Come RESAVER contribuisce a rendere le carriere dei ricercatori più attrattive e sostenibili nello Spazio europeo della ricerca
In un periodo di incertezza geopolitica, accelerazione tecnologica e intensificazione della concorrenza globale, l’Europa pone ancora una volta la ricerca e l’innovazione al centro del suo futuro, non solo come condizione per il progresso sociale e l’autonomia strategica, ma anche come motore di competitività fondata sui valori europei. I rapporti Draghi, Letta e Heitor convergono su un punto essenziale: l’Europa deve investire di più, mobilitare le proprie risorse in modo più efficace e trasformare la conoscenza in prodotti, servizi e crescita.
Ma la ricerca, prima di tutto, riguarda il talento, attrarlo, coltivarlo e prendersi cura delle persone che lo animano. C’è un aspetto che viene quasi sempre trascurato: cosa succede a queste persone quando vanno in pensione.
Due milioni di persone, uno spazio di ricerca europeo
Oggi nell’Unione Europea lavorano oltre due milioni di ricercatori, di cui 2,15 milioni con incarichi a tempo pieno, un numero in costante aumento nell’ultimo decennio. Queste persone lavorano in università, centri di ricerca, infrastrutture di ricerca, ospedali, aziende, start-up, spin-off, scale-up ed enti pubblici. Sono il nucleo umano dello Spazio europeo della ricerca (European Research Area o ERA): le persone che generano conoscenza, mettono alla prova idee, creano collaborazioni, formano studenti e aiutano la società a rispondere a sfide complesse.
L’ERA è diventata uno degli ecosistemi di ricerca più avanzati al mondo, uno spazio che i ricercatori vivono sempre più come un unico luogo in cui vivere e lavorare. Condividono oltre 40 infrastrutture di ricerca comunitarie, partecipano a progetti multinazionali, insegnano in università sempre più transnazionali e incarnano una delle più recenti ambizioni dell’Unione: la c.d. quinta libertà, la libera circolazione delle conoscenze e dei talenti. La mobilità è stata fondamentale per questo successo; oggi ben oltre 250.000 ricercatori lavorano in un paese europeo diverso dal proprio.
Il punto cieco: mobilità, precarietà e pensioni
Eppure, le condizioni di lavoro dei ricercatori non sono ancora all’altezza dell’importanza che l’Europa attribuisce alla ricerca. Contratti a breve termine, incarichi basati su progetti e stipendi inferiori alla media sono ancora frequenti, spesso fino a quando la stabilità professionale non arriva ad una fase avanzata della carriera. La mobilità, per quanto essenziale e gratificante, aggiunge ulteriore complessità. E tutto ciò converge in un unico momento di cui si parla troppo poco: il pensionamento.
I ricercatori, soprattutto quelli all’inizio della carriera, tendono ad essere profondamente dediti alla propria vocazione. Finché possono continuare a fare ricerca, imparare e collaborare, raramente si preoccupano del loro benessere finanziario a lungo termine. Molti non si rendono conto che i contributi pensionistici versati nei primi dieci anni di vita lavorativa – anche quando stipendi e contributi sono modesti – possono accumularsi fino a rappresentare una quota sproporzionatamente elevata del reddito pensionistico finale. Ancor meno considerano che la mobilità può frammentare i diritti pensionistici, aggiungendo costi di trasferimento, oneri amministrativi e ostacoli legali che erodono silenziosamente l’importo che riceveranno alla fine.
L’Europa è giustamente orgogliosa della propria qualità della vita. Per molti ricercatori che si spostano spesso, però, questo orgoglio non sempre perdura al momento del pensionamento.
Una raccomandazione che colloca le pensioni al posto giusto
Nella sua Raccomandazione del 13 dicembre 2023 su un quadro europeo per attrarre e trattenere talenti nel campo della ricerca, dell’innovazione e dell’imprenditorialità in Europa, il Consiglio dell’UE ha posto le carriere di ricerca – pensioni comprese – al centro dell’agenda europea per la competitività.
