AIFA incontra la rete di Europa Donna Italia: ascolto, innovazione ed equità al centro
Un incontro con un ospite d’eccezione: il Presidente di AIFA, Robert Nisticò. È accaduto il 24 giugno, nel corso del webinar organizzato da Europa Donna Italia e rivolto alla rete associativa e alle Delegate regionali. Un’ora densa di informazioni, dalla quale è emersa con chiarezza la sensibilità di AIFA nei confronti innanzitutto delle Associazioni pazienti, ma anche della popolazione generale. Da poco AIFA ha avviato una vera e propria “AIFA itinerante”, un’iniziativa che porta l’Agenzia sul territorio per ascoltare pazienti e professionisti, condividere esperienze e raccogliere proposte. Lo stesso approccio è stato adottato, in forma virtuale, anche per il webinar di Europa Donna Italia: attraverso le loro domande al Presidente Robert Nisticò, le Delegate si sono fatte portavoce delle esigenze, dei dubbi e delle richieste delle Associazioni di pazienti, dando voce alle esperienze raccolte nei diversi territori.
La prima iniziativa dell’Agenzia è stata AIFA ascolta: com’è nato questo progetto?
Sappiamo che le Associazioni pazienti rappresentano la vera voce dei pazienti del nostro Paese. Nell’ambito di questo contesto, la nuova governance di AIFA ha voluto abbracciare una visione innovativa di apertura dell’Agenzia, che si trasforma in un luogo di dialogo, di confronto, di incontro. Da qui AIFA ascolta, un’iniziativa di enorme valore. La voce delle associazioni non deve solo essere ascoltata, ma deve essere portata ai tavoli di lavoro insieme alle Istituzioni, per collaborare sulle progettualità, sulle innovazioni, sui percorsi di cura che riguardano il paziente. AIFA Ascolta potrà contribuire a individuare gli ambiti in cui sia necessario assicurare la partecipazione delle associazioni dei pazienti nei processi decisionali dell’Agenzia. Questo, in un’ottica di miglioramento dell’assistenza farmaceutica.
A questo proposito, è possibile a suo parere prevedere percorsi più rapidi per quanto riguarda i farmaci innovativi, per pazienti che non dispongono di alternative terapeutiche efficaci?
L’accesso precoce è il tema centrale su cui ci stiamo impegnando moltissimo, perché non possiamo permetterci di aspettare i tempi delle negoziazioni e delle procedure amministrative. È vero che oggi questi tempi si sono ridotti rispetto al passato, ma restano comunque troppo lunghi, soprattutto quando si parla di patologie debilitanti e progressive che compromettono profondamente la qualità di vita dei pazienti e delle loro famiglie. Va detto anche che accesso precoce significa prevenire, nel tempo, molti dei costi che quella malattia comporterebbe per il Servizio Sanitario Nazionale e per la società nel suo complesso, comprese le spese indirette legate all’assistenza e alla perdita di produttività. È una visione sulla quale dobbiamo continuare a investire e sulla quale ci stiamo muovendo con determinazione. Da quando ho assunto questo incarico me ne sono fatto anche un impegno personale. Certo, ci vuole tempo, perché è complesso trasformare un’idea condivisa in norme concrete: le proposte devono tradursi in leggi, regolamenti e provvedimenti che richiedono un percorso istituzionale e politico spesso articolato. Su questo tema, tuttavia, vedo un segnale molto positivo: si sta costruendo una consapevolezza trasversale, condivisa dalle diverse forze politiche. Credo che anche il recente convegno che ho promosso sull’accesso precoce alle terapie abbia contribuito a rafforzare questa sensibilità.
Molte volte le pazienti si lamentano per la fatica, per loro e per i caregiver, legata alla necessità di andare in ospedale per le terapie. Ritiene che sia realistico sviluppare modelli di somministrazione domiciliare oppure territoriale?
In linea generale, l’obiettivo deve essere quello di trasferire sul territorio, quando appropriato, alcune attività che oggi vengono svolte esclusivamente in ospedale, mantenendo sempre gli stessi standard di qualità e sicurezza. In diversi Paesi europei esistono già esperienze consolidate in questa direzione e credo che l’Italia debba guardare con grande attenzione a questi modelli, adottandoli con le necessarie cautele. La voce del paziente è importante e se vogliamo davvero metterlo al centro del percorso di cura, dobbiamo tenere conto anche delle difficoltà pratiche che molti affrontano. Pensiamo a chi vive in aree rurali o lontano dai grandi centri: raggiungere l’ospedale può essere complesso, soprattutto se la terapia richiede accessi frequenti o se esistono problemi di mobilità. Quando è possibile garantire la stessa efficacia e la stessa sicurezza, portare alcune cure più vicino al paziente significa migliorare concretamente la qualità dell’assistenza e della vita quotidiana. È quindi un obiettivo importante, ma deve essere guidata dalla sicurezza clinica oltre che dall’efficacia. Pensiamo, ad esempio, agli anticorpi monoclonali, i cosiddetti farmaci biologici, che oggi rappresentano una delle principali armi contro molti tumori. Queste terapie devono essere somministrate in ambiente ospedaliero perché possono provocare reazioni all’infusione che richiedono un monitoraggio attento e un intervento immediato, qualora fosse necessario. Diverso è il caso delle terapie orali o di quelle somministrate per via sottocutanea. In queste situazioni è spesso possibile prevedere la somministrazione a domicilio, naturalmente quando le condizioni cliniche e organizzative lo consentono.
Ci sono pazienti che si lamentano delle differenze tra Regioni. Ma esistono davvero?
Alcune Regioni funzionano molto bene, altre meno, e questo va riconosciuto. L’obiettivo non dovrebbe essere uniformare tutto, ma fare in modo che le Regioni meno performanti possano adottare le procedure e le buone pratiche di quelle più virtuose. In questo modo potremmo avere venti sistemi regionali efficienti. Nella realtà, però, questo percorso si scontra con procedure amministrative locali che spesso rallentano l’accesso alle cure. Un esempio sono i prontuari terapeutici regionali che, in alcuni casi, finiscono per aggiungere ulteriori passaggi rispetto alle valutazioni già effettuate a livello nazionale, con il rischio di compromettere l’equità di accesso ai farmaci. C’è poi un altro aspetto. In molte Regioni vengono ripetute valutazioni di Health Technology Assessment (HTA) già svolte da AIFA. È legittimo approfondire alcuni aspetti locali, ma duplicare sistematicamente valutazioni già effettuate da un’autorità nazionale rischia di generare ritardi senza produrre un reale valore aggiunto. Per limitare tutte queste disuguaglianze esiste il Fondo per i farmaci innovativi, una misura che rappresenta un elemento distintivo del sistema italiano e che contribuisce a favorire un accesso più rapido e uniforme alle terapie innovative su tutto il territorio nazionale. Tuttavia, il Fondo non può essere l’unica soluzione. Esistono infatti farmaci che, pur non rientrando formalmente nella categoria dell’innovatività, sono comunque molto importanti per i pazienti e dovrebbero poter essere resi disponibili con la stessa tempestività. Per questo uno degli impegni più importanti della politica dovrebbe essere quello di rafforzare la governance nazionale e armonizzare le procedure a livello regionale. In caso contrario, il rischio è mettere in discussione l’equità del Servizio Sanitario Nazionale, un rischio che non possiamo permetterci di correre.