di Andrea Follini
L’Istituto Piepoli è un istituto di ricerca indipendente e questo restituisce, attraverso le indagini svolte tra gli italiani, uno spaccato reale del sentimento dei cittadini in tanti argomenti che toccano il nostro Paese. Presidente di questo istituto dal 2023 è Livio Gigliuto, sociologo ed esperto di marketing al quale abbiamo chiesto di condividere con noi alcune riflessioni sull’orientamento degli italiani nel campo politico e sociale.
Uno dei temi all’attenzione della politica e dell’opinione pubblica in queste settimane è la legge elettorale all’esame del parlamento. Il segretario di Avanti Psi, Enzo Maraio, più volte ha richiamato la necessità – forse voce unica all’interno del centrosinistra – che le preferenze siano una priorità, perché gli italiani possano tornare a decidere chi li rappresenterà in Parlamento. Qual è il sentimento degli italiani riguardo le preferenze? C’è ancora voglia di tornare a decidere?
«Intanto mettiamo tutto dentro una cornice più generale: la legge elettorale non è al centro della priorità degli italiani. Quando chiediamo loro quali credono siano le cose di cui c’è maggiore necessità, come era prevedibile, la legge elettorale non è tra queste. Ma quando li interpelliamo su questo tema non raccolgo un sentimento positivo trasversale. O meglio, all’interno di essa cogliamo sfumature diverse nell’elettorato di centrodestra e in quello di centrosinistra».
Intende dire che hanno diverse opinioni sui vari temi, come premio di maggioranza o preferenze?
«Esatto. Le faccio un esempio: il premio di maggioranza che scatta al 42%, non convince l’opinione pubblica. Nel centrodestra si dice indicativamente di sì; gli elettori di centrosinistra sono più sospettosi rispetto a questo tema. L’elettorato di centrosinistra tende a voler far prevalere il bisogno di rappresentatività, mentre il centrodestra predilige leggi elettorali che mettano al centro la stabilità. Quindi l’opinione pubblica è divisa sul premio di maggioranza, mentre sulle preferenze questa divisione non la cogliamo. L’opinione pubblica, in una quota che è circa il 60%, in maniera trasversale, da destra a sinistra, compresi gli elettori del M5S – anche se in modo più circoscritto – le vuole con convinzione. Semplifichiamo così: se l’opinione pubblica avesse la possibilità di votare le preferenze, sicuramente voterebbe per approvarle».
Come mai, a suo avviso, nel M5S questo sentimento è meno diffuso?
«Di solito il M5S non ha grandi performance nelle elezioni che prevedono le preferenze, perché è un voto più d’opinione e meno legato al candidato singolo espresso dai territori. Infatti, se ci fa caso, sia alle amministrative che alle europee, dove in entrambi i casi ci sono le preferenze, il M5S non ha avuto grandi performance».
Forse anche l’interpretazione, certo non esattamente “giusta”, che si crei clientelismo?
«Certo, ovvero che in sostanza le preferenze possano rappresentare un certo modo di fare politica».
C’è un orientamento generale che va in questa direzione, quindi…
«Sì, un orientamento piuttosto netto».
Negli ultimi anni però c’è stato un altissimo tasso di astensionismo, riconducibile a una disaffezione generale. Come se lo spiega?
«Attenzione a considerare le preferenze la soluzione all’astensionismo, potrebbe essere un errore, una semplificazione eccessiva. Certo, la gente si sente più coinvolta, il territorio si anima e qualcosa sposta, ma la poca affluenza degli italiani alle urne non è conseguenza di un solo fattore. Le faccio un esempio concreto. Pensiamo alle elezioni amministrative e a quelle regionali, in entrambe ci sono le preferenze. Registriamo livelli di partecipazione diverse tra una campagna e l’altra, perché a far venire la voglia di andare a votare sono sostanzialmente due cose: la percezione che il proprio voto conti e possa cambiare le cose e la consapevolezza che ci sia una campagna elettorale davvero aperta e combattuta».
Come è avvenuto per l’ultimo referendum sulla giustizia?
«Sì. Il proprio voto, in quell’occasione, era davvero rilevante nella percezione generale per il tema proposto. E inoltre si aveva l’idea che il proprio voto potesse determinare il risultato finale. Cosa che si è verificata».
Può esserci un elemento legato alla novità – e pongo questa domanda pensando allo spostamento nei sondaggi, in modo particolare intanto nel centrodestra con la nascita di Futuro Nazionale – che in qualche modo incide nel dato dell’affluenza?
« Se si riferisce alla novità Vannacci nella politica italiana, ci sono due risposte possibili. La prima, una risposta di effetto diretto e non credo che ci sia rispetto all’affluenza alle urne. Perché i flussi che vediamo fino ad ora rispetto a questa formazione politica, il cui consenso sta crescendo notevolmente e in poco tempo (noi lo diamo al 6,5%), si spostano all’interno del centrodestra, non arrivano dal mondo dell’astensione».
