Quando l’uomo cominciò a salutare la luce
Prima dei calendari c’era il cielo. Prima degli orologi c’erano le ombre. E molto prima che qualcuno scrivesse la parola “autunno”, l’uomo aveva già capito che stava accadendo qualcosa: il Sole rimaneva ogni giorno un po’ meno, le notti avanzavano, i campi restituivano gli ultimi frutti.
Oggi l’equinozio d’autunno è una data che compare sul calendario. Per chi viveva migliaia di anni fa, invece, il mutamento delle stagioni poteva significare qualcosa di molto più concreto: raccolto, provviste, freddo, sopravvivenza. Ma attenzione.
Raccontare questa storia dicendo che “fin dalla notte dei tempi tutti i popoli celebravano l’equinozio d’autunno” sarebbe suggestivo e falso.
Le testimonianze mostrano qualcosa di più complesso: molte culture celebravano il raccolto, seguivano il Sole, la Luna o le stelle e costruivano calendari stagionali, ma non necessariamente festeggiavano l’equinozio astronomico nel senso moderno del termine.
Che cos’è davvero un equinozio?
La parola viene dal latino aequinoctium, costruito sull’idea di aequus, uguale, e nox, notte. L’equinozio astronomico avviene quando il Sole, nel suo moto apparente, attraversa l’equatore celeste. Nell’emisfero boreale quello di settembre segna l’inizio astronomico dell’autunno.
E qui incontriamo subito un piccolo mito da sfatare: durante l’equinozio giorno e notte non durano esattamente dodici ore ciascuno. La rifrazione atmosferica ci permette di vedere il Sole anche quando geometricamente si trova già poco sotto l’orizzonte; inoltre alba e tramonto vengono calcolati considerando il bordo del disco solare. Il risultato è che nel giorno dell’equinozio le ore di luce sono generalmente un po’ più di dodici.
Quella quasi uguaglianza tra luce e buio, tuttavia, ha fornito all’uomo moderno una metafora irresistibile: l’equilibrio prima della discesa verso l’inverno.
Quando il cielo era anche un calendario
Per una società agricola sapere dove ci si trovava nell’anno non era una curiosità astronomica. Significava capire quando seminare, raccogliere, spostare gli animali o preparare le riserve.
L’antico Egitto offre un esempio magnifico, ma anche un avvertimento contro le semplificazioni. Gli Egizi svilupparono almeno dal III millennio a.C. un calendario civile di 365 giorni, suddiviso in dodici mesi più cinque giorni aggiuntivi. L’anno era organizzato in tre grandi stagioni legate al ciclo agricolo e del Nilo: Akhet, l’inondazione; Peret, l’emersione e la crescita; Shemu, il raccolto. Il sorgere eliaco di Sirio ebbe inoltre un’importanza fondamentale nel rapporto fra cielo, calendario e piena del Nilo.
Questo non significa che gli Egizi celebrassero “il nostro equinozio d’autunno”. Significa qualcosa di più importante: il cielo, l’acqua e la terra costituivano un unico grande orologio.
Grecia: quando l’autunno diventò un racconto sulla perdita
È nella Grecia antica che il nostro viaggio incontra uno dei miti più potenti legati al ciclo della vegetazione: Demetra e Persefone.
Persefone viene rapita da Ade e condotta nel mondo dei morti. Demetra, dea dell’agricoltura e madre della ragazza, la cerca disperatamente e, nel suo dolore, rende sterile la terra. Zeus interviene; Persefone può tornare dalla madre, ma avendo mangiato nel regno dei morti deve trascorrere parte del tempo nell’oltretomba.
Separazione. Sterilità. Ritorno. Rinascita.
Il mito dava forma religiosa al mistero della vegetazione che nasce, scompare e ritorna. A Eleusi, vicino ad Atene, Demetra e Persefone erano al centro dei celebri Misteri Eleusini, tra i culti iniziatici più importanti dell’antichità. Il Metropolitan Museum ricorda come il culto fosse esplicitamente collegato ai cicli della natura e alla coltivazione del grano. Durante i Grandi Misteri gli iniziati percorrevano la Via Sacra da Atene a Eleusi e partecipavano a riti il cui contenuto più segreto rimase, appunto, segreto.
Ma anche qui occorre rigore: i Misteri Eleusini non erano semplicemente “la festa greca dell’equinozio d’autunno”. Erano regolati dal calendario attico lunisolare. La loro collocazione stagionale e il simbolismo di Demetra e Persefone rendono il confronto con l’autunno affascinante, ma trasformarli in una moderna festa equinoziale sarebbe anacronistico.
