Oggi ti porto alla scoperta di un luogo della Campania che quasi sicuramente non conosci. Fatto di storia, natura e buon cibo. Si tratta del Cilento, nel sud della Campania, dove i Greci, più di 2.500 anni fa, fondarono Elea, l’antica città che oggi conosciamo come Velia, ma anche il luogo in cui Ancel Keys studiò il segreto della longevità, intuendo che una vita sana passa da ingredienti semplici, prodotti locali, convivialità e tanto tempo trascorso all’aria aperta.
Sono partita da Napoli in treno ed ho raggiunto la stazione di Vallo della Lucania, nel cuore del Cilento, una zona poco conosciuta nel sud della Campania.
Ed è proprio in momento, scendendo dal treno a Vallo della Lucania, che capisci che stai per entrare in un posto diverso. L’aria è già più lenta, il sole più basso, e qualcosa nell’odore — di terra, di mare lontano, di erbe selvatiche — ti dice che qui il tempo si misura in un altro modo. Conosco molto bene questa zona, perchè è qui che trascorro le mie vacanze estive ogni anno. Ma questa volta non sono qui in vacanza, nè per il mare.
Sono arrivata in Cilento per raccontare la terza tappa di Praesentia. Gusto di Campania Divina, il viaggio promosso dalla Regione Campania alla scoperta della cultura enogastronomica regionale. Ma quello che ho trovato è andato molto oltre un semplice press tour: ho trovato un luogo che quasi nessuno conosce davvero, fatto di storia, natura e cibo che è ancora memoria viva.
Il Cilento che non ti aspetti
Siamo nel sud della Campania, in una terra che duemilacinquecento anni fa i Greci scelsero per fondare Elea, la città che oggi conosciamo come Velia. Ma il Cilento non è solo archeologia: è anche il luogo dove, a metà del Novecento, il fisiologo americano Ancel Keys intuì il segreto della longevità osservando le persone di qui — una vita fatta di ingredienti semplici, prodotti locali, convivialità e tanto tempo trascorso all’aria aperta. Da quella intuizione è nata la Dieta Mediterranea, oggi Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità UNESCO. E proprio in questi luoghi, a Pioppi, è nato il Museo Vivente della Dieta Mediterranea, che custodisce e tramanda questo patrimonio al mondo.
Ma la cosa che più mi ha colpita, in questi due giorni, è stata incontrare le persone che questa terra la vivono ogni giorno.
Un pomeriggio tra ulivi, “mulignane ‘mbuttunate” e storie di famiglia
Appena arrivati, ci siamo diretti subito all’Agriturismo I Moresani, a Casal Velino: un’azienda agricola a conduzione familiare fondata nel 1998 dove tutto parla di tradizione e che oggi rappresenta un esempio di come si possa fare impresa agricola nel Cilento in modo solido e duraturo, distinguendosi per la produzione di carne di maiale, formaggi di capra, ovini e vaccini, oltre a grano, legumi e olio. I prodotti caseari sono fatti a chilometro zero e la cucina è di forte impronta contadina, con ricette quasi dimenticate come la minestra di verza e cotiche, e salumi di produzione propria tra cui un culatello molto apprezzato. L’azienda porta avanti anche due presidi Slow Food, il cacioricotta di capra del Cilento e le olive ammaccate di Salella, oltre alle DOP Cilento dell’olio e del Fico Bianco.
Qui ho assaggiato la mulignana mbuttunata cilentana (che è un pò diversa da quella napoletana), una melanzana ripiena di uova, pane e cacioricotta, ricoperta di pomodoro — un piatto semplice che racconta, in un solo boccone, generazioni di cucina povera e ingegnosa. Non solo melanzane, ma anche i prodotti caseari prodotti a km0 da I Moresani, le verdure del loro orto e una torta della nonna fatta in casa.
Il pomeriggio è proseguito tra gli ulivi secolari dell’Azienda Agricola Le Colline di Zenone, dove storia e poesia sembrano davvero incontrarsi. La tenuta nasce dal lavoro di Agrippina e Vittorio Trama; oggi è la figlia Maria, con il marito Raffaele, a portarla avanti, puntando sulla coltivazione biologicae sulla valorizzazione delle olive pisciottane, una cultivar di nicchia che cresce solo nell’area tra Ascea e Pisciotta. Qui non si usano le reti per la raccolta: le olive vengono lasciate cadere naturalmente a maturazione, secondo un metodo diffuso in tutto il Cilento ma qui applicato con particolare rigore. Gli ulivi plurisecolari dell’azienda hanno addirittura un nome proprio e sono considerati dei veri monumenti viventi, risalenti a un’epoca antichissima e probabilmente portati dai Greci. Il nome dell’azienda richiama proprio Zenone, il filosofo discepolo di Parmenide, vissuto nell’antica Elea a pochi passi da qui, e questo richiamo lo si trova anche passeggiando tra gli ulivi, dove non mancano poesie e frasi filosofiche tra gli alberi.
