Il paradosso della crisi idrica

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La crisi idrica non esiste. O almeno, non esiste per come siamo abituati a raccontarla. Non è spezzettata, non è uno spettacolo e, soprattutto, non è inevitabile.

Intanto non è spezzettata: la risorsa idrica è una sola. C’è un unico patrimonio di acqua sul pianeta, essenziale per tutto il vivente. Il 96% è acqua salata. Di quella dolce, oltre il 68% è custodito nelle calotte polari e nei ghiacciai e circa il 30% si trova sottoterra. L’acqua dolce superficiale di laghi e fiumi non arriva a 100 mila chilometri cubi: appena 7 millesimi dell’1% dell’acqua complessivamente presente sulla Terra.

Una frazione infinitesimale. E incommensurabilmente preziosa.

Continuiamo a parlare di crisi idrica come di una successione di emergenze separate: un fiume che si prosciuga, un invaso vuoto, un’alluvione, un campo che non riesce più a produrre. Come se ciascuno di questi fenomeni avesse una storia propria.

Non è così. L’acqua che manca nei campi, quella che precipita violentemente sulle città e quella che perdiamo lungo le reti appartengono allo stesso sistema. E appartengono allo stesso sistema anche i nostri consumi. A livello globale l’agricoltura assorbe circa il 72% dei prelievi di acqua dolce, mentre circa il 20% è destinato al settore industriale e buona parte di ciò che resta agli usi domestici e civili. Se allarghiamo lo sguardo all’intero sistema agroalimentare, l’impronta idrica diventa ancora più rilevante. È da qui che dobbiamo partire.

Chiudere il rubinetto mentre ci laviamo i denti è un gesto giusto, di consapevolezza e di rispetto per una risorsa necessaria alla vita. Ma non risolve la crisi dell’acqua.

Dobbiamo mettere in discussione il modello produttivo globale. E dobbiamo cambiare agricoltura.

In Italia lo scrigno naturale che ci ha sempre garantito l’acqua sta cambiando velocemente. L’ISPRA, partendo dallo scenario attuale, prevede  un calo della disponibilità di acqua dolce che potrebbe raggiungere il 40% entro la fine del secolo.

L’aumento delle temperature intensifica infatti la “richiesta” atmosferica di acqua. È una relazione fisica precisa: per ogni grado di riscaldamento l’aria può trattenere circa il 7% di vapore in più. Più vapore in atmosfera significa precipitazioni potenzialmente più intense; nello stesso tempo, temperature più elevate e suoli degradati accelerano la perdita di acqua disponibile.

Alluvioni e siccità sono manifestazioni diverse dello stesso squilibrio.

Ma la crisi idrica non è neppure uno spettacolo: fiumi in secca, incendi, campi desertificati, persone che cercano refrigerio nelle fontane delle città: sono immagini reali, a volte drammatiche. La loro reiterazione, però, rischia di trasformare una questione strutturale in una rappresentazione permanente dell’emergenza per noi spettatori distanti, impauriti e, alla fine, impotenti. Quando tutto diventa emergenza, diventa più difficile vedere le cause.

La crisi dell’acqua dolce e la siccità sono invece profondamente connesse alla crisi climatica, alla perdita di biodiversità, all’abuso del suolo, alla contaminazione dei terreni e delle falde acquifere. E sono connesse alle scelte che abbiamo compiuto nel modo di produrre e consumare il nostro cibo.

Abbiamo preferito in molti territori monocolture industriali fortemente esigenti in acqua, adottando varietà meno vocate di quelle dell’agrobiodiversità locale, delle colture che nei secoli si erano adattate alle condizioni ambientali dei territori.

Abbiamo fondato una parte rilevante della redditività dell’agroindustria sul fossile: dal riscaldamento delle serre alla produzione dei fertilizzanti. Abbiamo concentrato vaste aree produttive, seminative e zootecniche, nelle grandi pianure, mentre colline e montagne si spopolano, con conseguenze nefaste sulla cura del territorio, sul dissesto idrogeologico e sulla conservazione di fiumi e zone umide.

Abbiamo anche modificato profondamente la nostra alimentazione. Negli ultimi sessant’anni il consumo mondiale di carne è aumentato del 300%. E produrre la carne che mangiamo significa consumare molta acqua: per un chilogrammo di carne bovina ne sono necessari circa 15.000 litri, contro circa 300 per un chilogrammo di verdura.

Poi c’è il paradosso difficile da accettare: un terzo del cibo prodotto globalmente viene sprecato. Con quel cibo buttiamo via anche la terra, l’energia e l’enorme quantità di acqua utilizzate per produrlo.

La crisi idrica mondiale non è dunque soltanto l’effetto di un clima che cambia. È anche il risultato di precise scelte economiche, politiche e infrastrutturali, spesso condizionate da enormi interessi privati. Fino al paradosso per cui lo stesso sistema che ha contribuito a determinare la crisi può trovare nuove occasioni di profitto nel tentativo di affrontarla.

Ed è proprio qui che cambia la prospettiva. Perché la crisi idrica e la siccità esistono, ma non sono inevitabili.

Rispettare i limiti del pianeta non è una posizione ideologica, ma pragmatica: serve alla nostra sopravvivenza. Dobbiamo recuperare il percorso indicato dal Green Deal europeo, troppo presto indebolito quando invece avrebbe dovuto orientare in senso ecologico le grandi scelte politiche. E in agricoltura questo significa avviare una decisa conversione agroecologica: applicare i principi dell’ecologia alla produzione alimentare, lavorare con i processi naturali anziché continuare a contrastarli.

Significa tutelare la fertilità del suolo, ripristinare la maggiore biodiversità possibile, ripercorrere con rispetto i profili di un paesaggio agrario complesso e salubre, nelle pianure come nelle aree interne, integrato con gli ecosistemi naturali. Significa restituire alle comunità locali un ruolo attivo nel governo dei territori e nella tutela delle risorse dalle quali dipende il vivente.

Ma servono anche scelte molto concrete.

Servono infrastrutture diffuse e il recupero degli invasi di raccolta, affidati a una gestione pubblica valida. Serve ripristinare l’efficienza delle reti di distribuzione che oggi perde il 42,4% dell’acqua immessa. Serve promuovere la raccolta e il riuso dell’acqua negli edifici. E serve regolamentare i grandi prelievi industriali di acqua, dalle centrali elettriche fino ai data center.

Soprattutto, dobbiamo smettere di aspettare il prossimo invaso vuoto, il prossimo fiume in secca, il prossimo raccolto perduto per dichiarare ancora una volta l’emergenza.

La crisi idrica esiste. Quello che non esiste è la sua inevitabilità.

L’acqua ci ricorda, forse più chiaramente di qualsiasi altra risorsa, che non possiamo negoziare con i limiti del Pianeta. Possiamo invece scegliere come produrre, come consumare, come abitare i territori e come prendercene cura.

È una scelta economica. È una scelta culturale. È, soprattutto, una scelta politica. E non possiamo più rimandarla.

di Barbara Nappini,
da Il Corriere della Sera del 21 agosto 2026

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