Come capire il tuo profilo: una bussola per orientarsi | Rizzoli Education

Compatibilità
Salva(0)
Condividi

Scegliere un’università, trovare il primo lavoro o capire se è arrivato il momento di cambiare direzione hanno una cosa in comune: nessuno ci consegna una risposta già pronta. 

Orientarsi non significa trovare una risposta definitiva, ma mettere insieme informazioni diverse: capire qualcosa in più di sé, conoscere le possibilità che esistono nel mondo del lavoro e, soprattutto, fare esperienza. 

Questo vale tanto per la scelta universitaria quanto per quella professionale. Possiamo trovarci davanti a una facoltà, a un primo impiego, a un cambio di carriera o semplicemente alla sensazione di non sapere quale direzione prendere. In tutti questi casi, l’orientamento dovrebbe aiutare a mettere in relazione tre domande: chi sono, che cosa voglio e quali possibilità esistono? 

Il problema è che spesso queste domande vengono affrontate separatamente. Si scelgono le università guardando soltanto gli sbocchi occupazionali, oppure si cercano offerte di lavoro senza aver chiarito quali condizioni siano importanti per noi. Un buon orientamento dovrebbe invece tenere insieme la persona e il contesto: ciò che sappiamo di noi e ciò che sappiamo del mondo nel quale dovremo muoverci.

Prima di scegliere dobbiamo capire che cosa stiamo scegliendo

Per cominciare a fare chiarezza può essere utile distinguere alcune dimensioni che spesso vengono confuse, come gli interessi, la personalità, i valori e le competenze.

Gli interessi riguardano ciò che ci attrae: le attività che ci incuriosiscono e verso le quali siamo spontaneamente portati. La personalità riguarda invece il modo in cui tendiamo a pensare, sentire e comportarci. I valori, indicano ciò che consideriamo importante e che vorremmo vedere riflesso nelle nostre scelte. Le competenze, infine, riguardano ciò che sappiamo effettivamente fare.

Nessuna di queste dimensioni, da sola, può dirci quale lavoro scegliere. Ma attraverso vari strumenti possiamo farci un’idea di cosa sono in concreto per noi e come metterli insieme.

Che cosa conta per me?

Possiamo essere bravi in qualcosa e non volerlo fare. Possiamo essere interessati a un settore e non sopportarne le condizioni di lavoro. Possiamo persino avere un lavoro ben pagato e sentirci insoddisfatti perché quel lavoro sacrifica qualcosa che per noi è fondamentale.

Qui entrano in gioco i valori. I valori sono principi e credenze profonde che guidano le nostre priorità e le nostre azioni nella nostra vita. La teoria dei valori di Shalom Schwartz individua dieci valori fondamentali, tra cui autodirezione, stimolazione, sicurezza, benevolenza, universalismo, successo e potere. Nessuno è in assoluto migliore degli altri: persone con interessi simili possono attribuire priorità molto diverse a ciò che cercano nel lavoro e nella vita. 

Un esercizio per scoprire i nostri valori

Qui possiamo partire dalla nostra esperienza. Pensiamo a tre momenti in cui ci siamo sentiti particolarmente orgogliosi di noi stessi. Che cosa stavamo facendo? Perché quell’esperienza ci aveva dato soddisfazione? Quale comportamento avevamo messo in pratica?

Poi facciamo l’opposto: ricordiamo tre situazioni in cui ci siamo sentiti profondamente frustrati, come se qualcosa di importante fosse stato violato. Che cosa era successo? Che cosa ci aveva fatto stare così male?

Infine chiediamoci: che cosa non accetterei mai in un lavoro, nemmeno in cambio di uno stipendio più alto?

Le risposte possono far emergere dei pattern. Se ci sentiamo bene quando possiamo decidere autonomamente, forse l’autonomia è importante. Se ci pesa profondamente dover mentire, potrebbe esserci un forte bisogno di integrità. Se ci sentiamo realizzati quando aiutiamo qualcuno, potrebbe essere importante la dimensione della benevolenza o dell’impatto sugli altri. Anche le emozioni negative, quindi, possono diventare informazioni.

Un secondo esercizio consiste nel fare una scelta forzata. Tra dieci valori, scegliamone soltanto tre. La domanda non è quali siano i valori più importanti in assoluto, ma quali siamo meno disposti a sacrificare e capire quali compromessi siamo disposti ad accettare.

Dal “ciò che conta per me” al “so fare”

Conoscere i propri valori, però, non basta. Bisogna capire anche quali capacità abbiamo già sperimentato concretamente.

