Un supermercato non è solo un posto dove fare la spesa. Può essere uno specchio della società. È da questa intuizione che parte uno dei saggi più densi e originali sulla trasformazione dell’Italia contemporanea.
Aldo Bonomi è un sociologo che non ama stare in cattedra. Preferisce andare per territori, ascoltare, “scavare rasoterra” – come dice lui – invece di guardare dall’alto i grandi processi economici. Quando Conad lo ha coinvolto nel suo “Grande Viaggio Insieme”, un progetto itinerante di marketing territoriale basato sullo slogan Persone oltre le cose, Bonomi ha fatto quello che sa fare meglio: ha trasformato un’operazione aziendale in una ricerca-azione sulla società italiana. Il risultato è il capitolo Il rancore e la speranza, pubblicato nel volume Tessiture sociali.
Flussi e luoghi: la tensione che spacca l’Italia
Il punto di partenza teorico è una delle grandi contraddizioni della globalizzazione: da una parte i flussi – finanza, merci, migrazioni, informazioni – che attraversano il pianeta senza fermarsi da nessuna parte; dall’altra i luoghi – comunità, territori, identità locali – che quei flussi li subiscono, li assorbono, a volte li respingono.
Bonomi non è né catastrofista né ottimista. Descrive con precisione come i flussi globali agiscano come un “potente fattore di decostruzione” sui tessuti locali: indeboliscono i legami interni, mettono in crisi i modelli produttivi consolidati, rendono obsoleti i meccanismi di rappresentanza politica e sindacale costruiti nel Novecento. Ma allo stesso tempo aprono spazi nuovi, possibilità inedite, connessioni impensabili.
Il problema – e qui sta il cuore del saggio – è che quando i luoghi non riescono ad adattarsi, quando la crisi si fa cronica e la mobilità sociale si blocca, il risultato non è la rassegnazione tranquilla. È il rancore.
Tre comunità, un’Italia
Nel suo viaggio attraverso sette territori italiani, Bonomi individua tre tipi di comunità con cui Conad – e più in generale chiunque voglia capire l’Italia – deve fare i conti.
Le comunità operose sono quelle che ancora producono: agricoltura di qualità, artigianato innovativo, turismo legato all’identità locale, green economy. Sono presenti ovunque, da Lecce a Cesena, dalla Sicilia alla Pianura Padana. Spesso invisibili ai radar dei grandi media, ma vitali.
Le comunità di cura sono il tessuto di associazioni, volontari, reti parrocchiali, operatori sociali che reggono il welfare dal basso. In un’epoca in cui lo Stato sociale si ritrae e il welfare diventa sempre più aziendale o comunitario, queste reti sono diventate l’unica rete di salvataggio per chi scivola: anziani, migranti, persone sole, lavoratori poveri.
Le comunità interne – in questo caso i soci cooperatori di Conad – sono invece il termometro di come chi lavora nei territori percepisce le trasformazioni in corso. E qui i dati raccolti da Bonomi sono illuminanti: i bottegai vedono ogni giorno, dal banco del supermercato, la polarizzazione crescente tra ricchi e poveri, l’invecchiamento della popolazione, la fatica dei ceti medi. Sono un osservatorio sociale privilegiato e spesso sottovalutato.
Il rancore come categoria sociologica
La parte più acuta del saggio è probabilmente quella in cui Bonomi affronta il rancore non come un’emozione individuale, ma come un fenomeno sociologico strutturale. Non è la cattiveria degli italiani, non è ignoranza. È la risposta razionale di chi ha vissuto il blocco dell’ascensore sociale, di chi ha visto dissolversi le appartenenze collettive – la classe, il partito, il sindacato – senza trovarne di nuove, di chi percepisce la globalizzazione non come un’opportunità ma come una minaccia alla propria identità e al proprio posto nel mondo.
Bonomi riprende la categoria di “società liquida” di Bauman ma la radicalizza: parla di “liquidità al mercurio”, un’immagine potente per descrivere qualcosa di sfuggente e tossico insieme. Il mercurio si frammenta, non si riesce ad afferrare, ossida tutto ciò che tocca. È la metafora perfetta per un populismo molecolare che non ha un centro ma mille piccoli focolai locali di chiusura, intolleranza, ricerca del capro espiatorio.
La politica, in questo contesto, risponde con l’adattivismo: si adatta al rancore invece di proporre una visione alternativa, usa la benzina del consenso invece di costruire prospettive. E le élite economiche e culturali fanno ancora peggio: ignorano il problema, spettacolarizzano la modernità – smart city, industria 4.0, sharing economy – come se fosse l’unico futuro possibile, senza interrogarsi su cosa resta delle comunità concrete.
La speranza: ricostruire dal basso l’intelletto collettivo
Ma il saggio non si chiude nel pessimismo. Bonomi è un sociologo gramsciano nel metodo – parte sempre dal basso, dai soggetti concreti – e la sua speranza è altrettanto concreta.
Quello che ha trovato nel suo viaggio è la traccia di qualcosa che chiama intelletto collettivo sociale: non un’ideologia, non un programma politico, ma una capacità diffusa di fare comunità, di tenere insieme operosità e cura, di ragionare sulla propria storia e sul proprio futuro. È depositato nei saperi locali, nelle pratiche mutualistiche, nella cultura cooperativa. Non è romanticismo comunitario; Bonomi è il primo ad avvertire che la voglia di comunità può diventare chiusura e localismo maligno. È qualcosa di più fragile e più prezioso: la capacità di restare aperti mentre si è radicati.
I “salumieri proudhoniani” di Conad – i bottegai di provincia che gestiscono un supermercato sapendo che non è un’isola, che fanno la spesa a chi non arriva a fine mese, che si accorgono che la loro clientela include una comunità ortodossa che festeggia la Pasqua due settimane dopo – sono per Bonomi un’oasi. Non la soluzione, ma una traccia. Un segnale che l’intelletto collettivo sociale esiste ancora, anche se sommerso dal rumore del rancore.
La sabbia è tanta, scrive Bonomi alla fine. Ma nel deserto si cammina cercando oasi. E qualche oasi, nel suo viaggio, l’ha trovata.
Aldo Bonomi, “Il rancore e la speranza. Tracce di un intelletto collettivo sociale”, in Tessiture sociali, Edizioni di Comunità.