Dai Pissarei e fasö nati lungo la Via Francigena ai Salumi DOP amati dalla regina di Spagna Elisabetta Farnese, fino ai piatti che conquistarono Petrarca e ai vini lodati da un Papa: la rete turistica culturale dei Castelli del Ducato invita a un itinerario tra città d'arte, castelli, borghi e sapori autentici attraverso Piacenza, Castell'Arquato, Bobbio, Bardi, Montechiarugolo, Sissa Trecasali e Correggio, in Emilia, nell'ambito del Ptpl 2026.
Ci sono territori nei quali la cucina racconta una storia. E poi ce ne sono altri nei quali è la storia stessa ad essere servita in tavola.
È questo il caso del territorio dei Castelli del Ducato, dove ogni piatto tradizionale custodisce un episodio della storia italiana, ogni prodotto tipico diventa testimonianza di secoli di cultura materiale e ogni castello, borgo o città rappresenta una tappa di un viaggio capace di attraversare Medioevo, Rinascimento e grandi corti europee attraverso il gusto.
Nasce da questa filosofia "Il Gusto del Tempo – La Cultura del Cibo", un itinerario esperienziale nell'ambito del piano di promozione territoriale, che invita il visitatore ascoprire il patrimonio storico, artistico ed enogastronomico della rete turistica culturale dei Castelli del Ducato, grandi attrattori architettonici da visitare dove la memoria si conserva tanto nei monumenti quanto nelle ricette tramandate da generazioni nei paesi, nei borghi, nelle città d'arte.
Il viaggio non può che iniziare da Piacenza, città elegante e sorprendente, porta occidentale dell'Emilia-Romagna e da sempre crocevia di commerci, pellegrinaggi e culture. Qui il cibo non rappresenta soltanto una tradizione gastronomica: è un documento storico vivo.
Sin dal Medioevo Piacenza occupava una posizione strategica lungo la Via Francigena, la grande arteria percorsa da pellegrini, mercanti, religiosi e viaggiatori diretti verso Roma. Le locande, gli ospitali e i monasteri offrivano ristoro con piatti semplici ma nutrienti, destinati a diventare nei secoli autentici simboli della cucina piacentina.
Tra questi spiccano i celebri Pissarei e fasö, probabilmente il piatto che meglio racconta l'identità della città.
Piccoli gnocchetti ottenuti da pane grattugiato e farina, conditi con un ricco sugo di fagioli, lardo e pomodoro, rappresentano ancora oggi una delle più autentiche espressioni della cucina povera emiliana. La loro origine affonda le radici nel Medioevo, quando ai pellegrini in cammino lungo la Via Francigena venivano offerte zuppe di legumi arricchite con piccoli bocconi d'impasto, preparati con ciò che era disponibile nelle dispense dei conventi e delle locande.
Anche il nome conserva ancora oggi un piccolo mistero linguistico: secondo una delle interpretazioni più diffuse deriverebbe dal gesto con cui si modellavano gli gnocchetti tra le mani, lasciando minuscoli rotolini di pasta che in dialetto ricordavano le "pissaréi".
Questo piatto è diventato nel 2010 Denominazione Comunale d'Origine (De.Co.) del Comune di Piacenza, riconoscimento che ne tutela la ricetta tradizionale depositata dalla studiosa Carmen Artocchini.
Ma forse la curiosità più divertente e particolare arriva dalle cronache della tradizione popolare.
La gastronoma Anna Gosetti racconta che, quando una giovane veniva presentata come futura sposa, la suocera osservava con discrezione il pollice destro della ragazza: la presenza dei calli era considerata la prova della sua abilità nel preparare proprio i Pissarei e fasö, impastati e modellati rigorosamente a mano.
La tavola piacentina racconta però molto più di una semplice ricetta.
È il regno di una delle pochissime province italiane a vantare tre Salumi DOP nello stesso territorio: Coppa Piacentina DOP, Pancetta Piacentina DOP e Salame Piacentino DOP, eccellenze che rappresentano il risultato di una cultura norcina sviluppatasi nel corso di oltre duemila anni.
