Valencia non è la classica città spagnola sul mare. È un posto che ti prende per mano lentamente, che ti mostra una cosa alla volta, e che ogni volta che pensi di averla capita ti sorprende di nuovo. Passato e futuro che convivono senza contraddirsi. Tradizione e avanguardia che si guardano negli occhi a pochi passi di distanza. Mare e laguna. Mercati e musei. Arte barocca e architettura di un altro pianeta.
Ci sono arrivata un giovedì di giugno, con un volo da Napoli e nessuna aspettativa particolare. Sono ripartita la domenica con la certezza che sarei tornata. Perché Valencia non si visita. Si vive.
Il primo pomeriggio: alla scoperta del centro storico di Valencia
Dopo aver lasciato la valigia all’One Shot Ruzafa Hotel — in pieno centro, a due passi da tutto — ho fatto quello che faccio sempre quando arrivo in una città nuova: ho messo le scarpe comode e ho camminato. Le strade del centro storico mi hanno accolta con tavolini all’aperto, biciclette appoggiate ai muri e quell’atmosfera rilassata e solare che sembra essere scritta nel DNA spagnolo.
La prima tappa vera è stata il Mercado Central. E che mercato. Con i suoi ottomila metri quadrati e la sua magnifica architettura modernista, è il più grande mercato della Spagna e uno dei più grandi d’Europa. Sembra quasi una cattedrale costruita per celebrare il cibo: altissima, luminosa, con le vetrate che filtrano la luce e la fanno rimbalzare sui banchi di pesce freschissimo, sulle montagne di frutta, sulle spezie. Ho camminato tra le corsie lentamente, senza fretta, perché i mercati raccontano sempre molto di più delle guide turistiche. Raccontano come vive davvero una comunità. E qui, tra i profumi e le chiacchiere, ho avuto subito la sensazione di essere nel cuore autentico della città.
Il pranzo al ristorante Vaqueta Gastro Mercat a pochi passi dal mercato è stato il sigillo perfetto: cucina valenciana contemporanea, ingredienti di qualità e un’atmosfera curata ma informale. Il tipo di posto che vorresti avere sotto casa.
Nel pomeriggio ho esplorato il centro storico con una guida in italiano, e devo dire che è stata una delle scelte migliori del viaggio. Da sola avrei visto i luoghi. Con lei ho capito le storie.
La Lonja de la Seda, Patrimonio UNESCO, mi ha lasciata senza parole. Entrando nella Sala delle Colonne si ha quasi la sensazione di trovarsi dentro una foresta di pietra. Le colonne si avvitano verso l’alto come tronchi d’albero, e la luce che filtra dall’esterno crea un’atmosfera quasi mistica. Pensare che proprio qui, nel Quattrocento, si concludevano affari tra mercanti di tutto il Mediterraneo fa capire quanto Valencia fosse già allora una città internazionale e viva.
Poco distante, la Cattedrale custodisce una delle leggende più affascinanti di tutta la Spagna: si dice che qui sia conservato il Santo Graal. Che sia vero o no, c’è qualcosa di brivido nel pensarci mentre cammini tra quei muri antichi.
E poi c’è lei, la sorpresa più inaspettata: la Chiesa di San Nicolás, soprannominata la “Cappella Sistina valenciana”. Mi aspettavo uno dei soliti gioielli storici della città. Mi sono ritrovata invece a vivere qualcosa di completamente diverso. “La Luz de San Nicolás” è un’esperienza immersiva che, allo scoccare di ogni ora, trasforma la volta della chiesa in un enorme palcoscenico di luce. Gli affreschi si animano, gli angeli sembrano muoversi, le decorazioni barocche prendono vita accompagnate da musica ed effetti visivi che avvolgono tutto lo spazio. Per venti minuti arte, storia e tecnologia si fondono in qualcosa che non saprei definire altrimenti se non ipnotico. Vedere un luogo di culto del XIII secolo raccontarsi attraverso il videomapping è stata una di quelle esperienze che non ti aspetti e che rimangono.
