La crisi spagnola e le contraddizioni della politica migratoria europea - Partito Socialista Italiano

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di Andrea Follini

L’immigrazione continua a essere uno dei dossier più delicati dell’Unione europea, ma i numeri raccontano una realtà più complessa di quella suggerita dal dibattito politico. Secondo dati diffusi dalla Commissione europea, nel 2024 quasi sei milioni di persone sono immigrate nei Paesi dell’Unione: 4,2 milioni provenivano da Paesi extra-Ue, mentre circa 1,5 milioni si sono trasferite da uno Stato membro all’altro. Non è dunque soltanto una questione di sbarchi o attraversate irregolari: è un fenomeno strutturale che comprende lavoro, studio, ricongiungimenti familiari, protezione internazionale e mobilità interna. Anche sul fronte dell’asilo, il biennio più recente non conferma l’idea di una crescita senza fine. Nel 2024 le domande di asilo presentate per la prima volta nell’Ue sono state 912.425. Nel 2025 sono scese a 669.365, con una diminuzione del 26,6 per cento. Spagna, Italia, Francia e Germania sono rimaste tra le principali destinazioni. Nel frattempo, alla fine del 2025, oltre 4,3 milioni di persone fuggite dall’Ucraina beneficiavano ancora della protezione temporanea europea: una componente enorme dei movimenti migratori degli ultimi anni che raramente entra nello stesso racconto politico riservato agli arrivi irregolari. Il dato più significativo è forse quello sulla popolazione residente. Al primo gennaio 2025 vivevano nell’Ue 46,7 milioni di persone nate fuori dall’Unione, pari al 10,4 per cento della popolazione. I cittadini di Paesi extra-Ue erano 30,6 milioni. Germania, Francia, Spagna e Italia concentravano da sole quasi il 70 per cento dei cittadini non comunitari residenti nell’Unione. Sono numeri che mostrano quanto l’immigrazione sia ormai parte integrante della struttura demografica ed economica europea, non una parentesi emergenziale. Eppure le frontiere continuano a produrre crisi politiche. La più clamorosa quella di quest’estate, esplosa a Ceuta, enclave spagnola in Nord Africa. Tra la fine di luglio e l’inizio di agosto decine di migliaia di persone hanno tentato di entrare nel territorio spagnolo dal Marocco, provocando una situazione umanitaria drammatica e numerose vittime. La crisi ha riportato al centro il problema della gestione delle frontiere esterne dell’Ue e della cooperazione con i Paesi di transito. È qui che la risposta italiana diventa politicamente discutibile. Il governo di Giorgia Meloni, anziché utilizzare la crisi per chiedere un coordinamento europeo più forte e un sostegno concreto a Madrid, ha scelto uno scontro diplomatico. Roma ha annunciato la sospensione temporanea del regime Schengen nei confronti della Spagna, introducendo controlli selettivi sui cittadini di Paesi terzi in arrivo via mare o via aerea. La misura è stata presentata come necessaria per la sicurezza nazionale. Ma quale pericolo concreto proveniva da Ceuta per l’Italia? La domanda è inevitabile. Ceuta non è una porta d’accesso diretta al territorio italiano e, soprattutto, la libera circolazione nell’area Schengen non equivale all’assenza di controlli alle frontiere esterne. La scelta italiana appare quindi più politica che operativa. Lo hanno sottolineato anche diversi osservatori, giudicando la sospensione del regime Schengen con la Spagna scarsamente utile sul piano pratico e potenzialmente dannosa per la fiducia reciproca tra Stati membri. Il paradosso è evidente: proprio mentre l’Europa avrebbe bisogno di una politica comune, Roma ha scelto di alzare una barriera simbolica nei confronti di un Paese alleato. Il ministro degli Esteri spagnolo José Manuel Albares ha contestato duramente la decisione italiana, sostenendo che l’integrità di Schengen fosse garantita e denunciando una rappresentazione fuorviante della situazione. Anche il rapporto con Berlino mostra una contraddizione. La Germania del cancelliere Friedrich Merz ha chiesto alla Spagna di ristabilire rapidamente il controllo della frontiera e ha insistito sulla necessità di proteggere le frontiere esterne dell’Unione. Ma Berlino ha contemporaneamente mantenuto una linea propria, legata ai controlli alle frontiere interne e soprattutto all’applicazione del nuovo Patto europeo su migrazione e asilo. Proprio qui emerge il limite della strategia italiana. Il governo Meloni rivendica da anni di voler spostare la questione migratoria dal livello nazionale a quello europeo. Ma quando arriva una crisi che colpisce un altro Stato membro, la risposta è stata invece nazionale: controlli, minacce, pressioni diplomatiche e ricerca del colpevole. È difficile sostenere contemporaneamente che la migrazione sia un problema europeo e che ogni emergenza debba essere affrontata punendo il vicino. L’Europa, naturalmente, non può ignorare il controllo delle frontiere. Nel 2025 quasi 133 mila cittadini di Paesi terzi sono stati respinti alle frontiere esterne dell’Ue; 719.395 sono stati registrati come presenti irregolarmente e 491.950 hanno ricevuto un ordine di lasciare il territorio dell’Unione. Questi numeri dimostrano che il problema dei rimpatri e dell’immigrazione irregolare esiste. Dimostrano però anche che la sola deterrenza non basta: se gli Stati non collaborano, ogni frontiera nazionale diventa il punto debole della successiva. La lezione di Ceuta dovrebbe dunque essere opposta a quella scelta da Roma. Spagna, Italia e Germania hanno interessi diversi, ma condividono una stessa frontiera politica: quella dell’Unione europea. Servono più cooperazione con i Paesi d’origine e di transito, canali legali più credibili, procedure d’asilo più rapide, rimpatri effettivi per chi non ha diritto alla protezione e soprattutto una distribuzione europea delle responsabilità. Meloni avrebbe avuto l’occasione di chiedere tutto questo, presentandosi come mediatrice tra Madrid, Berlino e Bruxelles. Ha scelto invece lo scontro con Madrid e, nel rapporto con Berlino, una competizione sulle rispettive ricette nazionali. È una strategia che può funzionare nel breve periodo sul piano della comunicazione politica, ma che rischia di indebolire proprio ciò che l’Italia dovrebbe avere più interesse a difendere: un sistema europeo capace di condividere il peso delle frontiere. L’immigrazione non si fermerà perché Roma controlla un passeggero arrivato dalla Spagna, così come non aumenterà o diminuirà per una dichiarazione muscolare di un governo. I dati degli ultimi due anni mostrano piuttosto un fenomeno ampio, mutevole e in parte già in calo sul fronte delle richieste d’asilo. La sfida non è quindi scegliere tra frontiere aperte e frontiere chiuse, ma costruire un sistema che sappia distinguere sicurezza, diritto d’asilo, immigrazione regolare e accoglienza. Ceuta ha mostrato quanto sia fragile quel sistema. La reazione italiana ha mostrato, ancora una volta, quanto sia difficile per i governi europei comportarsi da europei proprio quando la pressione politica aumenta. E forse questa è la vera crisi migratoria dell’Unione: non soltanto quella alle frontiere, ma quella della solidarietà tra gli Stati che quelle frontiere dovrebbero difendere insieme.

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