Come il capitalismo delle reti impatta sulle società nel Nord Italia – Consorzio Aaster

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Si sussurra di una questione del Nord che sta riaffiorando, ma non è l’eterno ritorno della questione settentrionale che era figlia dell’antropologia del casannone (casa+capannone) e di una composizione sociale allora emergente, il capitalismo molecolare. Che era alla ricerca di mediazione tra territorio e stato nazionale. Il riposizionamento in atto del piccolo-grande Nord riguarda la difficile metamorfosi di un capitalismo di territorio in scomposizione accelerata con l’affermarsi del capitalismo delle reti, delle nuove economie-mondo ridisegnate dalla geopolitica globale. Flussi che impattano sul territorio che possiamo leggere in tre modi. Il primo è il territorio come fabbrica, dalla mappa della manifattura che tiene ed esporta, fino ai nodi produttivi e infrastrutturali della logistica e dei data center nella “megalopoli padana”. Il secondo è il territorio come Vandea, segnato dalla polarizzazione tra ceti metropolitani presunti portatori del gene sano della modernizzazione e periferie sociali o geografiche condannate a reagire alle turbolenze del presente, secondo uno scontato registro del rinserramento difensivo. Due letture (Calabro-Di Vico) che colgono frammenti di verità. Ne aggiungo una terza: il territorio come soggetto vivente, come reagente del qui si vive nello scomporre e ricomporre la “città infinita”. Bisogna guardare lì dove mutano insieme lavori, welfare, servizi, condizioni della vita collettiva scavate dal capitalismo delle reti che ridisegna il rapporto tra industria e mercati, andando oltre letture funzionali per leggere le faglie. Va guardato a come nel territorio si articola il rapporto tra competizione e coesione sociale, faglia che va oltre la riproposizione di un “rancore” dei perdenti quotabile al mercato della politica. Potrà sembrare banale, ma è una questione di trattini che non ci sono più: quello tra coesione e competizione e quello che stava in mezzo tra economia e sociale con il welfare come soglia. Da qui, il mio rimappare il territorio come soggetto vivente e reagente della questione sociale. Nell’Arco alpino: acqua, turismi, cambiamento climatico, euforia olimpica e fragilità ambientale stanno dentro lo stesso quadro, la montagna come laboratorio della vulnerabilità contemporanea. Poi l’ossatura manifatturiera articolata in tre grandi piattaforme: la pedemontana lombarda, quella veneta, l’asse padano della via Emilia. Qui il territorio-fabbrica mantiene attrattività e capacità di produrre ricchezza, ma il corpo produttivo è polarizzato tra chi ha agganciato le reti lunghe logistiche, dell’automazione, dell’energia, dei dati e chi è rimasto fermo tra le mura del capannone. La terza coesione in discussione riguarda le reti delle città medie e delle città-snodo, piattaforme urbane di servizi all’impresa e di qualità della vita oggi in via di turistizzazione, con il grande problema di un rapido innalzamento dei costi di riproduzione sociale dato dall’incunearsi della rendita tra salari e profitti soprattutto sull’abitare, e con problemi nel rigenerare il capitale di beni collettivi e servizi. Ancora più evidenti nella metamorfosi metropolitana: a Nord Est, l’eterna incompiuta dell’area metropolitana in formazione, la PATREVE; Milano, città che sale in capacità attrattiva e comando reticolare di finanza e funzioni superiori, dove però più sale e più sono i tanti che scendono; Genova, che cambia con davanti il Terzo Valico, che la può ricollocare nella geografia a rete lunga delle merci e delle connessioni europee; Torino, che prova a ridisegnare il proprio profilo politecnico guardando anche alla riconversione nell’high-tech bellico; infine Bologna, nel ruolo mediano di città-snodo del LOVER. Trasversale è il grande punto del welfare e dell’inclusione e molto dipenderà da come questa nuova mappa verrà ridisegnata dall’economia sociale che viene avanti. Questa mappa non ha né rappresentazione, né soprattutto rappresentanza adeguate. Le Regioni ci provano a porsi il problema con il tentativo della cabina di regia trasversale degli assessori, partendo dall’economia. Ma la questione va oltre e riguarda la capacità delle vecchie forme della rappresentanza di leggere e anticipare le mappe sociali e soprattutto, di governare la faglia crescente tra produzione e riproduzione della società. Questione da porre come questione sociale agli attori del capitalismo delle reti, utilities, logistica, energia, data center e AI nel loro ridisegnare i territori e le forme di convivenza. Certo, serve guardare indietro, ma occorre camminare in avanti nel capire come una questione economica si stia facendo di nuovo questione sociale. Molto dipenderà da come il soggetto vivente territorio sarà in grado di ripensare le condizioni del proprio sviluppo e del fare società mettendo il sociale prima dell’economico.

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