E visto che ci sei, passa anche dalla chiesa di San Giovanni al Mercato, dove da pochi mesi viene proiettato un nuovo spettacolo immersivo di luci, dove puoi assistere anche alla riproduzione dell’affresco perduto.
Al tramonto, tappa d’obbligo al Café de las Horas, uno dei locali più iconici di Valencia, per il cocktail di benvenuto che la città regala ai propri ospiti: l’Agua de Valencia. Dietro il nome innocente si nasconde una bomba raffinata di succo d’arancia, cava, vodka e gin. Solare, allegra e piena di energia — esattamente come la città che la ospita. Attenzione, però: è più pericolosa di quanto sembri.
La serata si è conclusa al ristorante Alegal, inaugurato di recente negli spazi degli ex Cines Aragón, in collaborazione con lo chef Dani García. Un’esperienza gastronomica originale e contemporanea, in un ambiente che mescola memoria e design con una personalità molto forte. Qui, a grande sopresa, mentre cenavo, c’è stato un bellissimo spettacolo di flamenco! Un ottimo modo per chiudere il primo giorno.
Il venerdì: quando l’architettura sfida la gravità alla Città delle Arti e delle Scienze
Il secondo giorno ho raggiunto uno dei luoghi più fotografati di tutta la Spagna: la Città delle Arti e delle Scienze. Ci ero già stata in passato, ma nessuna foto — nessuna, davvero — riesce a rendere giustizia a quello che si prova standoci dentro.
La prima impressione è di trovarsi dentro un film di fantascienza. Le superfici bianchissime, i giochi d’acqua, le forme che sembrano sfidare la gravità e il buonsenso. Eppure non c’è nulla di freddo o distante. Tutto dialoga con il cielo e con la luce del Mediterraneo in modo naturale, quasi organico. Calatrava ha costruito qualcosa che sembra impossibile e che invece respira perfettamente con il paesaggio che lo circonda.
Ho camminato per ore semplicemente osservando come gli edifici si riflettevano nelle grandi vasche d’acqua. È uno di quei posti in cui il tempo scivola via senza che te ne accorga.
Poi è arrivato il momento che aspettavo di più: l’Oceanogràfic, il più grande acquario d’Europa. Attraversare il tunnel sottomarino con squali e razze che nuotano sopra la testa è stata un’esperienza quasi mistica. Per qualche minuto ho dimenticato completamente di essere in una città europea. Sembrava di essere dentro l’oceano. Pensate che qui si trova il tunnel sottomarino più lungo del mondo dove puoi passeggiare mentre tartarughe, razze e squali ti passano sulla testa!
E il pranzo? Al ristorante Submarino all’interno dell’Oceanogràfic, direttamente sotto il livello dell’acqua, con i pesci che nuotano accanto alle finestre mentre mangi. È uno di quei momenti che rendono un viaggio davvero memorabile, quelli che racconti ancora mesi dopo quando qualcuno ti chiede com’è andato. Consiglio però di prenotare con largo anticipo chiedendo esplicitamente il tavolo vicino all’acquario, perchè è sempre pieno e senza prenotazione non fanno accedere.
Nel pomeriggio mi sono spostata alla Marina de Valencia per una passeggiata sul lungomare. Qui il ritmo cambia ancora. La città si apre verso il mare e mostra il suo volto più contemporaneo: le spiagge urbane, i moderni edifici affacciati sul porto, le persone che si godono il sole di giugno. Valencia non vive soltanto del suo passato — guarda costantemente avanti, e forse è proprio questo il segreto della sua energia.
A chiudere il pomeriggio, una delle sorprese più belle dell’intero viaggio: il Centro de Arte Hortensia Herrero. Confesso che non ne sapevo molto prima di partire, e invece mi ha colpita profondamente. La collezione di arte contemporanea è ospitata all’interno di un magnifico palazzo del Seicento nel cuore della città. Il contrasto tra le antiche mura e le opere moderne crea un dialogo continuo tra epoche diverse che è bellissimo da guardare e da sentire. Uno di quei posti che ti obbligano a fermarti, a osservare, a riflettere. La serata è rimasta libera — e la città di notte, con le sue piazze illuminate e i locali del Ruzafa accesi fino a tardi, non delude.