Le testimonianze più antiche risalgono addirittura all'età del Bronzo, mentre l'epoca romana documenta già una consolidata presenza dell'allevamento suino nel territorio. Un piccolo amuleto bronzeo raffigurante un maiale, oggi conservato nei Musei Civici di Palazzo Farnese – Cittadella Viscontea, musei cittadini, testimonia quanto questo animale fosse già parte integrante della vita economica della Piacenza romana.
Con il Medioevo la lavorazione delle carni suine assume una dimensione quasi rituale.
A raccontarlo sono due straordinari capolavori dell'arte medievale: i mosaici pavimentali della Basilica di San Savino a Piacenza e della Basilica di San Colombano a Bobbio, nei quali il mese di dicembre raffigura proprio la macellazione del maiale, attività fondamentale della vita contadina e simbolo dell'organizzazione agricola dell'epoca.
Non è soltanto gastronomia.
È iconografia.
È storia sociale.
È memoria collettiva incisa nella pietra.
La fama dei salumi piacentini superò ben presto i confini italiani.
Nel Settecento arrivò fino alle grandi corti europee grazie al cardinale piacentino Giulio Alberoni, raffinato diplomatico e abilissimo stratega politico.
Fu proprio Alberoni a utilizzare i prodotti della sua terra come autentici strumenti di diplomazia internazionale, conquistando la fiducia della corte spagnola fino a diventare Primo Ministro di Filippo V.
Le cronache raccontano un dettaglio sorprendente.
La regina Elisabetta Farnese, cresciuta tra Parma e Piacenza prima di diventare sovrana di Spagna, scriveva frequentemente al cardinale chiedendogli di inviarle salumi piacentini, dei quali era profondamente nostalgica e particolarmente golosa.
È forse uno dei primi esempi di "diplomazia gastronomica" della storia europea.
A Piacenza perfino i musei raccontano il gusto.
Entrando nei Musei Civici di Palazzo Farnese, nelle sezioni dedicate alle ceramiche e ai vetri, il visitatore scopre come l'arte della tavola fosse parte integrante del prestigio delle grandi famiglie nobiliari.
Le preziose maioliche appartenute al cardinale Alessandro Farnese, insieme alle porcellane italiane ed europee e agli splendidi vetri veneziani tra XVI e XVIII secolo, testimoniano come il convivio fosse un linguaggio raffinato attraverso il quale si esprimevano potere, cultura e rappresentanza politica.
Non semplici stoviglie.
Ma autentici strumenti di comunicazione sociale.
Piacenza continua ancora oggi a raccontare questa identità attraverso eventi capaci di coinvolgere cittadini e visitatori.
Tra questi spicca Bèll e Bon Festival, manifestazione dedicata alla piacentinità che celebra il territorio attraverso degustazioni, showcooking, spettacoli, concerti, laboratori artigianali e produzioni locali, trasformando il centro cittadino in una grande festa dei sapori e delle tradizioni.
Qui convivono anolini, tortelli, pisarei, salumi, formaggi, vini dei Colli Piacentini, musica, cultura e identità, in un racconto contemporaneo che dimostra come il patrimonio gastronomico possa diventare uno straordinario strumento di promozione turistica.
Perché a Piacenza il gusto non è mai soltanto una questione di cucina.
È un viaggio nella storia d'Europa.
Castell'Arquato (PC): qui la cucina storica diventa leggenda letteraria
Dalla città il viaggio prosegue verso uno dei borghi medievali più affascinanti d'Italia, dove ogni vicolo sembra custodire una storia e ogni ricetta racconta un incontro destinato a cambiare il corso della gastronomia locale. È Castell'Arquato, gioiello d'arte incastonato tra i colli piacentini, dominato dalla Rocca Viscontea e da un profilo urbano che, quasi intatto dal Medioevo, restituisce al visitatore l'emozione di un viaggio nel tempo.
Qui la cucina diventa leggenda e la leggenda porta il nome di uno dei più grandi poeti della letteratura italiana.
La tradizione racconta infatti che nel 1351 il nobile Bernardo Anguissola ospitò nella propria dimora in Val Tidone Francesco Petrarca. Per onorare un ospite tanto illustre, le razdóre – le instancabili regine della cucina emiliana – decisero di stupirlo inventando una pasta ripiena mai vista prima.