Qui si produce ancora l’oliva schiacciata cilentana con il metodo antico: raccolta acerba, denocciolata e schiacciata con le pietre del mare, esattamente come si faceva secoli fa.
Abbiamo provato il loro olio, prima sul pane, e poi sul gelato. E che dire? Davvero buonissimo!
Il museo della Dieta Mediterranea di Pioppi
Ci siamo poi spostati a Pioppi, per la tappa più significativa del viaggio: la visita al Museo Vivente della Dieta Mediterranea.
Il museo ha sede al primo piano di Palazzo Vinciprova, un edificio seicentesco fatto costruire dalla famiglia Ripoli, affacciato sul mare di Pioppi. Ha aperto nel 1998 per volontà dell’amministrazione guidata dall’allora sindaco Angelo Vassallo, ed è gestito dal 2013 da Legambiente insieme al Museo Vivo del Mare, con cui condivide la sede: insieme fanno parte della rete dell’Ecomuseo della Dieta Mediterranea.
È organizzato in cinque sale espositive con pannelli, video e installazioni multisensoriali:
- una sala dedicata ai sensi (gusto, tatto, olfatto) e alla biodiversità cilentana, con una raccolta di semi e flora locale
- una sala dedicata alla terra e alle “piante sacre” della Dieta Mediterranea
- uno spazio per la pasta fatta in casa, con video tutorial delle massaie cilentane
- la biblioteca personale di Ancel Keys, donata dalla famiglia al Comune di Pollica, dove sono custoditi i testi che hanno segnato la formazione dello scienziato
Proprio a Pioppi Ancel Keys visse per oltre quarant’anni insieme alla moglie Margaret, portando avanti con altri colleghi gli studi che collegarono per la prima volta alimentazione e salute cardiovascolare — le ricerche alla base del riconoscimento UNESCO del 2010. Il museo organizza anche laboratori didattici, corsi di cucina cilentana e visite guidate a sentieri, orti e mulini del territorio, ed è oggi tra le mete più frequentate della zona, anche da scuole e famiglie.
Camminare tra quelle sale, tra le fotografie di Ancel Keys e di sua moglie Margaret, ha un effetto quasi commovente: capisci che quello che per noi oggi è solo una “dieta” per loro era, semplicemente, un modo di vivere.
L’Ammaccata, la pizza cilentana che racconta un territorio
La giornata si è chiusa a cena da Cristian Santomauro, Ambasciatore della Dieta Mediterranea, dove ho conosciuto l’Ammaccata, l’antica pizza cilentana che negli ultimi anni è diventata capace di richiamare persone da tutta Italia. Un impasto basso, croccante, molto simile a quello del pane, ma quasi ferito nella forma — da qui il nome — che è diventata un caso gastronomico nazionale.
Cristian ha aperto la sua pizzeria “l’Ammaccata” nel 2024 all’interno di un antico casale in pietra, circondato da sei ettari di campi e da un orto sinergico a forma di girasole. Il ciclo produttivo è interamente chiuso: il grano diventa farina, poi impasto, pizza, pane e persino birra, mentre la paglia torna al terreno come pacciamatura. L’impasto nasce da una miscela di grani antichi cilentani — Carosella, Gentilrosso, Iangoletta e Saragolla — macinati settimanalmente a pochi passi dal locale, e la forma è rettangolare, “da teglia”, come vuole la tradizione contadina, diversa dalla classica pizza tonda napoletana. Santomauro, cresciuto nel borgo di Piano Vetrale e laureato in ingegneria prima di scegliere questa strada, si è ispirato alle pizze della nonna Teresa, preparate un tempo per testare la temperatura del forno prima di infornare il pane. Il suo lavoro gli è valso il premio “The Best Pizza Identity” ai The Best Pizza Awards 2024.
E che dire? La sua “ammaccata” è davvero ottima, forse proprio per questo ha sempre il sold out tutte le sere (e vi consiglio di prenotare!).