La Raccomandazione suggerisce esplicitamente alle organizzazioni dell’UE con attività di ricerca di valutare l’adesione alla soluzione RESAVER, che si distingue per essere paneuropea e per garantire l’assenza di un periodo di acquisizione dei diritti e di commissioni per il trasferimento dei beni, ovvero proprio gli ostacoli che penalizzano il personale mobile. Questa raccomandazione è importante perché ridefinisce le pensioni non come un dettaglio amministrativo, ma come parte integrante dell’attrattiva di una carriera nella ricerca: la stessa logica ora visibile in iniziative come Choose Europe for Science. Circa 100.000 ricercatori europei lavorano attualmente negli Stati Uniti e in Canada. L’Europa non può sempre eguagliare gli stipendi statunitensi, ma può competere in termini di valori, qualità della vita e protezione sociale, se sceglie di puntare su questi aspetti.
Cos’è RESAVER e cosa non è
Il REtirement SAvings Vehicle for European Research (RESAVER) è un fondo pensione integrativo aziendale paneuropeo senza scopo di lucro e strettamente controllato, creato dieci anni fa con il sostegno della Commissione europea. È aperto alle organizzazioni che svolgono attività di ricerca in tutto lo Spazio economico europeo e a tutto il loro personale: non solo ai ricercatori, ma anche ai tecnici di laboratorio, ai dirigenti, agli amministratori e al personale di supporto, senza i quali nessuna organizzazione di ricerca potrebbe funzionare.
RESAVER è già operativo in nove paesi: Italia, Spagna, Francia, Paesi Bassi, Belgio, Austria, Ungheria, Repubblica Ceca e Cipro, mentre Germania e Portogallo sono in fase di implementazione. In ciascuno di questi paesi, RESAVER è approvato dall’autorità di vigilanza nazionale come regime integrativo aziendale, è conforme alla legislazione sociale e del lavoro locale e offre le stesse prestazioni – inclusi i vantaggi fiscali ove applicabili – di una pensione aziendale locale. In Italia, ad esempio, RESAVER si allinea al Trattamento di Fine Rapporto (TFR).
Si tratta di un fondo a contribuzione definita, multi-paese e multi-aziendale: ogni dipendente ha un conto individuale in ciascun paese e organizzazione, nel quale vengono versati e investiti i contributi del datore di lavoro (e, facoltativamente, del dipendente). Al momento del pensionamento, il dipendente riceve il capitale accumulato più i rendimenti degli investimenti, senza alcun obbligo pensionistico a carico del datore di lavoro.
Fondamentalmente, RESAVER non è in concorrenza con le pensioni statali o con i fornitori di servizi pensionistici esistenti, bensì li integra. Il suo scopo è colmare le lacune: per i dipendenti che si spostano frequentemente all’estero e non sono coperti da un sistema pensionistico locale; per i dipendenti con contratti a breve termine che non raggiungono mai il periodo di maturazione previsto dal piano aziendale; e per le aziende in crescita, sia spin-off che scale-up, che non offrono ancora pensioni integrative. Se un dipendente è già ben coperto, l’obiettivo è già raggiunto. Se un dipendente che si sposta frequentemente aderisce a RESAVER e successivamente si stabilisce definitivamente, i suoi risparmi accumulati possono essere trasferiti al piano aziendale senza costi aggiuntivi. RESAVER è un sistema aggiuntivo, non dirompente.
2026/2027: il rafforzamento di RESAVER in Italia
RESAVER ha già membri italiani. Ma il periodo 2026/27 è quello in cui punta a consolidare la propria presenza in Italia. In quanto infrastruttura operativa e pronta all’uso dello Spazio europeo della ricerca, RESAVER è qui per apportare valore aggiunto agli enti di ricerca e al loro personale, rafforzando così le opportunità di intraprendere una carriera nella ricerca in Europa.