Ê tiempe ’e Pappagone: origine del modo di dire napoletano

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Ê tiempe ’e Pappagone: quando il passato diventa leggenda

Ci sono cose così vecchie che non appartengono più alla storia. Appartengono alla nebbia.

Un abito dimenticato in fondo a un armadio. Una promessa fatta quando i telefoni avevano ancora il filo. Un amico che non vediamo da anni. Un oggetto che continua a funzionare contro ogni logica e contro ogni previsione del suo produttore.

A Napoli, per indicare qualcosa che risale a un passato lontanissimo, si dice:

«Chesta è d’ê tiempe ’e Pappagone.»

Vale a dire: questa cosa esiste da un’epoca remota, quasi impossibile da collocare nel calendario.

Non è una semplice indicazione temporale. È un’esagerazione affettuosa, una piccola macchina comica capace di prendere i secoli, allungarli ancora un po’ e trasformarli in una battuta.

Chi era davvero Pappagone?

Sentendo questo nome, molti pensano subito a Gaetano Pappagone, il personaggio reso celebre da Peppino De Filippo negli anni Sessanta.

Con i suoi strafalcioni, la parlata deformata e il celebre «Ecque qua», Pappagone diventò una delle figure più popolari della televisione italiana. Era una sorta di servitore pasticcione del “Cummantatore” Peppino De Filippo: ingenuo, irriverente e capace di distruggere la lingua italiana con un candore quasi scientifico.

Eppure il modo di dire sarebbe precedente al personaggio televisivo.

Secondo l’origine tradizionalmente accolta, infatti, il nome Pappagone deriverebbe dalla trasformazione popolare di Pappacoda, cognome di un’antica famiglia nobile napoletana. Anche Treccani ricorda che l’espressione originaria faceva riferimento proprio ai Pappacoda e che la forma “Pappagone” si affermò successivamente nel linguaggio popolare.

È meglio usare il condizionale, perché l’etimologia dei modi di dire popolari raramente percorre strade dritte e documentate. Le parole passano di bocca in bocca, cambiano suono, vengono storpiate, adattate e talvolta ricostruite molti anni dopo.

La parentela tra Pappagone e Pappacoda resta comunque l’ipotesi più diffusa e credibile.

I Pappacoda, una famiglia dentro la storia di Napoli

I Pappacoda non erano personaggi immaginari. Furono una famiglia influente, legata alla vita politica e aristocratica del Regno di Napoli.

La famiglia era iscritta al Seggio di Porto, uno degli antichi organismi nei quali era organizzata la nobiltà cittadina. Accrebbe il proprio prestigio durante il periodo angioino-durazzesco, soprattutto grazie ad Artuso Pappacoda, condottiero e consigliere dei sovrani Ladislao e Giovanna II.

Il loro nome è ancora inciso nella pietra della città.

Nei pressi della basilica di San Giovanni Maggiore si trova la Cappella Pappacoda, fondata all’inizio del Quattrocento. Un’iscrizione sul suo portale la datava al 1419, mentre il magnifico ingresso gotico viene attribuito allo scultore Antonio Baboccio.

È uno di quei luoghi davanti ai quali si può passare distrattamente senza immaginare che, dietro una facciata, sopravviva la radice possibile di una frase pronunciata ancora oggi.

Napoli funziona spesso così: una parola detta al mercato può contenere un palazzo, una dinastia, una cappella e diversi secoli di storia.

Da Pappacoda a Pappagone

Come abbia fatto esattamente Pappacoda a diventare Pappagone non possiamo saperlo con certezza.

La lingua parlata non compila verbali. Non lascia una data precisa sotto ogni cambiamento. Si modifica lentamente, attraverso errori, somiglianze sonore, ironia e ripetizioni.

È possibile che il cognome Pappacoda, già percepito come appartenente a un mondo antico, sia stato deformato fino a diventare Pappagone. Quando poi Peppino De Filippo creò il suo personaggio, il nuovo Pappagone televisivo finì probabilmente per rafforzare e rendere ancora più popolare l’espressione.

Le due storie, quella aristocratica e quella comica, si sono così sovrapposte.

Da una parte una famiglia medievale e rinascimentale.

Dall’altra una maschera della televisione del Novecento.

In mezzo, il popolo napoletano, che ha preso un nome e lo ha trasformato in una misura del tempo.

Come si usa l’espressione

La locuzione compare soprattutto quando si vuole sottolineare, in modo ironico, la grande distanza temporale di qualcosa:

«Chillu vestito ’o purtavo ê tiempe ’e Pappagone.»

«È ê tiempe ’e Pappagone ca nun ce vedimmo.»

«Stu telefono è d’ê tiempe ’e Pappagone.»

Non serve che siano trascorsi davvero cento anni. Potrebbero essere dieci, cinque o persino pochi mesi.

Ciò che conta non è la precisione. Conta la sensazione.

L’espressione dilata il passato fino a renderlo quasi archeologico. È come dire: è successo tanto tempo fa, quando il mondo era diverso, quando noi eravamo diversi, forse quando i parcheggi a Napoli si trovavano ancora al primo tentativo.

La lingua napoletana non misura il tempo: lo racconta

L’italiano direbbe “molto tempo fa”.

Il napoletano costruisce invece una scena.

Non consegna una semplice informazione, ma evoca un’epoca vaga e remota, popolata da persone ormai scomparse, abitudini dimenticate e oggetti sopravvissuti per miracolo.

È una caratteristica profonda della lingua napoletana: il concetto astratto diventa corpo, personaggio, gesto. Anche il tempo ha bisogno di un volto. E quel volto, in questo caso, è Pappagone.

Ma dietro il sorriso esiste una verità meno leggera.

Noi dividiamo la vita in epoche senza accorgercene. C’è il tempo della scuola, quello dei primi amori, quello dei genitori ancora giovani. Poi arriva un giorno in cui qualcuno guarda una fotografia della nostra giovinezza e dice che sembra appartenere a un’altra era.

Il passato non diventa antico tutto insieme. Invecchia in silenzio.

Prima diciamo “qualche anno fa”.

Poi “quando eravamo ragazzi”.

Infine “ê tiempe ’e Pappagone”.

La memoria cambia, il tempo no

La memoria è un narratore poco affidabile.

Conserva alcuni particolari e ne cancella altri. Addolcisce le stagioni difficili, ingrandisce i momenti felici e talvolta inventa collegamenti mai esistiti. Non ricordiamo soltanto ciò che è accaduto. Ricordiamo anche ciò che abbiamo raccontato tante volte a noi stessi.

Il tempo, invece, non corregge e non riscrive nulla.

Va avanti.

Noi possiamo dargli nomi, dividerlo in anni, riempirlo di fotografie e affidarlo alle parole. Possiamo perfino scherzarci sopra, come fa questa espressione napoletana.

Ma non possiamo fermarlo.

Forse è proprio per questo che l’ironia diventa necessaria. Ridere del tempo è un modo elegante per riconoscere che, alla fine, avrà comunque l’ultima parola.

Oggi siamo noi a parlare di famiglie antiche, maschere televisive, vestiti fuori moda e amicizie perdute.

Domani qualcuno troverà una nostra fotografia, osserverà un oggetto che ci è appartenuto o ricorderà una storia raccontata male.

E forse dirà:

«Chesta cosa è d’ê tiempe ’e Pappagone.»

Senza sapere che, stavolta, Pappagone eravamo noi.

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