Ed è forse proprio questa cautela a renderli ancora più belli: i Greci non avevano bisogno della nostra parola “autunno” per comprendere che ogni raccolto contiene già l’ombra della terra vuota che verrà dopo.
Roma: la stagione del raccolto, non una “festa dell’equinozio”
Anche nel mondo romano il calendario religioso seguiva strettamente la vita agricola. Semina, maturazione dei cereali, vendemmia e conservazione degli alimenti erano accompagnate da festività, sacrifici e divinità specifiche.
Cerere proteggeva l’agricoltura e il grano; Libero era legato anche alla fertilità e alla vite; altre divinità e feste scandivano diversi momenti del lavoro agricolo.
Ma vale ancora la stessa regola: non abbiamo bisogno di inventare una grande “festa romana dell’equinozio d’autunno” per rendere affascinante questa storia.
Il rapporto romano con le stagioni era molto più diffuso e concreto. Il sacro entrava nel campo, nella vendemmia, nel granaio. Prima di diventare poesia, l’autunno era economia della sopravvivenza.
Il Medioevo cristiano: cambiano i simboli, resta il bisogno di segnare il tempo
Con la cristianizzazione dell’Europa le antiche religioni non continuarono semplicemente sotto nomi cristiani, come spesso si legge nelle ricostruzioni più romantiche. Il processo fu molto più lungo e complesso. Tuttavia la società continuò ad avere bisogno di punti fermi per organizzare l’anno agricolo.
Nell’Europa medievale feste dei santi, fiere, scadenze economiche e lavori nei campi finirono così per costruire un nuovo calendario stagionale.
Un esempio significativo è Michaelmas, la festa di san Michele del 29 settembre, che nel mondo britannico divenne uno dei tradizionali quarter days, date utilizzate per scandire contratti, pagamenti, affitti e rapporti agricoli.
La religione era cambiata. Il calendario era cambiato.
Ma settembre continuava a dire all’uomo la stessa cosa: l’estate è finita. Preparati.
E i Celti? Qui nasce uno dei più grandi equivoci moderni
Arriviamo al punto nel quale storia e internet prendono spesso strade diverse.
È frequente leggere che gli antichi Celti celebrassero l’equinozio d’autunno con una festa chiamata Mabon.
Non è così.
Le principali feste stagionali gaeliche tramandate dalle fonti — Samhain, Imbolc, Beltane e Lughnasadh — non corrispondevano agli equinozi e ai solstizi. La moderna Ruota dell’Anno, composta da otto festività equidistanti che uniscono quei quattro momenti stagionali a solstizi ed equinozi, è il risultato dello sviluppo del neopaganesimo contemporaneo e riunisce elementi provenienti da tradizioni differenti. Lo storico Ronald Hutton ha studiato proprio il processo attraverso il quale queste celebrazioni moderne sono state costruite e rielaborate.
E Mabon riserva una sorpresa ancora maggiore.
Mabon è antico. La festa chiamata Mabon no.
Mabon ap Modron appartiene realmente alla tradizione mitologica gallese. Ma non esistono testimonianze antiche di una festa celtica dell’equinozio d’autunno chiamata Mabon.
Il nome venne applicato alla celebrazione neopagana dell’equinozio soltanto nel XX secolo. Fu Aidan Kelly, negli anni Settanta, a scegliere Mabon come nome per quella ricorrenza all’interno del calendario neopagano. Lo stesso Kelly ha spiegato il processo con cui cercò una figura mitologica adatta e scelse il personaggio gallese. Gli studi sulla formazione delle moderne festività pagane confermano la natura contemporanea di questa associazione.
Questo non rende Mabon “falso”.
Lo rende moderno.
Ed è una differenza importante. Le tradizioni non devono necessariamente avere tremila anni per avere significato. Anche gli uomini contemporanei creano simboli, riti e modi per interpretare il tempo.
Il problema nasce soltanto quando una tradizione moderna viene presentata come un fatto documentato dell’antichità.
Allora cosa celebravano davvero gli uomini?
Forse questa è la domanda sbagliata.
Non esiste una sola storia universale dell’equinozio d’autunno. Esistono popoli che hanno osservato il cielo, civiltà che hanno regolato il calendario sulle acque di un fiume, agricoltori che hanno ringraziato gli dèi per il raccolto, comunità che hanno celebrato la vendemmia, religioni che hanno raccontato attraverso divinità la morte e il ritorno della vegetazione.
Culture diverse. Epoche diverse. Significati diversi.