Con un gesto sapiente pizzicarono la sfoglia alle estremità creando quella caratteristica chiusura intrecciata che ancora oggi distingue i celebri tortelli con la coda.
Nel dialetto locale sono conosciuti anche come Batalàbar, espressione che unisce i verbi dialettali bata (sbattere) e labar (labbra). Il significato è tanto curioso quanto poetico: "sbattere sulle labbra". Un tempo questi tortelli venivano infatti mangiati rigorosamente con le mani, afferrandoli per la piccola coda. Il burro fuso che li ricopriva li faceva scivolare delicatamente in bocca, sfiorando le labbra prima di essere gustati.
Un'immagine semplice che racconta meglio di qualsiasi ricetta l'intimità della cucina contadina emiliana.
Ancora oggi i tortelli con la coda rappresentano uno dei simboli gastronomici del territorio piacentino, preparati soprattutto nei giorni di festa, nelle grandi occasioni familiari e durante le festività natalizie, quando le cucine tornano ad animarsi del lavoro paziente delle razdóre che tirano la sfoglia rigorosamente a mano.
Accanto alla pasta fresca trova spazio un'altra specialità profondamente legata al territorio arquatese: la Torta di Vigolo, dolce tradizionale originario della frazione di Vigolo Marchese, riconosciuto come prodotto De.Co., testimonianza di una tradizione dolciaria tramandata di generazione in generazione e custodita come patrimonio identitario della comunità locale.
Naturalmente il viaggio nel gusto non può prescindere dai vini.
Le colline che circondano Castell'Arquato costituiscono infatti uno degli scenari più suggestivi dei Colli Piacentini, terra di grandi rossi e bianchi che accompagnano da secoli la cucina locale.
Per conoscerli da vicino una tappa irrinunciabile è l'Enoteca Comunale di Castell'Arquato, punto di riferimento per la valorizzazione delle produzioni vitivinicole del territorio, dove degustare i vini locali accompagnati dall'immancabile tagliere dei salumi piacentini DOP, sintesi perfetta dell'identità gastronomica della provincia.
Ma anche il vino, ad Arquato, racconta la grande storia.
Bisogna tornare alla primavera del 1543, quando il borgo accolse una visita destinata a entrare nella memoria collettiva.
Il protagonista era Papa Paolo III, appartenente alla potente famiglia Farnese.
Due anni prima aveva concesso a Castell'Arquato importanti privilegi amministrativi, riconoscendone l'autonomia e alleggerendo il peso fiscale sulla popolazione. Quando arrivò personalmente nel borgo fu accolto da una folla festante che volle ringraziarlo per quei provvedimenti destinati a cambiare la vita della comunità.
Le cronache raccontano che il pontefice, conquistato dall'accoglienza ricevuta e soprattutto dalla qualità dei vini locali, pronunciò parole rimaste nella tradizione: elogiò infatti i "perfettissimi vini arquatesi", consacrando idealmente una vocazione vitivinicola che ancora oggi rappresenta uno degli elementi distintivi del territorio.
Al termine della visita, secondo la tradizione, lanciò alla popolazione il proprio copricapo, oggi conservato nel museo della Collegiata come preziosa testimonianza di quell'evento storico.
Castell'Arquato è uno di quei luoghi nei quali il paesaggio, la cultura e il gusto sembrano dialogare senza interruzioni.
Passeggiando tra Piazza Monumentale, la Collegiata di Santa Maria, il Palazzo del Podestà, la Rocca Viscontea e le antiche case in pietra, è facile comprendere perché il borgo sia considerato uno dei più belli d'Italia.
Le sue strade raccontano otto secoli di storia, mentre le botteghe, le enoteche, i ristoranti e le osterie continuano a custodire il patrimonio gastronomico locale con la stessa cura con cui vengono conservati monumenti e archivi.
Qui ogni calice diventa un racconto.
Ogni tortello custodisce una leggenda.
Ogni scorcio invita a rallentare.
