di Andrea Follini
Il 4 luglio 2026 gli Stati Uniti celebrano i 250 anni della Dichiarazione d’Indipendenza. Un anniversario che avrebbe dovuto rappresentare il trionfo di un’idea: quella di una nazione fondata sulla libertà, sulla democrazia e sulla ricerca della felicità. Invece, il quarto di millennio della più antica democrazia moderna cade in un momento di profonde divisioni interne e di crescente isolamento internazionale. Il sogno americano, almeno nella sua versione più universalista, appare oggi incrinato; ed il suo futuro, assai incerto. L’America che per decenni ha guidato l’Occidente, costruendo alleanze politiche, economiche e militari, sembra aver progressivamente sostituito la cultura della cooperazione con quella della contrapposizione. Una trasformazione che ha trovato il suo simbolo più evidente nella presidenza di Donald Trump, tornato alla Casa Bianca con la promessa di rimettere “America First” al centro di ogni scelta, dopo il periodo di profonda crisi economica che, dal finire del primo decennio del nuovo secolo, ha stretto gli Usa ed in particolare la sua middle class. Il principio, in sé, è legittimo: ogni governo deve difendere gli interessi nazionali. Ma quando l’interesse nazionale viene interpretato come disinteresse verso gli alleati, il rischio è quello di indebolire proprio la leadership che si intende rafforzare. L’Europa ne ha fatto esperienza diretta. La Nato è stata più volte descritta da Trump come un’organizzazione nella quale gli Stati Uniti pagano troppo per la sicurezza altrui ed anche in questi giorni, proprio nei confronti dell’Italia, abbiamo ascoltato il medesimo refrain. Le relazioni con partner storici sono state spesso affrontate con il linguaggio della trattativa commerciale più che con quello della diplomazia. Dazi, minacce di ritiro dagli impegni comuni, pressioni economiche e continui richiami agli alleati affinché aumentino la spesa militare, hanno alimentato un clima di diffidenza che nessun presidente americano, dalla fine della Seconda guerra mondiale, aveva mai provocato con tale intensità. L’effetto più evidente è stato quello di incrinare il rapporto fiduciario tra Washington e le democrazie europee. Se per ottant’anni gli Stati Uniti erano stati percepiti come il punto di riferimento dell’ordine occidentale, oggi molti governi europei discutono apertamente di autonomia strategica, consapevoli che l’ombrello americano non può più essere considerato una certezza assoluta. Ed in questo, prima fra tutti, l’Unione europea (verrebbe da dire, finalmente). Anche sul piano economico il messaggio è cambiato. Il protezionismo, la guerra commerciale con numerosi partner e la convinzione che ogni rapporto internazionale debba produrre un vantaggio immediato per gli Stati Uniti, hanno sostituito quella visione di lungo periodo che aveva consentito agli Usa di costruire la più vasta rete di alleanze della storia contemporanea. Il risultato è paradossale. Gli Stati Uniti continuano ad essere la prima potenza economica, militare e tecnologica del pianeta, ma la capacità di esercitare influenza attraverso il consenso si è ridotta. La forza senza fiducia genera rispetto, difficilmente genera leadership. È proprio sul terreno dell’innovazione che emerge un’altra immagine simbolica di questa ricorrenza. Federico Faggin, il fisico ed inventore vicentino che progettò il primo microprocessore commerciale cambiando per sempre la storia dell’informatica, ha annunciato il suo ritorno stabile in Veneto dopo cinquantasette anni trascorsi negli Stati Uniti. Collaborerà con la Regione Veneto su progetti di ricerca e formazione. Le sue parole colpiscono più di qualsiasi analisi geopolitica: «Torno in Italia dopo 57 anni: i miei Usa non ci sono più». Non è soltanto la nostalgia di un uomo di ottantaquattro anni. È il giudizio di uno dei protagonisti della rivoluzione tecnologica americana. Faggin aveva trovato negli Stati Uniti degli anni Sessanta e Settanta un ambiente nel quale talento, ricerca e libertà imprenditoriale convivevano alimentando un ottimismo quasi contagioso. Era l’America capace di attrarre le migliori intelligenze del mondo, offrendo opportunità e fiducia nel futuro. Oggi lo stesso innovatore vede negli Usa un Paese profondamente diverso: più polarizzato, più conflittuale, meno disposto ad ascoltare e a costruire ponti. Le sue parole sembrano descrivere non tanto la perdita di una supremazia economica, quanto l’indebolimento di un’identità culturale. Naturalmente sarebbe ingiusto attribuire ogni responsabilità unicamente a Donald Trump. Le fratture sociali, la crisi della classe media, la polarizzazione politica e le tensioni razziali precedono il suo ritorno alla Casa Bianca. Ma è altrettanto difficile negare che il trumpismo abbia trasformato queste divisioni in un elemento permanente della vita pubblica americana, accentuando una visione dei rapporti internazionali fondata più sullo scontro che sulla cooperazione. Come sembra aver capito, infine, anche Giorgia Meloni. Duecentocinquant’anni dopo la Dichiarazione d’Indipendenza, l’America resta una nazione straordinaria, ricca di energie, innovazione e libertà. Ma la grandezza di un Paese non si misura soltanto dal suo Pil o dalla sua potenza militare. Si misura anche dalla capacità di essere un modello, di ispirare fiducia, di costruire amicizie durature. Se perfino uno dei simboli del successo americano come Federico Faggin afferma che “i suoi Usa” non esistono più, forse il problema non riguarda soltanto la nostalgia. Riguarda la direzione di marcia di una nazione che, mentre festeggia il proprio passato, appare ancora alla ricerca del proprio futuro.