AISLA e Centro Clinico NeMO Trento salutano Federico Franceschin, uomo di sport e testimone autentico della forza della comunità
«Dietro ogni risultato, così come dietro ogni percorso di cura, c’è sempre una squadra. Nessuno vince da solo.»
Sono le parole che Federico Franceschin aveva scelto di consegnare ad AISLA pochi mesi fa, in occasione di Linguaggi della Cura, il seminario promosso a Trento per riflettere sul valore delle parole nella malattia, nella scienza e nella relazione di cura.
Oggi quelle parole restano.
Restano come la sintesi più autentica della sua vita, trascorsa dentro e attorno a un campo da basket, prima come giocatore e poi come allenatore. Restano come il messaggio di un uomo che aveva conosciuto la competizione, la disciplina, la responsabilità di guidare gli altri e che, nell’incontro con la SLA, aveva saputo trasformare il linguaggio dello sport in una lezione universale sulla cura.
Federico Franceschin ci ha lasciati il 5 agosto 2026, a 55 anni.
Triestino, playmaker, allenatore, per tutti semplicemente “Fede”, aveva attraversato molte delle piazze più appassionate della pallacanestro italiana, da Roseto a Mesagne, da Vicenza a Pavia, da Mestre a Gorizia, Caorle e San Donà di Piave. Ovunque aveva lasciato il segno di una presenza generosa, discreta, capace di costruire relazioni prima ancora che risultati.
Dopo la diagnosi di SLA, ricevuta nel dicembre 2022, il mondo del basket si era stretto intorno a lui e alla sua famiglia. Era nato il comitato “Insieme per Fede”. Erano arrivati tornei, raccolte fondi, aste, iniziative di solidarietà. Nell’aprile del 2025, il palazzetto di Trieste gli aveva dedicato un abbraccio collettivo: migliaia di persone, due tifoserie unite, un’intera comunità raccolta attorno a uno dei suoi uomini.
Non era soltanto solidarietà.
Era il riconoscimento di ciò che Federico aveva insegnato per tutta la vita: una squadra non è la semplice somma dei suoi giocatori. È fiducia. È responsabilità reciproca. È sapere che il talento individuale acquista senso soltanto quando diventa parte di un progetto comune.
È lo stesso principio che guida la presa in carico delle persone con SLA.
Per questo AISLA aveva voluto la sua testimonianza a Linguaggi della Cura. Federico sapeva che nella malattia, come nello sport, nessuno può essere lasciato solo. Attorno alla persona devono esserci familiari, caregiver, medici, infermieri, terapisti, ricercatori, volontari e istituzioni. Ognuno con il proprio ruolo, tutti orientati verso lo stesso obiettivo: custodire la dignità, le scelte e la vita della persona.
Nel suo intervento Federico non aveva cercato parole straordinarie. Aveva scelto parole vere.
Aveva parlato della fiducia necessaria tra chi affronta la malattia e chi se ne prende cura. Del valore del coordinamento. Della necessità che ogni componente della squadra conosca il proprio ruolo e sappia assumersene fino in fondo la responsabilità.
Aveva ricordato che comunicare non significa soltanto trasmettere informazioni. Significa esserci. Guardare nella stessa direzione. Rendere comprensibile ciò che spaventa. Non lasciare che la persona e la sua famiglia debbano sostenere da sole il peso delle decisioni.
La sua non era una metafora costruita a tavolino.
Era la conoscenza profonda di chi aveva vissuto lo spogliatoio, il campo, la fatica dell’allenamento e la tensione della partita. E di chi, dentro la SLA, aveva scoperto una squadra nuova: quella composta dalle persone amate, dagli amici, dalla comunità del basket e da quanti ogni giorno lavorano nella cura.
Oggi AISLA si stringe con profondo affetto alla famiglia di Federico, ai suoi amici, al comitato “Insieme per Fede”, alla Pallacanestro Trieste e all’intero mondo sportivo che lo ha accompagnato.
Lo salutiamo con gratitudine.
Perché ha scelto di condividere la propria esperienza senza retorica.
Perché ha ricordato che la fragilità non cancella il valore di una persona.
Perché ha trasformato la sua storia in una responsabilità collettiva.
Perché ci ha insegnato che prendersi cura significa giocare insieme la stessa partita.
Federico non ci lascia soltanto il ricordo di ciò che è stato.
Ci lascia un compito.
Continuare a costruire squadre capaci di non arretrare davanti alla complessità della SLA. Squadre competenti, coordinate, umane. Squadre nelle quali nessuno venga considerato una riserva e nessuno resti ai margini del campo.
La sua voce continuerà a vivere nella testimonianza che ci ha affidato il 18 ottobre 2025.
Riascoltarla oggi non significa soltanto ricordarlo. Significa assumere il suo messaggio come un impegno.
Nessuno vince da solo.
E nessuno, nella SLA, deve essere lasciato solo.
Rivedi la testimonianza di Federico Franceschin
AISLA invita a riascoltare la testimonianza che Federico ha affidato a Linguaggi della Cura, il 18 ottobre 2025 a Trento: parole sul valore della squadra, della fiducia e della responsabilità condivisa nel percorso di malattia.