Il campionato mondiale di calcio 2026 è molto più di una competizione sportiva. Arbitri respinti alla frontiera, squadre nazionali che non posso legalmente dormire nel paese ospitante, istituzioni internazionali che subiscono pressione politica: quello che sta accadendo in Canada, Messico e Stati Uniti è anche uno specchio fedele delle tensioni che attraversano l’ordine internazionale. Analizzare i Mondiali in USA è un’occasione per leggere, attraverso il calcio, alcune delle dinamiche più attuali e rilevanti di geopolitica, governance e reputazione istituzionale.
Omar Abdulkadir Artan. È questo il nome del direttore di gara africano, salito agli onori della cronaca in occasione dei Mondiali di calcio, che si svolgono quest’anno in Canada, Messico e Stati Uniti. Dopo essere stato respinto all’aeroporto di Miami dalle autorità statunitensi, si ipotizza per un’omonimia con un membro di un’organizzazione terroristica, il “fischietto” somalo è stato escluso dal torneo su indicazione della FIFA. Di ritorno a Mogadiscio, Artan è stato quindi acclamato da centinaia di persone.
La seconda diapositiva di questo mondiale si potrebbe scattare all’interno dello spogliatoio dello stadio di Los Angeles. Uno stralcio del messaggio, lasciato sulla lavagnetta “tattica”, recita: “venuti con orgoglio, gareggiato con onore, partiamo con dignità”. A scriverlo è stata la nazionale iraniana, autorizzata a varcare il confine americano soltanto per il tempo strettamente necessario allo svolgimento delle partite in programma. Per il resto quello iraniano è stato, infatti, un vero e proprio tour de force: a dispetto di un calendario di incontri interamente da disputare negli Stati Uniti, la preparazione è stata svolta in Turchia mentre il ritiro a Tijuana, in Messico. Alla formazione persiana era infatti preclusa la possibilità di pernottare sul suolo americano: il congelamento del conflitto tra i due paesi, giunto a mondiale iniziato, non ha mutato lo scenario.
La fuoriuscita dal mondiale dell’Iran, che non ha superato la fase a gironi, ha scongiurato il rischio di un confronto diretto con gli Stati Uniti che avrebbe assunto una connotazione imprevedibile. Ben diverse erano del resto le premesse di politica internazionale rispetto a due noti precedenti. Quello del 1998, in Francia, quando la squadra statunitense ricevette dalla squadra iraniana delle rose bianche, simbolo persiano di pace, immortalate da una foto di gruppo in violazione del protocollo; quello del 2022, in Qatar, quando i componenti della nazionale iraniana scelsero di non cantare l’inno nazionale, in solidarietà con i connazionali repressi in patria.
Come già accaduto in passato, nello sport tendono a riflettersi le tensioni politiche internazionali. Nel caso di questo mondiale, fin dai paesi ospitanti. Economicamente integrati, attraverso un accordo di libero scambio rinnovato solo otto anni fa, con l’avvento di Trump alla Casa Bianca i rapporti Usa – Canada e Usa – Messico sono letteralmente colati a picco. Chiamati a collaborare per la riuscita di una delle manifestazioni sportive più costose al mondo, tra questi paesi oggi si registrano forti contrasti in materia di dazi, immigrazione e confini. Un evento che nelle premesse avrebbe dovuto restituire il senso di un’unione del Nord-America è diventato ben presto lo specchio di ogni forma di contrapposizione regionale.
Fin da prima che il torneo iniziasse le rigide politiche migratorie dell’amministrazione statunitense avevano del resto creato problemi che poco o nulla hanno a che vedere con una qualunque manifestazione sportiva. Al principio del 2026, l’amministrazione Trump aveva emanato infatti un divieto di viaggio che limita, in via parziale o totale, l’ingresso negli Stati Uniti ai cittadini di trentanove nazioni. Successivamente, è stato sospeso il rilascio dei visti per immigrati di settantacinque paesi. Il caso ha voluto che quattro nazioni, le cui rappresentative di calcio si sono qualificate per i Mondiali, rientravano nel perimetro della misura trumpiana: Haiti e Iran non avrebbero potuto entrare negli Stati Uniti, mentre Costa d’Avorio e Senegal solo con limitazioni.
Insomma, il calcio non è “solo uno sport”, quanto uno specchio – più o meno fedele – di alcune dinamiche politiche e di potere internazionale. Di uso asimmetrico delle regole internazionali (il cosiddetto “doppio standard”), basandosi sulla convenienza politica anziché sul diritto, si era non a caso parlato in occasione della mancata esclusione dalle competizioni calcistiche di Israele dopo che invece la Russia era stato estromessa fin dal 2022. I vertici del calcio mondiale agiscono del resto in un contesto ad elevata complessità, che a sua volta risente di molteplici fattori esterni allo sport. In tempi di crisi dell’ordine internazionale, mantenersi politicamente in equilibrio salvaguardando la credibilità di un’istituzione sportiva diventa tuttavia oltremodo impegnativo. Per ogni acrobata, peraltro, lo spettro della caduta è sempre dietro l’angolo. Un rischio che corre oggi Gianni Infantino. Contestato per i continui ammiccamenti al Presidente degli Stati Uniti, il Presidente della FIFA è finito nuovamente nell’occhio del ciclone dopo che, secondo alcune ricostruzioni, avrebbe acconsentito alla richiesta di Donald Trump di sospendere la squalifica di Folarin Balogun, attaccante della nazionale statunitense, consentendogli così di disputare l’ottavo di finale contro il Belgio. Una decisione senza precedenti, contro cui è insorta un’altra istituzione calcistica come la UEFA.
Di uso strumentale dello sport e dei suoi grandi eventi, per migliorare la propria reputazione e distogliere l’attenzione pubblica da questioni controverse, si era invece parlato in occasione delle due precedenti edizioni dei mondiali. Nel 2018, molto si era speculato sui propositi extrasportivi di una Russia, desiderosa di attenuare il clamore successivo all’annessione della Crimea e accreditare un’immagine di normalità a beneficio della reputazione del paese. Nel 2022, era stata invece la volta del Qatar, smaniosa di affermare agli occhi del mondo la propria centralità economica e diplomatica nel Golfo, a costo di uno sforzo economico mostruoso col corollario di accuse di corruzione, morti bianche tra i lavoratori migranti impiegati nei cantieri e gravi limitazioni ai diritti LGBTQ+.
Entrambe le iniziative comprovavano inoltre i termini di un più ampio fenomeno: lo spostamento del baricentro economico del calcio. Se fino a qualche decennio addietro il fulcro sportivo e quello economico coincidevano, rendendo l’Europa il “centro” del calcio, qualcosa è cambiato col progressivo ingresso di capitali arabi, russi, asiatici e americani, nelle proprietà delle squadre europee. Nella logica di ampliare la profittabilità di questo sport è stato quindi operato, dalla FIFA, l’allargamento a 48 squadre del torneo mondiale, includendo federazioni storicamente marginali di Africa, Asia e Oceania, ritenute adesso strategiche.
In questo scenario, se il pallone continua a rotolare sul campo secondo regole uguali per tutti, fuori dagli stadi, nella vita politica internazionale, l’assenza di regole o la loro inosservanza si fanno strada. Per la FIFA allora, come per le altre grandi organizzazioni sportive, la sfida non consiste soltanto nel governare un movimento e il business ad esso collegato ma preservarne la credibilità, anche in un mondo frammentato e attraversato da tensioni crescenti.