Ed è proprio questo il filo conduttore del progetto "Il Gusto del Tempo": trasformare il viaggio in un'esperienza capace di intrecciare paesaggio, memoria, arte e sapori, dimostrando come il patrimonio enogastronomico rappresenti uno dei linguaggi più autentici attraverso cui conoscere un territorio.
Lasciando le dolci colline vitate di Castell'Arquato, l'itinerario dei Castelli del Ducato si dirige verso l'Appennino piacentino, dove un antico monastero, un ponte avvolto nella leggenda e una cucina che profuma di bosco e di antiche tradizioni conducono il viaggiatore nel cuore di uno dei borghi medievali più affascinanti d'Europa: Bobbio, luogo dove spiritualità, cinema, natura ed enogastronomia continuano ancora oggi a dialogare con sorprendente contemporaneità.
Bobbio (PC), i Maccheroni alla Bobbiese fatto con l'ago da calza
Il viaggio prosegue risalendo la Valle del Trebbia, dove il paesaggio cambia volto e l'Appennino piacentino accompagna il visitatore verso uno dei borghi medievali più affascinanti d'Italia. Bobbio è molto più di una meta turistica: è un luogo in cui spiritualità, cultura, natura, cinema ed enogastronomia convivono da oltre millequattrocento anni, dando vita a un'identità unica nel panorama italiano.
È qui che nel 614 arrivò il monaco irlandese San Colombano, fondatore dell'Abbazia che avrebbe trasformato Bobbio in uno dei più importanti centri religiosi e culturali d'Europa. Il suo celebre Scriptorium, dove i monaci copiavano e conservavano preziosi manoscritti, contribuì a fare dell'Abbazia una delle grandi biblioteche del continente, crocevia di sapere lungo le vie percorse da pellegrini e mercanti.
Oggi il cuore del borgo continua a pulsare attorno all'Abbazia di San Colombano, alla sua basilica e al museo che conserva testimonianze di un passato straordinario, mentre poco distante il celebre Ponte Gobbo, con le sue undici arcate irregolari, continua ad affascinare viaggiatori e fotografi. La leggenda narra che sia stato costruito dal diavolo, sconfitto proprio da San Colombano, e ancora oggi rappresenta uno dei simboli più iconici dell'Emilia-Romagna.
Ma Bobbio conquista anche attraverso la tavola.
Qui la cucina racconta l'incontro tra Emilia, Liguria, Lombardia e Piemonte, territori che nei secoli hanno lasciato tracce profonde nelle tradizioni gastronomiche della Val Trebbia.
Tra le specialità spiccano i Maccheroni alla bobbiese, una pasta fresca ancora oggi realizzata secondo l'antica tecnica dell'ago da calza, lavorata completamente a mano e tradizionalmente condita con lo stracotto di manzo sfilacciato. Una preparazione di origine medievale, riconosciuta anche dall'Arca del Gusto di Slow Food, che rappresenta uno dei patrimoni gastronomici più identitari della valle.
Accanto ai maccheroni si incontrano le lumache alla bobbiese, protagoniste della tradizionale tavola della Vigilia di Natale, la torta di riso salata, la torta di mandorle, il croccante natalizio modellato in vere e proprie sculture artistiche, i funghi porcini dell'Appennino, il miele della Val Trebbia e naturalmente i grandi vini dei Colli Piacentini, dal Gutturnio all'Ortrugo, dalla Malvasia alla Bonarda.
Bobbio è anche terra di cinema.
Ogni estate il borgo ospita il Bobbio Film Festival, ideato dal regista Marco Bellocchio, nato proprio qui, trasformando il chiostro dell'Abbazia in una suggestiva sala cinematografica sotto le stelle. Le sue piazze, i vicoli e gli scorci medievali sono entrati nell'immaginario del cinema italiano, dimostrando ancora una volta come cultura e territorio possano fondersi in un unico racconto.
Lasciata la Val Trebbia, l'itinerario raggiunge uno dei manieri più spettacolari dell'Appennino parmense: Castello di Bardi, possente fortezza arroccata su uno sperone di diaspro rosso che domina l'intera valle del Ceno.