Oltre alla pizza, consiglio di provare anche il suo dolce scomposto “CarosellaMisù” un mix tra tiramisù e zuppa di latte campana, che viene assemblato direttamente dagli ospiti. Prende il nome dal grano Carosella, un grano tenero antico coltivato nel Cilento, con cui sono realizzati i biscotti usati al posto dei classici savoiardi, c’è poi la crema e il caffè direttamente dalla moka.
Perché qui, l’ho capito subito, il cibo non è soltanto qualcosa da mangiare. È memoria. È identità. È un modo per prendersi cura degli altri.
Il Parco Archeologico di Velia, quando l’archeologia racconta la natura
La seconda giornata è iniziata al Parco Archeologico di Velia, con una visita guidata dalla direttrice del Parco Archeologico di Paestum e Velia, Tiziana D’Angelo. Abbiamo iniziato parlando di natura, prima ancora che di pietre: la macchia mediterranea, le erbe selvatiche, il melograno che cresce tra le rovine non sono solo elementi di paesaggio, ma un vero e proprio racconto del territorio. Come ha sottolineato la stessa D’Angelo, Velia è un Parco Archeologico dentro un Parco Nazionale, e questo permette di leggere lo stesso patrimonio immateriale su più livelli: bellezza, sapori, saperi.
Camminare tra queste rovine significa ripercorrere una storia che ha più di 2.500 anni. Fu nella seconda metà del VI secolo a.C. che un gruppo di esuli provenienti da Focea, sulle coste dell’attuale Turchia, arrivò fin qui dopo un viaggio lunghissimo e travagliato. In fuga dalla pressione militare persiana, i Focei avevano prima cercato rifugio in Corsica, ad Alalia, dove però finirono per scontrarsi in una battaglia navale con una coalizione di Etruschi e Cartaginesi. Sconfitti ma non annientati, ripiegarono su Reggio, città alleata della Magna Grecia, da dove un ambasciatore di Poseidonia li indirizzò verso queste coste, allora terra degli antichi Enotri.
Fu qui che, intorno al 540 a.C., fondarono Elea — la città che i Romani avrebbero poi chiamato Velia. Divenne presto un centro fiorente per i commerci marittimi, ma soprattutto per il pensiero: fu la sede della celebre scuola filosofica eleatica, fondata da Parmenide e proseguita dai suoi discepoli Zenone e Melisso di Samo, tra le voci più importanti della filosofia occidentale. Oggi il sito archeologico custodisce i resti dell’acropoli, dei templi, dell’agorà e dell’ekklesiasterion, oltre a Porta Rosa, uno dei più antichi esempi di arco a tutto sesto della storia dell’architettura occidentale, risalente al IV secolo a.C. E la storia, qui, continua a riscriversi: solo pochi anni fa nuovi scavi hanno riportato alla luce reperti che raccontano ancora meglio il legame tra le origini di questa città e la battaglia che, in un certo senso, l’ha resa possibile.
Tra le testimonianze concrete di questo legame c’è Iulius, l’olio prodotto dagli uliveti del sito archeologico dalla Cooperativa Nuovo Cilento — un prodotto che diventa esso stesso strumento di racconto, capace di unire l’archeologia alla cultura agricola cilentana di oggi.
Il Cilento e il turismo della Dieta Mediterranea: la giornata di studio alla Fondazione Alario
Il cuore istituzionale della due giorni si è svolto alla Fondazione Alario di Ascea, dove si è tenuto l’evento “Il Cilento e il turismo della Dieta Mediterranea“. Dopo i saluti del Sindaco di Ascea Stefano Sansone, del Presidente della Fondazione Alario Marcello D’Aiuto e del Presidente del Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni Giuseppe Coccorullo, il confronto si è aperto sulle opportunità che la Dieta Mediterranea può offrire come leva di sviluppo turistico.
La dottoressa Rosanna Romano, Direttore Generale per le Politiche Culturali e il Turismo della Regione Campania, ha introdotto la relazione scientifica dedicata al rapporto tra Cilento, Dieta Mediterranea e turismo. È toccato poi alla professoressa Elisabetta Moro, dell’Università Suor Orsola Benincasa e della Federico II di Napoli, curatrice scientifica di Praesentia e direttrice del Museo Virtuale della Dieta Mediterranea, ripercorrere la profondità storica di questo patrimonio: dalla cultura dell’olio e dei cereali, all’eredità della Grecia antica, fino ai monaci orientali del VI secolo e, naturalmente, alle ricerche di Ancel Keys e al ruolo fondamentale della moglie Margaret Haney nella costruzione di questa narrazione.