si vogliono allevare. Qui “rimedia” il mercato: fieno, cereali, soia e in generale tutto il mangime necessario per l’allevamento si può acquistare. Se il tuo vicino lo producesse lo potresti acquistare da lui, ma se il tuo vicino ha una vera e normale azienda agricola con qualche ettaro non sarà mai in grado di fornirti giornalmente (e per 365 giorni l’anno) le svariate decine di tonnellate di cibo che servono, ad esempio, per un allevamento di 2000 bovini. 

Certo, una parte importante della zootecnia di Gonzaga, legata alla filiera del Parmigiano Reggiano, rispetta i vincoli del disciplinare DOP, che impone l’uso di foraggi del territorio nella misura del 60% almeno. Il vero nodo ambientale, tuttavia, risiede altrove. Da un lato c’è la massiccia presenza di allevamenti suinicoli, del tutto slegati da questi vincoli foraggeri e alimentati con mangimi industriali di provenienza globale. Dall’altro, persino nelle stalle da latte più intensive, la produzione viene esasperata attraverso l’uso di mangimi concentrati e proteici d’importazione (come la soia). Ovvero: quei bovini avranno comunque (e come è ovvio) bisogno di terra, ma la terra sarà terra brasiliana o argentina o statunitense. Su quelle terre ci stanno agricoltori che a loro volta possono considerare industrie le loro aziende agricole o quelle per cui lavorano: grandi estensioni di monocolture che sottostanno a regole molto diverse da quelle europee, con la possibilità di utilizzare (avvelenando persone, terreno e falde acquifere) principi attivi che in Europa sono vietati, ma che in quei paesi si possono usare per produrre quello che poi l’Europa importa. A questo servono le richieste che Slow Food ed altre associazioni continuano a ripetere all’Unione Europea affinché stabilisca misure specchio (ovvero norme che impongano a chi esporta soia, mais, carne, in Ue di seguire per i propri prodotti le norme previste dalla legge europea) negli accordi commerciali con i paesi terzi da cui importa beni agricoli destinati all’alimentazione animale e umana. 

Ma la terra, in un’azienda agricola equilibrata, non serve solo a produrre cibo per gli animali. Serve anche a ricevere i liquami che quegli animali producono e che – sempre se le misure sono ragionevoli – le consentono di reintegrare la fertilità messa al servizio del raccolto. 

Dal punto di vista ambientale questa è la criticità principale legata agli allevamenti intensivi, perché in questo ambito la normativa europea c’è e si chiama Direttiva Nitrati. Questa direttiva stabilisce un limite invalicabile per proteggere le falde acquifere: nelle Zone Vulnerabili da Nitrati (come la Pianura Padana), non si possono spandere più di 170 kg di azoto per ettaro all’anno. Significa che un ettaro di terreno può sopportare al massimo 2 vacche da latte o 16 maiali. Quando i capi sono decine di migliaia e la terra di proprietà non basta o addirittura non esiste, i reflui diventano un rifiuto speciale da piazzare sui terreni altrui o da bruciare. 

In Italia alleviamo complessivamente circa 8 milioni di suini e 6 milioni di bovini. Per smaltire sul terreno tutte le loro deiezioni ci servirebbero complessivamente 3 milioni e mezzo di ettari. Ne abbiamo molti di più, ricordate? Circa 12 milioni e mezzo. Ma con i numeri si può giocare solo fino a quando, dispettosamente, interviene la realtà dei fatti.

E infatti il conteggio si inceppa se guardiamo alla distribuzione: il 60% dei bovini e l’80% dei suini allevati in Italia si collocano nella Pianura Padana, ovvero nelle zone pianeggianti di Lombardia, Veneto, Emilia Romagna e Piemonte. E la Pianura Padana, anche questo lo abbiamo già visto, ha “solo” 2,5 milioni di ettari coltivati, peraltro non tutti utilizzabili al fine dello smaltimento delle deiezioni dato che circa il 40% della SAU della Pianura Padana è considerata ormai satura di azoto secondo la Direttiva Nitrati. 

Che si fa dunque? Si portano i liquami ai biodigestori che producono biometano e in alcuni casi anche energia elettrica. Quando i biodigestori sono di media piccola scala e collegati all’azienda agricola che li ha installati, sono un’ottima risorsa e un’ottima soluzione per un sistema di produzione agricola integrata. Quando invece questi biodigestori sono grandi impianti ai quali i grandi allevamenti conferiscono i liquami, il problema diventa, ancora una volta, insostenibile per via del traffico di autobotti nelle zone rurali, che si aggiunge al traffico dei rimorchi che trasportano i mangimi e al traffico dei rimorchi che trasportano animali e a quello delle autocisterne che trasportano il latte.

Tessera n. 4: Chi paga cosa?

Forse ricorderete una vignetta  sulla differenza tra uguaglianza ed equità. Nella prima parte della vignetta si vedono tre bambini di diverse altezze che vogliono guardare una partita di baseball in corso al di là di uno steccato. Ognuno dei tre dispone di uno sgabello su cui salire. Il più alto, che già di suo è più alto dello steccato, salendo sullo sgabello migliora la sua visuale, ma non in modo decisivo; quello di mezzo grazie allo sgabello può vedere oltre lo steccato; il terzo, che è il più basso, nemmeno con lo sgabello riesce a seguire la partita. Nella seconda parte della vignetta si vede il primo ragazzo seguire agevolmente la partita con i piedi per terra e il terzo disporre di due sgabelli uno sull’altro per riuscire finalmente a vedere al di là dello steccato. Quello di mezzo rimane con il suo sgabello. 

