Ho immaginato una casa nel cuore di Roma che, per quasi duemila anni, osserva la città cambiare e custodisce la memoria di quattro donne molto diverse tra loro. Drusilla, nell'antica Roma, Ciancia nel Medioevo, Anna durante la Repubblica Romana del 1849 e Miriam, ebrea, negli anni delle leggi razziali e della Resistenza. Non si incontrano mai, eppure sono unite da qualcosa che attraversa il tempo: il desiderio di scegliere la propria vita, quando il mondo pretende che sia qualcun altro a deciderla. La casa conserva le loro voci, i loro sogni, le loro tracce. E, in fondo, racconta anche la storia di Roma da un punto di vista che raramente viene ascoltato: quello delle donne.
Roma è perfetta per un racconto del genere perché è una città di strati, Roma vive su Roma, e così è credibile che una stessa casa possa aver attraversato i secoli e abbia assistito e partecipato alle vite di chi l’ha abitata.
Se c'è una cosa che mi accompagna da sempre è l’essere ossessionata dalle case. Non dall'architettura, ma dalle case come esseri viventi. Non le considero semplici mura. Ho sempre avuto la sensazione che le case trattengano qualcosa di chi le ha abitate. Una gioia, un dolore, una speranza, una perdita. Mi è capitato più volte di entrare in una casa che non avevo mai visto e di provare una sensazione fortissima, a volte serena, altre inquietante. Solo dopo ho scoperto che in quei luoghi erano accaduti eventi importanti o persino tragedie. Non so spiegare questa sensazione, ma so che mi accompagna da tutta la vita. La casa dove sono nata e ho vissuto i primi dieci anni della mia vita era così. Mi parlava. Era piena di presenze buone, carezzevoli, accudenti. Quando l'abbiamo lasciata, ho avuto la sensazione che insieme a quella casa fosse finita anche la mia infanzia. Forse è da allora che continuo a interrogarmi sulla memoria dei luoghi.
Così, quando ho iniziato a scrivere La Tana delle Lupe, ho pensato: e se una casa potesse davvero ricordare? E se fosse lei la testimone silenziosa delle vite che l'hanno attraversata? Da questa domanda è nato tutto il romanzo.
Insieme alla casa e alle donne l’altra protagonista è Roma. La mia città sta attraversando momenti difficili ma ci tenevo a narrare cosa sia veramente Roma, una città che nel corso della sua storia ha avuto molti momenti bui da cui però si è sempre risollevata. Insomma volevo raccontare l’anima di questa città e nello stesso tempo il mio rapporto con lei, che come quello di tutti i Romani è fatto di grande amore ma anche di momenti di odio e insofferenza.
Poi ho cominciato a pensare a quali periodi della sua storia volevo far vivere e così ho scelto l’Impero romano grazie alla scoperta dell’esistenza di donne gladiatrici. Per il Medioevo la scelta è caduta su la repubblica di Cola Di Rienzo, un momento molto travagliato in particolare per le donne e per le donne con il desiderio di studiare e di conoscere. Dell’Ottocento ho raccontato il periodo, esaltante e terribile, delle battaglie per la Repubblica Romana, quando le donne della mia città hanno avuto un ruolo attivo e di primo piano. E infine il secolo scorso, visto dagli occhi di una ragazzina ebrea di tredici anni che vive sulla sua pelle le leggi razziali, il rastrellamento del Ghetto, la Resistenza, i terribili anni di Roma Città aperta, la guerra e infine il dopoguerra fino ai primi anni ’60, all’inizio della Dolce Vita, un momento magico per la mia città.
Così la casa è diventata la narratrice di quasi due millenni di storia di Roma.
Stefania Aphel Barzini