Ci sono popoli che hanno difeso la propria identità costruendo mura. I Guna l’hanno fatto anche con un ago.
Vivono tra la costa caraibica di Panama, centinaia di piccole isole e alcune comunità della Colombia settentrionale. Per molto tempo il resto del mondo li ha chiamati Cuna o Kuna. Loro hanno continuato a chiamarsi e raccontarsi nella propria lingua. E proprio nel 2026 è accaduto qualcosa di piccolo solo in apparenza: una legge panamense ha stabilito che la comarca fino ad allora indicata ufficialmente come “Kuna Yala” debba chiamarsi Gunayala, scritto con la G e tutto unito, secondo l’ortografia scelta dal popolo Guna. Una lettera può sembrare poca cosa. Quando però per secoli sono stati gli altri a decidere persino come scrivere il tuo nome, riprenderselo è già un atto politico.
E i Guna di nomi se ne intendono. La loro lingua è il dulegaya, chiamato anche gunagaya, un idioma con una propria struttura grammaticale e un alfabeto codificato dalle autorità culturali Guna. L’UNESCO la considera parte di un patrimonio vivo da proteggere insieme ai racconti orali, alle ninne nanne, ai canti rituali, alla musica e alla danza. Non stiamo parlando, dunque, di un curioso residuo del passato. Stiamo parlando di una cultura contemporanea che continua a scegliere come stare nel presente.
E sono molti più di quanto si possa immaginare guardando quelle minuscole isole disperse nel blu. Il censimento panamense del 2023 ha contato 112.319 persone appartenenti al popolo Guna nel Paese. Gunayala è soltanto uno dei loro territori: esistono anche le comarche di Madungandí e Wargandí, mentre numerose famiglie vivono ormai nelle città. Nella sola Gunayala il Ministero della Salute panamense registra 363 isole, delle quali circa 49 permanentemente abitate.
Ma per capire davvero i Guna bisogna guardare una camicetta.
Le celebri molas non sono semplici decorazioni per turisti. Sono pannelli tessili costruiti sovrapponendo diversi strati di stoffa colorata, che vengono tagliati, ripiegati e cuciti fino a far emergere figure geometriche, animali, piante e rappresentazioni del mondo contemporaneo.
Il National Museum of the American Indian conserva esemplari realizzati con la tecnica dell’appliqué rovesciato. Ogni strato tolto ne rivela un altro. Quasi una metafora involontaria della cultura Guna: per capire ciò che appare in superficie bisogna continuare a scendere.
Sono soprattutto le donne a custodire e reinventare questa arte. E anche qui occorre evitare un equivoco frequente: parlare semplicemente di “matriarcato” sarebbe troppo facile. La società Guna è tradizionalmente matrilocale e presenta forti elementi matrilineari. Nel matrimonio, storicamente, è l’uomo a trasferirsi presso la famiglia della moglie; la casa e alcuni beni possono essere trasmessi attraverso la linea femminile. Le donne occupano quindi una posizione centrale nella struttura familiare ed economica, ma questo non significa che tutto il potere politico appartenga automaticamente a loro. È una società costruita su equilibri diversi dai nostri, non il negativo fotografico del patriarcato.
Poi arriva il 1925.
Il governo panamense aveva avviato politiche di assimilazione che cercavano di modificare abitudini, abbigliamento e forme tradizionali di vita delle comunità indigene. I Guna reagirono. La Rivoluzione Dule del 1925 fu breve ma decisiva e diventò uno spartiacque nella loro storia. Sarebbe però inesatto raccontare che in quei pochi giorni nacque magicamente l’attuale autonomia: il processo fu più lungo. La riserva arrivò nel 1930, la comarca di San Blas nel 1938 e la fondamentale legge del 1953 riconobbe formalmente il Congresso Generale Guna e le autorità tradizionali dei villaggi. Ancora oggi la vita comunitaria conserva proprie istituzioni e propri sagla, autorità che svolgono funzioni politiche, sociali e spirituali.
Ed è qui che il materiale che mi hai dato nascondeva una sorpresa. La descrizione della bandiera Guna con “due braccia incrociate, arco, frecce e otto stelle” non corrisponde alla principale bandiera storica di Gunayala documentata dallo Smithsonian. Quella più nota presenta invece al centro un antico simbolo Guna dalla forma che agli occhi occidentali ricorda immediatamente una svastica. Ma non ha alcun rapporto con il nazismo: il simbolo apparteneva alla cultura Guna molto prima che Hitler se ne appropriasse in Europa. Lo Smithsonian registra il nome Naa Ukuryaa e, secondo una delle interpretazioni tradizionali raccolte dal museo, richiama un essere cosmico e le quattro direzioni del mondo. Lo stesso motivo compare anche in antiche molas. Vedere quella bandiera senza conoscerne la storia significa leggerla con gli occhi sbagliati.
Forse, però, la parte più impressionante della storia dei Guna non appartiene al passato.
Oggi il nemico non indossa una divisa. Sale di qualche millimetro ogni anno.
Nel 2024 gli abitanti della piccola isola di Gardi Sugdub, sovraffollata e sempre più esposta alle inondazioni, hanno iniziato a trasferirsi nel nuovo insediamento di Isber Yala, sulla terraferma. Circa trecento famiglie erano coinvolte nel progetto. Human Rights Watch lo ha definito il primo grande caso panamense di trasferimento pianificato legato agli effetti del cambiamento climatico. Non significa che ogni singola mareggiata sia provocata dal riscaldamento globale, ma l’innalzamento del livello del mare rende sempre più vulnerabili comunità costruite pochi centimetri sopra l’acqua.
E qui la storia assume quasi una crudeltà poetica.
Per generazioni i Guna hanno resistito perché nessuno li costringesse ad abbandonare la propria terra, la propria lingua, i propri abiti. Ora è la terra stessa, in alcuni luoghi, a diventare troppo fragile per trattenerli.
Una casa può essere ricostruita sulla terraferma. Una scuola può essere spostata. Si possono trasportare amache, pentole, fotografie, molas. Ma come si trasferisce il rapporto con un’isola? Come si trasloca il rumore dell’acqua sotto una casa, il punto da cui una famiglia partiva per pescare, il luogo nel quale sono sepolti i ricordi?
Forse è proprio questo che rende i Guna così interessanti. Non sono il “popolo incontaminato” delle fotografie turistiche, fermo fuori dal tempo. Hanno telefoni, studiano, migrano verso Panama City, commerciano, discutono il turismo e affrontano gli stessi cambiamenti del resto del mondo. Ma da un secolo continuano a fare una cosa che molte società molto più grandi sembrano aver dimenticato: cambiare senza concedere agli altri il diritto di decidere chi devono diventare.
Le loro molas funzionano nello stesso modo. Si incide uno strato e sotto ne appare un altro. Poi un altro ancora.
Forse l’identità è proprio questo.
Non qualcosa che conserviamo mettendolo sotto vetro, ma qualcosa che continuiamo a cucire mentre il mondo prova continuamente a strapparlo.
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