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10 Agosto 2026
Fu la prima Olimpiade della storia ad andare in diretta tv in tutto il mondo. Fu l’Olimpiade del boom economico, della dolce vita, dell’intreccio con alcuni dei monumenti più iconici della storia umana. Ma anche un’Olimpiade a misura d’uomo, a contatto con la gente, atleti e pubblico a condividere un’idea romantica dello sport. Fu l’Olimpiade che consacrò superstar planetarie come Muhammad Ali (anche se si chiamava ancora Cassius Clay), forse il più grande pugile della storia, Abebe Bikila, il maratoneta scalzo, Wilma Rudolph, la Gazzella Nera dei tre ori nell’atletica.
E fu un’Olimpiade indimenticabile anche per il basket.
Roma 1960, partite memorabili, giocatori leggendari, il trionfo degli Stati Uniti che propongono uno stile, una velocità, un’idea di basket che segnerà il futuro del gioco. Su tutto, un senso di grandezza del torneo come non si era mai vissuto: non c’è ancora il femminile (verrà introdotto solo nel ‘76), non c’è nemmeno la pallavolo (debutterà nel ’64 a Tokyo), per la prima volta si ha la sensazione che, tra gli sport di squadra, sia la pallacanestro maschile la regina dei Giochi. E poi, per noi, un quarto posto storico, miglior piazzamento di sempre dell’Italia fin lì, che verrà migliorato solo con l’argento di Mosca, vent’anni più tardi.
Tra le eredità di Roma ‘60 anche il palazzetto di viale Tiziano, nel cuore dell’Olimpiade, anno di inaugurazione 1957, che ospita tutta la prima fase del torneo e parte della seconda, e naturalmente il PalaEur, aperto a giugno appena in tempo per i Giochi, dove si svolgono solo una manciata di partite della seconda fase, ma tutte con una folla oceanica che mai si era vista prima, per il basket. Entrambi gli edifici segneranno poi la storia del basket romano.
A ben vedere le Olimpiadi di Roma ’60 però sono iniziate a Bologna. In quello che adesso si chiama PalaDozza, che quest’anno fa settant’anni, ma all’epoca ne aveva solo quattro, un gioiello all’avanguardia, sorta di via di mezzo, per dimensioni e soluzioni ingegneristiche, tra il palazzone dell’Eur e il palazzetto al Flaminio, più o meno contemporanei.
Diciotto squadre partecipanti per 5 posti per la fase finale, per nove giorni la città olimpica è Bologna. Il pomeriggio del 12 agosto c’è persino una sorta di cerimonia di apertura in miniatura, con sfilata per il centro città delle diciotto delegazioni, bandiera nazionale in testa, ed a procedere il lungo corteo la bandiera olimpica, poi issata sulla cima della Torre Asinelli e lì lasciata a sventolare per tutta la durata dell’Olimpiade romana.
A Basket City, anche se ovviamente nessuno la chiamava ancora così, si gioca dal 12 a 20 agosto, ed è una specie di prova generale per i Giochi. L’Italia non c’è, il posto per la fase finale le spetta come paese organizzatore, ma vi sono molte squadre importanti dai cinque continenti. Dopo un tour de force, fino a sei partite al giorno dalle 9 del mattino a mezzanotte e passa, il pass per Roma lo conquistano Cecoslovacchia, Spagna, Jugoslavia, Ungheria e Polonia.
Il torneo olimpico vero e proprio invece è a sedici squadre, quattro gironi da quattro, passano le prime due, tutte le partite al palazzetto, dividendo lo spazio con il sollevamento pesi. La gara d’apertura è Ungheria-Giappone il 26 mattina alle 9, ma la partita clou della prima giornata è la nostra, alle 21.30: siamo il paese ospitante e sfidiamo i maestri del gioco. Una delle squadre americane più forti di sempre, una sorta di dream team ante litteram, fatta sì di soli giocatori di college, ma molti di loro destinati a carriere formidabili.
