L’acqua sta diventando una variabile economica sempre più rilevante, ma nelle imprese italiane la consapevolezza del rischio procede più lentamente della crisi. È questa una delle principali evidenze della ricerca presentata da UN Global Compact Network Italia, che ha analizzato gestione, governance, investimenti e prospettive legate alla risorsa idrica in Italia e nell’area euro-mediterranea.
Il dato più immediato riguarda il costo della crisi: 13,4 miliardi di euro l’anno per l’economia italiana, una cifra pari a circa il doppio della media europea e equivalente, secondo lo studio, a 2,5 giorni di fermo dell’economia nazionale. Complessivamente, dall’acqua dipende un’economia da 384 miliardi di euro, pari a circa un quinto del valore aggiunto italiano.
Nonostante questa esposizione, il rischio idrico resta poco percepito dal sistema produttivo. Il 56,4% delle aziende italiane coinvolte nell’indagine opera in aree caratterizzate da stress idrico, ma soltanto il 34% considera l’acqua una criticità alta o estremamente alta per la continuità del proprio business.
Un rischio elevato che non entra ancora nelle strategie aziendali
L’indagine, condotta su 94 imprese italiane aderenti a UN Global Compact Network Italia, mostra quindi una distanza significativa tra esposizione al rischio e capacità di considerarlo un fattore strategico.
Tra le aziende che attribuiscono alla risorsa idrica un livello di criticità elevato o estremo, quasi due terzi appartengono ai settori dell’energia, delle utility e del servizio idrico e dell’alimentare e delle bevande.
A frenare la percezione del problema contribuisce anche il peso apparentemente contenuto dell’acqua sui bilanci aziendali. Per il 52,3% delle imprese, approvvigionamento, trattamento e scarico incidono per meno dell’1% sui costi operativi complessivi. Soltanto l’11,4% registra un’incidenza superiore al 15%. Negli ultimi tre anni, inoltre, il peso dei costi idrici è rimasto sostanzialmente stabile.
È proprio questa apparente marginalità economica a rischiare di nascondere il problema: il prezzo pagato oggi dalle imprese per l’acqua non riflette necessariamente il costo economico che la crescente scarsità della risorsa può determinare nel medio e lungo periodo.
Governance ancora debole
Il ritardo emerge anche sul fronte della governance. Solo l’8,5% delle aziende prevede una supervisione diretta delle politiche relative all’acqua da parte del top management o del board.
Anche gli obiettivi quantitativi risultano poco diffusi: il 40,4% delle imprese non ne ha alcuno sulla gestione della risorsa idrica e appena il 4,3% dispone di target science-based o comunque allineati a framework internazionali.
Le iniziative già avviate si concentrano soprattutto su ambiti operativi, come l’efficienza e la riduzione dei prelievi, e sulla rendicontazione e trasparenza, entrambe indicate dal 22,2% delle imprese. Secondo la ricerca, il passaggio successivo dovrebbe essere l’integrazione del rischio idrico nella pianificazione economica e nelle decisioni di investimento.
«Occorre passare da una gestione operativa della risorsa idrica ad un approccio strategico, integrando il water risk nella pianificazione economica e nelle decisioni di investimento delle aziende italiane», ha sottolineato Daniela Bernacchi, Executive Director di UN Global Compact Network Italia. «Il business case è chiaro: il rapporto tra costi di mitigazione e rischio finanziario è di 1:6».
Investimenti ancora limitati
Anche gli investimenti raccontano una trasformazione ancora agli inizi. Quasi il 29,5% delle aziende non investe nella gestione idrica, mentre il 31,8% destina all’acqua meno del 5% degli investimenti complessivi in innovazione.
Le prospettive non sembrano indicare, per ora, un’accelerazione decisa: nei prossimi tre anni soltanto il 5% delle imprese prevede un aumento significativo degli investimenti nella gestione della risorsa. Circa il 30% non prevede invece di misurare i propri investimenti idrici.
Anche l’innovazione viene considerata ancora poco strategica. Il 34,1% delle imprese le attribuisce un ruolo marginale nella gestione dell’acqua, mentre solo il 15,9% la considera strategica per la trasformazione del proprio modello operativo.
Le aziende associano inoltre alla gestione idrica soprattutto benefici reputazionali e di riduzione dei costi. Reputazione e brand image rappresentano il principale beneficio percepito, con il 18,3%, seguiti dalla riduzione dei costi operativi, al 17,6%, e dalla compliance normativa, al 16,8%. Molto più indietro figurano l’innovazione di prodotto e processo, al 9,9%, e l’accesso a nuovi mercati e capitali.
