Chi soffre il caldo ha un nome. E una gran voglia d’autunno.
Ci sono persone che d’estate imparano a riconoscere ogni ombra del quartiere. Sanno quale marciapiede scegliere, a che ora chiudere le persiane, dove sedersi per intercettare un filo d’aria. Quando qualcuno esclama «Finalmente una bella giornata!», sorridono per educazione. Dentro, stanno già trattando con novembre.
Per loro il caldo entra nelle cose: appesantisce una commissione, allunga una notte, trasforma una camicia in un oggetto ostile. E quando provano a spiegarsi, arriva una domanda piccola, quasi buffa: come si chiama una persona che soffre il caldo? Chi patisce il freddo è freddoloso. Dall’altra parte, invece, la risposta sembra meno immediata.
La parola più comune è caloroso. E qui conviene fermarsi, perché l’affermazione secondo cui «l’italiano non ha una parola» è troppo categorica. Il vocabolario Treccani registra, riferita a una persona, l’accezione «che non soffre il freddo». Il dizionario di Sapere, della De Agostini, comprende anche il versante opposto: «che non soffre il freddo, ma piuttosto il caldo». Una risposta, dunque, esiste anche nei dizionari.
Anche il Grande Dizionario Italiano Hoepli indica freddoloso come contrario di caloroso e propone un esempio in cui una persona calorosa soffre molto d’estate. Perciò descriversi così ha un fondamento lessicografico.
Resta però una sfumatura che spiega bene la nostra insoddisfazione. Caloroso è anche un abbraccio, un saluto, un applauso. È una parola abitata dall’affetto. Chi la usa per descrivere il proprio disagio estivo deve affidarsi al contesto: «Sono caloroso» detto a una cena può raccontare la cordialità; pronunciato mentre si spalanca una finestra racconta tutt’altro. La parola fa il suo lavoro, ma qualcuno vorrebbe che avesse una stanza tutta per sé.
In questa ricerca compare termopatico. Il suono è dotto, quasi da cartella clinica, e proprio per questo può sembrare più preciso. Sul sito Treccani si trova una pagina che, letta in fretta, rischia di alimentare l’equivoco: il titolo riporta l’affermazione di un lettore secondo cui sarebbe questa la terminologia corretta. La risposta della redazione, datata 30 aprile 2025, sostiene invece l’uso colloquiale di caloroso, richiamando l’uso effettivo e l’adeguatezza del registro; riserva a termopatico un possibile impiego scherzoso. Non è una condanna assoluta del conio. È una valutazione su quale parola funzioni nella conversazione. Treccani, risposta su “termopatico” e “caloroso”.
Il dettaglio merita attenzione: l’affermazione del lettore e la risposta degli esperti appartengono a due voci diverse. Confonderle significa attribuire alla fonte una posizione che non sostiene. Prima di cercare parole più esatte, insomma, possiamo cominciare leggendo fino in fondo quelle che abbiamo davanti.
Tra le proposte recenti c’è poi calidofobico, presentato da Fausto Raso il 26 agosto 2026 nel blog Lo SciacquaLingua. Il conio accosta il latino calidus, “caldo”, all’elemento di origine greca -fobico, con cui l’autore intende esprimere avversione. È una proposta individuale, da valutare come tale. La pubblicazione su un blog permette di documentarla; non dimostra, da sola, che sia entrata nell’uso comune. Fausto Raso, “Il giorno in cui l’italiano ha cominciato a boccheggiare”.
Si può apprezzarne l’inventiva e interrogarsi sulla precisione: una parola che richiama l’avversione descrive davvero, senza residui, anche il semplice patire fisico? È una domanda sul significato, non una ragione per vietarla. Come ricorda la Crusca, la stabilità di una parola nuova dipende dall’uso che ne fa una comunità nel tempo. Nessuna invenzione linguistica diventa patrimonio comune per il solo entusiasmo di chi la propone.
E il desiderio di trovare un altro nome precede questa proposta. Il 13 e 14 agosto 2015, nel forum linguistico Cruscate, si discuteva già di caloroso, termopatico e caldoloso, costruito sul modello di freddoloso. Un partecipante dell’area Empolese-Valdelsa segnalava anche caldereccio come forma usata dalle sue parti: una testimonianza locale, che da sola non ne misura la diffusione. C’era chi accettava caloroso e chi continuava a sentirlo ambiguo. Undici anni dopo, quella conversazione conserva tutta la sua familiarità.
Sarebbe suggestivo spiegare questa insoddisfazione raccontando che i nostri antenati temevano il gelo e consideravano il caldo soltanto un alleato dei raccolti. Le fonti qui richiamate, però, non dimostrano quel nesso storico. Una spiegazione convincente all’orecchio può restare fragile nei fatti. E una lingua non è obbligata a distribuire le sue parole in coppie perfettamente simmetriche.
Forse, allora, ciò che cerchiamo è anche un piccolo riconoscimento. Chi soffre il caldo vorrebbe nominare, insieme alla sensazione, la fatica di attraversare una giornata che agli altri sembra bellissima. Vorrebbe evitare di raccontare ogni volta le persiane abbassate, il cuscino girato in cerca del lato fresco, la pazienza consumata prima di sera.
Il corpo conosce quel disagio anche quando esitiamo a scegliere l’aggettivo. Possiamo dire caloroso, provare un conio per gioco o affidarci a una frase limpida: «Soffro il caldo». Dentro quelle tre parole c’è già una persona che chiede di essere capita. Magari anche di poter aprire la finestra.
Tu come ti definisci? E dalle tue parti esiste una parola che qui non abbiamo ancora incontrato?
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