Un modo semplice per farlo è utilizzare il metodo STAR, che ricostruisce un’esperienza attraverso quattro elementi: situazione, compito, azione e risultato. Possiamo scegliere tre episodi di cui siamo soddisfatti: un progetto universitario, un’esperienza di volontariato, un lavoro estivo, un’attività sportiva o anche un progetto personale. Poi chiediamoci: quale problema dovevo affrontare? Che cosa ho fatto concretamente? Che risultato ho ottenuto? A questo punto cerchiamo le ricorrenze. Ero io a organizzare gli altri? A risolvere i problemi? A spiegare? A trovare soluzioni creative? A gestire una situazione difficile?

Questi episodi ci mostrano le competenze che abbiamo effettivamente messo alla prova.

I test: un aiuto per fare chiarezza sui nostri interessi e sulla nostra personalità

Un aiuto pragmatico può arrivare anche da alcuni test. Uno degli strumenti più utilizzati per esplorare gli interessi professionali è il modello RIASEC di John Holland. Il modello distingue sei grandi aree: Realistic, Investigative, Artistic, Social, Enterprising e Conventional, associate rispettivamente ad attività pratiche e tecniche, analisi e ricerca, creatività, relazione e aiuto, iniziativa e leadership, organizzazione e procedure. Il modello viene utilizzato dall’O*NET Interest Profiler e dagli strumenti di orientamento dell’INAPP.

Il suo valore, però, non consiste nel dirci quale professione dobbiamo scegliere. Se il nostro profilo è prevalentemente “Investigative”, non significa che “dobbiamo diventare data analyst”. Significa piuttosto che possiamo iniziare a esplorare professioni nelle quali siano presenti attività coerenti con l’analisi, la ricerca e la soluzione di problemi.

Un altro strumento molto utile è quello dei Big Five, il modello di personalità che considera apertura all’esperienza, coscienziosità, estroversione, gradevolezza e stabilità emotiva. La coscienziosità, per esempio, è associata in modo consistente alla performance lavorativa. Questo non significa però che un determinato tratto possa tradursi automaticamente in una professione. Un test può aiutarci a riflettere sul nostro modo di funzionare e va utilizzato come una guida verso una direzione più chiara e adatta a noi.

Il concetto di Ikigai

A volte tendiamo a concentrarci sui fattori analizzati fino ad ora, prendendoli in considerazione uno a uno, ma è invece la loro intersezione a diventare interessante. Un modo per esplorare questa intersezione è il concetto di ikigai, termine giapponese che può essere tradotto, in modo approssimativo, come «ciò per cui vale la pena vivere» o «ciò che dà senso alla propria vita».

Nella sua versione più diffusa in ambito occidentale, l’ikigai viene rappresentato come l’incontro tra quattro domande: che cosa ami? In che cosa sei bravo? Di che cosa c’è bisogno? Per che cosa puoi essere retribuito? Applicato alle scelte professionali, questo schema invita quindi a non guardare soltanto alle proprie passioni o alle proprie capacità, ma a considerare anche i valori, i bisogni e la possibilità concreta di trasformare ciò che si sa e si desidera fare in un’attività sostenibile.

Per esempio, possiamo essere molto bravi nell’organizzare persone e progetti, ma non desiderare un lavoro manageriale. Possiamo amare la tecnologia, ma non voler lavorare in un ambiente altamente competitivo. Possiamo essere interessati alla psicologia, ma scoprire di preferire la ricerca alla relazione d’aiuto. L’obiettivo non è trovare una professione che soddisfi perfettamente ogni dimensione, ma individuare combinazioni realistiche in cui interessi, capacità, valori e condizioni concrete possano incontrarsi.

Sentirsi persi per ritrovare la strada

Non sapere cosa fare nella propria vita non è una colpa e non è uno svantaggio, ma un punto di partenza importante per cominciare a capire qualcosa in più di noi. La realtà è che la nostra strada non esiste a priori: la costruiamo un pezzo alla volta, attraverso le scelte che facciamo, le esperienze positive o negative che accumuliamo e la capacità di ascoltare ciò che ci appaga e ciò che invece ci crea frustrazione. 

Fonti e approfondimenti

Rubrica a cura di Generazione Stem

Biografia autrice 

Roberta Maria Serra studia Scienze Biologiche e si impegna a rendere accessibili concetti scientifici complessi attraverso una comunicazione chiara e comprensibile a tutti. Collabora con diverse realtà divulgative, tra cui Generazione STEM, che promuove la parità di genere e il superamento degli stereotipi nelle discipline scientifiche.

Recapiti
Andrea Padovan