Negli ultimi anni il tema della salute mentale di bambini, bambine e adolescenti ha finalmente conquistato uno spazio nel dibattito pubblico: uno spazio talvolta eccessivamente amplificato perché ‘governato’ da casi di cronaca che fanno rumore e alimentano soprattutto la polarizzazione dei social media.
Per comprendere cosa stia accadendo davvero nelle aule e nei corridoi delle nostre scuole, abbiamo dialogato con Antonio De Vita, psicologo scolastico e consulente del CIAIPE – Centro Psicologico ed Educativo di CIAI per la sede di Padova. Un osservatorio privilegiato, il suo, che lo porta ogni giorno a contatto diretto con studenti delle scuole secondarie di primo e secondo grado, tra laboratori di orientamento, percorsi per le famiglie e sportelli di ascolto dedicati all’inclusione.
“Di malessere e salute mentale si parla di più e con meno stigma, senz’altro, anche sulla scorta delle fragilità emerse durante e dopo il periodo pandemico – dice De Vita – Eppure, proprio mentre la sensibilità sul tema sembra crescere, si fa strada un paradosso: si moltiplicano le analisi e si accavallano le voci degli esperti, ma i diretti interessati restano spesso inascoltati. Sono dei ragazzi e delle ragazze le voci da ascoltare, a mio avviso”.
I segnali di una rabbia che chiede spazio
Gli episodi di rabbia, il senso di smarrimento e, nei casi più complessi, le forme di violenza rivolte verso di sé o verso gli altri non nascono dall’oggi al domani. Sono le manifestazioni visibili di un disagio profondo che spesso vive sottopelle per lungo tempo.
“I ragazzi stanno male per le stesse ragioni di cinquant’anni fa: solitudine, bisogno di punti di riferimento, ricerca di conferme negli adulti – spiega – A essere cambiati sono i contesti. Oggi vediamo spesso giovani confusi perché vivono all’interno di un sistema adulto a sua volta disorientato. La differenza è che i ragazzi non sanno mascherare il malessere come facciamo noi: i loro segnali ci sono sempre e vanno saputi leggere prima che esplodano”.
Una risposta concreta potrebbe arrivare dall’integrazione strutturale dell’educazione psico-affettiva nei programmi scolastici. Consentire agli studenti di esprimere ed elaborare frustrazione e ansia all’interno di percorsi protetti e guidati permetterebbe di mitigare molte delle tensioni che oggi sfociano in episodi acuti o violenti.
Oltre la figura dello psicologo: il ruolo chiave dei docenti
L’interrogativo cruciale riguarda gli strumenti da mettere in campo per prevenire e intercettare queste fragilità. La presenza dello psicologo a scuola rappresenta un presidio prezioso, ma rischia di rimanere un intervento saltuario se non si inserisce in una rete più ampia.
“Lo psicologo scolastico è spesso una presenza temporanea, utile ma non sufficiente da sola a cambiare la struttura delle cose – sottolinea De Vita che coordina uno sportello di ascolto all’interno di istituti superiori – Chi passa davvero la maggior parte del tempo con studenti e studentesse sono gli insegnanti. Non si tratta di chiedere ai docenti di improvvisarsi psicologi, ma di recuperare una responsabilità di ruolo che non sia esclusivamente nozionistica o didattica”.
Se nella scuola primaria si percepisce ancora un forte mandato educativo e di accompagnamento alla crescita, con l’ingresso alle medie e alle superiori tende a prevalere la sola dimensione del rendimento e dello studio, finalizzato a un futuro collocamento lavorativo. Eppure è proprio in questa fascia d’età che la qualità delle relazioni adulte diventa determinante.
La forza delle relazioni quotidiane
“Ognuno di noi conserva nella memoria il ricordo di un insegnante che ha saputo guardare oltre il voto, trovando la parola giusta al momento giusto, che ci ha cambiato la vita, insomma – aggiunge De Vita -. È nella quotidianità di questo contatto che si gioca la vera prevenzione del disagio e del malessere”.
Secondo l’esperto gli adolescenti, quando incontrano adulti disposti ad ascoltarli davvero, sanno restituire una fotografia sincera e priva di sovrastrutture della loro realtà. “Ribaltare la prospettiva significa smettere di parlare dei giovani per tornare a parlare con i giovani – conclude De Vita – trasformando la scuola da luogo di sola prestazione a spazio condiviso di ascolto, tutela e crescita relazionale”.
Un impegno che CIAI promuove quotidianamente non solo attraverso i Presidi educativi di Milano, Bari e Palermo, ma anche grazie al lavoro di CIAIPE a fianco di ragazze e ragazzi e di tutte le famiglie in ogni fase della vita.