Il prof. Maurizio Averna: “Grazie al trattamento, oltre il 70% dei pazienti ha ottenuto una riduzione del colesterolo LDL pari o superiore al 50%”
Dopo dodici anni dalla sua istituzione, si conclude il registro LOWER (Lomitapide Observational Worldwide Evaluation Registry), uno dei principali strumenti di raccolta di dati real-world sull’impiego del farmaco lomitapide nei pazienti con ipercolesterolemia familiare omozigote (HoFH). Nato su richiesta della Food and Drug Administration (FDA) statunitense e dell’Agenzia Europea per i Medicinali (EMA), il registro ha acquisito informazioni sull’utilizzo di lomitapide nella pratica clinica quotidiana, con l'obiettivo di valutarne efficacia e sicurezza nel lungo periodo, monitorare eventuali outcomes relativi alle gravidanze e acquisire elementi utili a individuare e ridurre i possibili rischi associati alla terapia.
Il farmaco lomitapide (nome commerciale Lojuxta) è stato approvato dalla Commissione Europea nel luglio 2013 e, nel 2014, FDA ed EMA avevano richiesto l’attivazione di un registro dedicato ai pazienti trattati, con una raccolta dati prevista per almeno dieci anni. Oggi, con la chiusura del registro LOWER, si conclude simbolicamente anche una delle più lunghe esperienze di monitoraggio post-marketing sul farmaco.
“L’analisi dei dati relativi ai primi cinque anni di attività del registro, dall’istituzione fino al febbraio 2019, aveva già confermato l’efficacia della terapia nella pratica clinica, con dosaggi più bassi rispetto a quelli impiegati nel trial di Fase III: la dose mediana era infatti di 10 mg, rispetto ai 40 mg utilizzati nello studio registrativo”, spiega il professor Maurizio Averna, già docente ordinario di Medicina Interna presso l’Università degli Studi di Palermo. “Inoltre, non erano stati segnalati eventi avversi inattesi; l’incidenza degli eventi avversi seri e dell’ipertransaminasemia è risultata inferiore rispetto a quella osservata nel trial”.
L’efficacia e la sicurezza del trattamento sono state ulteriormente confermate dai dati complessivi raccolti alla chiusura del registro, avvenuta dopo oltre dieci anni di attività e dodici dalla sua istituzione. I risultati finali dell’esperienza maturata nell’ambito del registro LOWER sono stati analizzati e presentati al Congresso 2026 della European Atherosclerosis Society (EAS), che si è svolto lo scorso maggio ad Atene. L’analisi ha incluso 245 pazienti con ipercolesterolemia familiare omozigote per i quali erano disponibili dati completi.
“Il farmaco lomitapide si è confermato efficace nella pratica clinica perché oltre il 70% dei pazienti trattati ha ottenuto una riduzione dei livelli di colesterolo LDL pari o superiore al 50%. L’analisi dell’incidenza degli eventi coronarici legati all’ipercolesterolemia ha mostrato un dimezzamento durante il trattamento. Complessivamente, il farmaco è stato ben tollerato e gli effetti collaterali sono risultati gestibili”, afferma Averna.
Il registro ha evidenziato anche come l’introduzione della terapia abbia modificato la possibilità di raggiungere i target di colesterolo LDL rispetto all’epoca precedente. “Il confronto con l’era pre-lomitapide ha mostrato risultati rivoluzionari: il 50% dei pazienti trattati con il farmaco ha ottenuto il target di colesterolo LDL di 70 mg/dL, mentre il 38% ha raggiunto quello di 55 mg/dL. I dati a lungo termine sulla lomitapide sono destinati a cambiare la storia naturale di una patologia che in passato era gravata da un pesante carico cardiovascolare”, sottolinea il professore.
Un altro elemento rilevante emerso dalla pratica clinica riguarda il fatto che la terapia con lomitapide può rendere possibile ridurre, e in alcuni casi interrompere, il ricorso all’aferesi delle lipoproteine. Una tendenza già osservata nel trial di Fase III sul farmaco, pubblicato su The Lancet nel 2013, al quale il professor Averna ha contribuito, e successivamente confermata dai dati real-world. “La conseguenza più evidente è stata un miglioramento della qualità della vita dei pazienti, con una riduzione dell’impatto della malattia sull’attività lavorativa, dello stress legato al ‘sentirsi diversi e limitati’ e dei costi economici associati, perché molti pazienti erano costretti a trasferirsi o a viaggiare per raggiungere il centro aferetico più vicino”, evidenzia Averna.
Dopo oltre dieci anni di esperienza nella pratica clinica e alla luce delle evidenze emerse dal registro LOWER, la lomitapide ha consolidato il proprio ruolo nel trattamento dell’ipercolesterolemia familiare omozigote. “Sulla base dei dati raccolti, sia nella fase sperimentale che nel mondo reale, la lomitapide oggi rappresenta una delle terapie di prima scelta per i pazienti adulti con HoFH e, a breve, anche in età pediatrica, a partire dai 5 anni di età”, afferma il professore. La prospettiva per il futuro è legata alla possibilità di anticipare il momento della terapia: “Questi pazienti, se trattati precocemente, potranno sperare in un’aspettativa di vita sovrapponibile a quella degli individui affetti dalla più lieve ipercolesterolemia familiare eterozigote”, conclude Averna.