Visitare Bardi significa immergersi in un paesaggio montano fatto di boschi, sentieri e piccoli borghi dove la cucina conserva ancora il ritmo delle stagioni. Qui è d'obbligo assaggiare i funghi porcini dell'Appennino, protagonisti di primi piatti e secondi della tradizione, la pattona, antica preparazione contadina a base di farina di castagne, oltre alle carni della Pecora Cornigliese e della tradizione pastorale dell'Appennino. Il castello, con le sue sale museali e le spettacolari vedute panoramiche, rappresenta una delle tappe simbolo della rete dei Castelli del Ducato.
Dal crinale appenninico il viaggio ritorna nella pianura parmense raggiungendo Castello di Montechiarugolo, elegante maniero rinascimentale affacciato sul fiume Enza e avvolto dal fascino della leggenda della Fata Bema.
Qui il gusto parla il linguaggio della Food Valley.
Nelle trattorie e nei ristoranti del territorio si possono degustare i celebri tortelli d'erbetta, accompagnati dai vini dei Colli di Parma. Passeggiare tra le sale affrescate del castello e il borgo storico significa incontrare una delle espressioni più eleganti dell'architettura nobiliare emiliana, dove il patrimonio artistico dialoga naturalmente con la cultura gastronomica locale.
L'itinerario continua nella Bassa parmense, terra in cui la nebbia, il grande fiume e il tempo hanno dato origine a uno dei prodotti simbolo dell'alta gastronomia italiana.
A Sissa Trecasali (PR), il protagonista assoluto con la Spalla Cruda di Palasone è il Culatello di Zibello DOP, considerato il "Re dei salumi", frutto di una sapienza artigianale che trova proprio nel microclima della pianura padana le condizioni ideali per una stagionatura irripetibile.
Visitare questo territorio significa percorrere le strade delle golene del Po, conoscere le antiche tradizioni norcine, scoprire il patrimonio rurale della Bassa e lasciarsi conquistare da un paesaggio che ha trasformato un prodotto della civiltà contadina in un'eccellenza conosciuta in tutto il mondo.
L'ultima tappa conduce nel cuore della pianura reggiana, a Correggio (RE), città d'arte profondamente legata al grande pittore rinascimentale Antonio Allegri.
Passeggiando tra il centro storico, il Palazzo dei Principi, il Museo dedicato al Maestro e le eleganti piazze rinascimentali, il visitatore scopre una città dove cultura e gastronomia condividono la stessa vocazione all'eccellenza.
La tavola propone alcuni dei grandi classici della cucina reggiana: erbazzone, cappelletti, Parmigiano Reggiano, salumi tipici e i vini del territorio, offrendo un'ulteriore sfumatura del grande mosaico gastronomico emiliano.
Dal Medioevo della Via Francigena alle corti dei Farnese, dalle abbazie monastiche ai castelli, dai borghi fortificati alle città d'arte, il progetto "Il Gusto del Tempo" invita a riscoprire un'Emilia autentica, dove ogni luogo racconta una storia e ogni ricetta custodisce una memoria.
Piacenza, Castell'Arquato, Bobbio, Bardi, Montechiarugolo, Sissa Trecasali e Correggio non sono semplicemente tappe di un itinerario: sono destinazioni che compongono un unico grande racconto di viaggio, fatto di castelli, abbazie, borghi, paesaggi, tradizioni, prodotti d'eccellenza e persone che continuano a custodire il patrimonio culturale del territorio.
Tutte queste località fanno parte della rete turistica culturale dei Castelli del Ducato, un sistema che unisce oltre trenta manieri, città d'arte, borghi storici, dimore nobiliari e luoghi d'eccellenza tra le province di Piacenza, Parma, Reggio Emilia, Pontremoli e Lunigiana, promuovendo un turismo lento, esperienziale e sostenibile, capace di valorizzare il patrimonio storico, artistico ed enogastronomico come un unico grande viaggio nel cuore dell'Emilia.
Perché nei Castelli del Ducato il tempo non si visita soltanto. Si assapora.
Informazioni
Associazione Castelli del Ducato
segreteria@castellidelducato.it
Custodi di Storia, Custodi di Cultura, Custodi di Magia e Sogni.
Ufficio Stampa Castelli del Ducato