Diciamo che è la versione “visual” del precetto marxista “a ciascuno secondo i suoi bisogni, da ciascuno secondo le sue possibilità”, che sembra essere una sintesi perfetta di come bisognerebbe organizzarsi su parecchie cose. 

Per esempio, le tasse.

Le aziende agricole che gestiscono con equilibrio la produzione, le risorse ambientali, il territorio in cui risiedono e la propria attività produttiva fanno molto di più che produrre cibo. Tutelano un territorio sotto il punto di vista paesaggistico, ambientale, idrogeologico, sociale, culturale, identitario. Proteggono la salute pubblica. Creano occupazione di qualità, ovvero occupazione stabile, legale, formata. Mantengono una comunità in un luogo, permettendo a quel luogo di continuare ad evolversi. 

Per questa ragione quelle aziende hanno diritto a dei vantaggi economici, perché tutte queste cose che abbiamo elencato sono anche vantaggi economici, dato che si riverberano in un alleggerimento del carico delle istituzioni competenti, le quali, sia detto per amore di completezza, fanno il loro lavoro grazie alle tasse pagate dai cittadini (questo sono i cosiddetti “fondi pubblici”). Sicché se il Ministero per l’Ambiente o quello per la Salute avrà meno da fare perché c’è un’agricoltura sana che previene danni e malattie, è giusto che quell’agricoltura venga protetta, tutelata, sussidiata e alleggerita da carichi fiscali, dato che fa risparmiare soldi pubblici. 

Questi vantaggi economici sono in parte dati dai contributi europei e in parte dati dal fatto che le aziende agricole sono esentate dal pagamento di numerose tasse: non pagano tasse sul reddito da produzione, non pagano tasse sul reddito da lavoro, non pagano IMU, in parte non pagano TARI. Inoltre i fabbricati agricoli non vengono conteggiati quando si calcola il consumo di suolo, e di nuovo non importa se parliamo della cascina di famiglia o del capannone da tremila metri quadri. 

Ma visto che il Codice Civile ci dice che le aziende sono tutte uguali, che l’agricoltura è una cosa sola, non importa come venga attuata, ci imbattiamo nel paradosso dell’eguaglianza. Se tratto entità che uguali non sono in un modo uniforme, sto creando disuguaglianze. L’allevamento intensivo è il ragazzino abbastanza alto da godersi la partita senza usare lo sgabello. Se diamo anche a lui lo sgabello perché ottusamente pensiamo che sia giusto darne uno ciascuno (o perché il ragazzino è grande, grosso e prepotente e non ci conviene contrariarlo), ci mancherà il secondo sgabello che serve al più piccolo, che non vedrà la partita. 

Gli allevamenti industriali non rendono nessun servizio ecosistemico al territorio: fanno in modo che aree prima abitabili diventino delle cloache irrespirabili, usano strade di campagna per far transitare mezzi pesanti che le distruggono; non hanno relazione con le aziende della zona perché vivono di mangimi di importazione prodotti avvelenando o deforestando altri territori. Creano, semmai, nuovi bisogni (come la manutenzione straordinaria delle strade) per i quali il Comune è chiamato a rispondere.

Qualche anima candida, convinta che il mercato sappia sempre come sistemare i guai che combina, suggerisce: fate in modo che si assumano le spese di quel che gli serve, se rompono una strada la devono riparare. Invece nemmeno così funzionerebbe, anzi: se lasciamo alle società di capitali la gestione dei paesaggi rurali, finiremo per ritrovarci stradoni al posto delle strade – bianche o asfaltate ma comunque minori –  di campagna. Una viabilità a misura di Tir anche in mezzo alle cascine. Non è questo che vogliamo per i nostri paesaggi agricoli, non è questo che serve all’agricoltura italiana. All’agricoltura italiana serve che torni a comandare il buon senso.

Tessera n. 5: Qualcosa si può fare, ma attenzione a non fare troppo bene

C’è uno strumento che i Sindaci possono usare, si chiama PGT, Piano di Governo del Territorio, (una volta si chiamava Piano Regolatore). I PGT servono a regolare lo sviluppo urbanistico del Comune e possono inserire vincoli di diverso tipo (urbanistici, ambientali, distanziali) nelle proprie varianti e nel Piano delle Regole in modo da arginare l’espandersi degli allevamenti intensivi esistenti o da evitare che se ne installino di nuovi. I Comuni hanno infatti il potere di pianificare l’uso del suolo per proteggere la salute pubblica e il paesaggio, anche in virtù di una recente (2022) modifica dell’articolo 41 della Costituzione – ne accennavamo sopra –  che ha inserito la tutela della salute e dell’ambiente come limiti invalicabili alla libertà di impresa. I Comuni possono quindi fissare un numero massimo di capi ammissibili per azienda o per area, possono introdurre parametri stringenti sul carico di azoto per ettaro, possono fissare distanze minime molto ampie tra i nuovi allevamenti e le zone abitate, o le scuole, gli ospedali, gli alberghi o i ristoranti; possono vietare gli insediamenti nei parchi o nelle riserve naturali o dove ci sono corsi d’acqua o zone di ricarica delle falde acquifere. Possono inoltre porre vincoli edilizi o indici di fabbricabilità, ridurre le altezze massime consentite per fabbricati e silos. Possono imporre (al fine del rilascio di un nuovo permesso) l’installazione di tecnologie che evitino i cattivi odori, le emissioni di ammoniaca e le polveri sottili. Possono vietare l’accesso ai mezzi pesanti sulle strade seconda

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