Vannacci non sta portando ad aver voglia di votare, persone che prima non votavano?
«È così. La gran parte del 6,5% del consenso di Vannacci viene dalla Lega. Alle europee la Lega, se non ci fosse stato il generale, avrebbe avuto sicuramente un risultato inferiore. Qualcosa poi erode da Fratelli d’Italia, come è fisiologico che sia».
Diceva, l’effetto indiretto, invece?
«È che fra un anno questo nuovo punto di riferimento politico, radicale e divisivo, potrebbe essere una grande motivazione al voto, specie per coloro che, distanti dai valori di Futuro Nazionale, possono vedere la necessità di arginare con il proprio voto questa deriva. Soprattutto se Vannacci si presenterà all’interno della coalizione di centrodestra».
Sarebbe interessante capire in uno scenario di questo tipo, cioè con FN nella coalizione di centro destra, come reagirebbero gli elettori moderati di Forza Italia. Capire cioè se si potesse pensare ad un rafforzamento dell’ala riformista all’interno del centrosinistra, facendo anche tesoro di una parte di elettorato che arriva dalla destra attuale.
«Sul possibile spostamento di consensi dal centrodestra al centrosinistra, preferisco essere prudente. Ho visto molte volte il racconto di un centrodestra che si sposta verso sinistra, ma non cedo ci possa essere una sorta di “attrazione meccanica”, numerica, della sinistra rispetto al centro destra. Piuttosto quell’elettorato potrebbe essere lusingato da una proposta programmatica che in qualche modo possa sentire sua, magari con chiavi di lettura diverse. Quindi forse una maggiore attenzione ai contenuti, all’offerta politica piuttosto che agli automatismi, potrebbe far avvenire questo spostamento».
C’è un altro tema molto sentito dagli italiani, che è quello della sicurezza. I socialisti hanno più volte ribadito la necessità per il centrosinistra di non abbandonare la questione nelle mani della destra, quasi fosse un tabù parlarne. Quanto incide il bisogno di sicurezza negli italiani rispetto agli altri grandi temi?
«Quando si interrogano gli italiani sulle loro priorità, ne identificano chiaramente tre: la sanità, la questione economica (bollette, inflazione, costo dei carburanti…) e spesso queste due si alternano al primo posto; poi viene la sicurezza. Gli elettori di centrodestra sentono il tema della sicurezza molto più degli altri. Gli elettori di centrosinistra evidenziano altre priorità, specie quando si caratterizza il tema politicamente; ma quando si interrogano gli italiani sulla vita quotidiana, più o meno vi è una risposta trasversale, ossia che gli italiani vivono con un forte senso di insicurezza. Circa un terzo degli elettori, con una certa prevalenza al nord, avvertono insicurezza»
Sarà il tema della prossima campagna elettorale?
«Se dovessi fare una previsione di come sarà la prossima campagna elettorale, io immagino che il centrodestra proverà a saldare il tema economico con quello della sicurezza; forse anche un po’ cercando una giustificazione, ossia dicendo che se siamo in questa situazione di insicurezza un po’ lo dobbiamo anche alla situazione economica».
Ma la sinistra dovrebbe riprendersi questo tema, visto che incrocia anche la questione sociale che è assai nelle corde dei suoi elettori?
«La questione è parlare a questo sentimento del Paese. Portare le proprie soluzioni, dare una propria lettura del fenomeno. L’errore che rischia di fare il centrosinistra non è tanto quello di lasciare il tema alle declinazioni della destra bensì decidere che quello è un tema che non fa parte del proprio racconto. La sicurezza deve probabilmente integrare le proposte del centrosinistra fatte in altri campi, ma strategicamente non può lasciare il tema alla destra. Anche perché di sicurezza si occupano con buoni risultati molti amministratori locali di centrosinistra, quindi un bacino esperienziale da cui attingere ce l’ha. Funziona meglio però a livello locale che non nazionale».
L’insicurezza percepita è secondo lei più legata a questioni di criminalità organizzata piuttosto che all’instabilità internazionale, oppure alla microcriminalità che abbonda nelle nostre città e periferie?
«Ho chiesto a quel terzo di italiani che si sentono insicuri, quale fosse la componente di quello che noi forse troppo genericamente indichiamo come “sicurezza”, che fa loro più paura. Anche in questo caso trasversalmente, la risposta è stata: la microcriminalità. In questo momento è questa porzione di criminalità che determina la percezione di insicurezza negli italiani. L’elettorato di centrodestra indica, un po’ più che la media, nell’immigrazione la causa della propria insicurezza, ma generalmente baby gang, rapine, sono gli elementi scatenanti l’insicurezza percepita nello svolgersi delle attività quotidiane delle persone. Gli italiani pensano che siano questi episodi di micro criminalità quelli dai quali possano essere colpiti. L’insicurezza nasce da questo».