Costi, burocrazia e incertezza frenano la Water Smart Economy
La transizione verso una Water Smart Economy incontra anche ostacoli esterni alle imprese. Tra le principali barriere vengono indicati gli elevati costi di investimento, la complessità regolatoria e autorizzativa e l’incertezza sul ritorno economico degli interventi.
Il 36,4% delle aziende giudica il quadro normativo poco o per nulla adeguato a sostenere gli investimenti. Tra i problemi vengono citati la frammentazione territoriale, i tempi delle autorizzazioni e la carenza di linee guida tecniche.
Per accelerare gli investimenti, le imprese indicano soprattutto la necessità di incentivi fiscali e accesso al credito agevolato. Seguono una tariffazione dell’acqua più aderente al valore reale della risorsa e una maggiore semplificazione normativa e autorizzativa.
Il Mediterraneo è uno degli epicentri della crisi idrica
La ricerca estende l’analisi anche all’area euro-mediterranea, dove la pressione sulla risorsa è particolarmente elevata. Secondo i dati riportati nello studio, la scarsità idrica nell’area è 12 volte superiore alla media mondiale e circa 220 milioni di persone, pari al 42% della popolazione, vivono in condizioni di penuria d’acqua.
Il cambiamento climatico rischia di aggravare ulteriormente la situazione. Il Mediterraneo si sta riscaldando a una velocità di circa il 20% superiore alla media globale, mentre la competizione tra diversi utilizzi della risorsa è particolarmente forte.
Un ruolo centrale è svolto dall’agricoltura, responsabile di circa il 50% dei prelievi idrici in Italia e di quote ancora maggiori in altri Paesi dell’area: l’87% in Turchia, l’80% in Grecia e il 79% in Egitto.
A esercitare una pressione crescente saranno anche le nuove filiere legate alle transizioni energetica e digitale. Semiconduttori, data center, idrogeno rinnovabile e batterie presentano infatti fabbisogni idrici rilevanti e in crescita. Secondo la ricerca, il valore economico di questi settori potrebbe passare da circa 192 miliardi di euro a quasi 1.000 miliardi entro il 2030, mentre la domanda di acqua associata potrebbe arrivare a livelli fino a 2,6 volte superiori a quelli attuali.
La crescente competizione per la risorsa ha anche una dimensione geopolitica: i conflitti legati all’acqua sono passati da 24 casi nel 2000 a 420 nel 2024, con un incremento di 17 volte.
Italia indietro rispetto ai Paesi più esposti
L’analisi delle Communication on Progress 2025 del Global Compact delle Nazioni Unite ha preso in considerazione 2.180 aziende di Francia, Italia, Turchia, Portogallo, Grecia ed Egitto, il 52,9% delle quali PMI.
La rilevanza attribuita all’acqua varia sensibilmente tra i Paesi. La quota più elevata si registra in Turchia, con il 61%, seguita da Grecia, al 49%, ed Egitto, al 48%. L’Italia si ferma al 41%.
Allo stesso tempo, la maggioranza delle imprese dei Paesi analizzati non segnala impatti negativi legati all’acqua. In Italia la quota raggiunge l’86%, seconda solo alla Grecia, dove arriva all’87%.
Per Bernacchi, i dati indicano la necessità di cambiare approccio: «È fondamentale attivare una strategia di azione che coinvolga pubblico e privato predisponendo interventi mirati a tutela dell’acqua per evitare la dispersione idrica delle reti e garantire la resilienza dei bacini».
La sfida, secondo UN Global Compact Network Italia, non riguarda quindi soltanto la riduzione dei consumi. La gestione della risorsa dovrebbe entrare nelle strategie industriali, nei piani di investimento e nelle decisioni dei vertici aziendali.
Una prospettiva sostenuta anche dal presidente di UN Global Compact Network Italia, Filippo Bettini, che ha richiamato il ruolo del CEO Water Mandate, iniziativa delle Nazioni Unite nata nel 2007 per coinvolgere i leader aziendali nella gestione sostenibile e responsabile della risorsa idrica.
Il punto centrale della ricerca è dunque il passaggio da una logica prevalentemente operativa a una visione strategica. In un contesto in cui la disponibilità d’acqua è destinata a diventare sempre più incerta, investire nella sua gestione non rappresenta soltanto un costo per le imprese, ma può diventare un fattore di resilienza, innovazione e competitività.