C’è Jerry West, semplicemente Mister Logo, l’uomo che ha prestato la sua silhouette al marchio più famoso dello sport mondiale, quello della NBA. C’è Oscar Robertson, che può rientrare nelle discussioni sulla più forte point-guard di tutti i tempi assieme a Magic e Curry, forse un gradino sotto, ma siamo lì. C’è Walt Bellamy, che sarà numero 1 al Draft del ’62, centro da oltre 20 mila punti e 14 mila rimbalzi nell’Nba, quinto ogni epoca per media. E c’è Jerry Lucas, lungo tra i più dominanti della storia, tra i pochissimi ad aver vinto a livello di high school, NCAA (Ohio State), NBA (New York Knicks ’73) e olimpico (Roma 1960, appunto), sempre da protagonista. Sono quattro futuri membri della Hall-of-fame, ma dietro di loro altri faranno ottime carriere NBA (Bob Boozer, Adrian Smith, Darrall Imhoff), una tale profondità di talento che altre due future stelle come John Havlicek e Lenny Wilkens furono relegate al ruolo di riserve a casa.
Sono una squadra di alieni e al primo impatto con noi umani, cioè proprio l’Italia, non c’è storia. Perdiamo netto 88-54, però con 17 punti di Dado Lombardi, diciannovenne che subito fa intravedere carattere e talento. E’ una orgogliosa squadra azzurra quella di Nello Paratore, che nei suoi undici anni da CT sarà l’unico a condurre la Nazionale a tre diverse Olimpiadi, ’60, ’64 e ’68, piazzandosi quarto, quinto e ottavo. Il giorno dopo pieghiamo infatti la temibile Ungheria (era stata campione d’Europa nel ‘55) per 72-67, con 15 punti di Gianfranco Pieri. E il giorno dopo ancora chiudiamo il girone battendo il Giappone, 100-92 con 16 punti a testa di Pieri, dell’Angelo Biondo Sandro Riminucci e di Giovanni Gavagnin.
Superato il turno quindi, si passa a un secondo girone a quattro, che inizia l’1 settembre con una sconfitta al supplementare 78-75 (Alesini 18) con il fortissimo Brasile (ha vinto i Mondiali del ’59 e vincerà anche quelli del ’63). Ma anche stavolta la reazione è di grande carattere, e nei due giorni successivi arrivano due vittorie chiave, contro le solide Cecoslovacchia (77-70, Vianello 14) e Polonia (74-68, Alesini 12, Calebotta e Sardagna 11), dimostrando una insospettata profondità della rosa.
Secondi dietro al Brasile nel girone di seconda fase quindi, superato anche quello, si passa al girone finale, stavolta si gioca all’Eur. E sono grandi partite, contro le superpotenze Usa e Urss, quest’ultima campione d’Europa in carica, titolo che vincerà otto volte in fila. L’8 settembre ci sono 11.696 spettatori al palazzone a provare a spingere l’Italia, Lombardi fa di nuovo bella figura (23), ma gli americani sono sempre di un altro pianeta, stavolta vincono 112-81. Andiamo più vicino ai sovietici, due giorni dopo, finisce con una sconfitta 78-70 un’Olimpiade comunque memorabile.
Siamo quarti dietro a Usa, Brasile e Urss. Felice più di tutti Dado Lombardi, che ricorderà per la vita, con giustificato orgoglio, di essere stato scelto per il quintetto ideale del torneo, assieme a quattro mostri sacri del gioco: tre americani, West, Robertson e Lucas, e il top-scorer del torneo, lo jugoslavo Radivoj Korać, l’uomo dei 99 punti in una partita, e della Coppa che gli verrà dedicata alla sua scomparsa.
Verrà ricordata a lungo la squadra americana che se ne va da Roma con l’oro al collo, missione compiuta con 8 vittorie in 8 partite, scarto minimo il +24 contro l’Unione Sovietica, scarto massimo +61 sul Giappone, scarto medio +42,2 punti. Passerà alla storia come la più forte selezione olimpica di sempre, fino all’avvento del Dream Team orginale, nel 1992 a Barcellona, con Jordan e compagnia.
Enrico Schiavina
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