È mancato il Maestro Fabio Cusinato, direttore d'orchestra che con il suo "Concerto per la Vita" trasformò la musica in un gesto concreto di cura. Il ricavato di quella serata contribuì alla realizzazione di una stanza del Centro Clinico NeMO di Brescia, dove oggi professionisti e volontari si sono ritrovati spontaneamente per ricordarne il lascito.
Ci sono persone che, anche quando non sono più fisicamente accanto a noi, continuano a indicare la direzione.
Il Maestro Fabio Cusinato era una di queste.
Questa mattina, appena appresa la notizia della sua scomparsa, l’équipe del Centro Clinico NeMO di Brescia e i volontari di AISLA si sono ritrovati spontaneamente nella stanza che porta il suo nome. Nessun discorso. Nessuna cerimonia. Solo il bisogno di stare insieme, proprio lì, davanti alle parole che Fabio aveva voluto lasciare a chi sarebbe entrato dopo di lui.
«Ho visto un giorno la mia strada restringersi, fino a chiudersi. Ma solo così ho scoperto nuovi sentieri inesplorati.»
Quella frase, incisa su una parete, oggi non è sembrata un ricordo.
È sembrata una consegna.
Fabio era un maestro di musica molto prima che la SLA entrasse nella sua vita. Direttore d’orchestra, fondatore dell’Accademia Corale Musica Reservata, dell’Antiqua Camerata Veneta e ideatore di importanti rassegne musicali, aveva dedicato la sua esistenza alla bellezza della musica e alla forza della coralità.
Poi, nel 2011, arrivò la diagnosi.
Molti avrebbero pensato che il silenzio fosse inevitabile.
Fabio no.
Nel novembre del 2019 tornò sul podio per dirigere il Dixit Dominus di Händel. Non con le mani. Non con la bacchetta.
Con gli occhi.
Con i movimenti del volto.
Con tutto ciò che la malattia non era riuscita a sottrargli.
Quel concerto, significativamente intitolato “Musica per la Vita”, non fu una sfida alla SLA. Fu un’affermazione di umanità. Dimostrò che la musica non nasce dalle mani di un direttore, ma dalla relazione profonda che riesce a creare con chi gli sta davanti. Il ricavato venne destinato ad AISLA, trasformando quella serata in un gesto concreto di cura e di futuro.
È forse questa la lezione più grande che Fabio ci lascia.
Ci ha insegnato che esistono linguaggi che nessuna malattia può spegnere.
Che un corpo può cambiare senza che venga meno la capacità di generare bellezza.
Che dirigere un’orchestra, in fondo, significa ascoltare prima ancora che guidare.
E forse è per questo che oggi, nella sua stanza al NeMO di Brescia, nessuno ha sentito il bisogno di aggiungere parole.
Quelle che Fabio ci ha affidato continuano a bastare.
Continueranno ad accogliere ogni persona e ogni famiglia che entreranno in quella stanza.
Continueranno a ricordare che, anche quando una strada sembra restringersi, la vita sa ancora aprire sentieri che non avevamo immaginato.
E continueranno a dirci, con la stessa discrezione con cui Fabio ha diretto la sua ultima orchestra, che la cura è anche questo: aiutare le persone a non smettere mai di essere pienamente sé stesse.
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