Sandokan è morto. Era l’ultimo pirata dell’arcipelago malese, il più fiero e il più spietato. Ma la sua morte non è la fine della leggenda: è piuttosto l’inizio di una nuova storia. Quella raccontata da Yanez de Gomera, il nobile portoghese amico e compagno d’avventure di Sandokan, che dopo una lunga vita di scorribande si è ritirato nella quiete della sua piantagione di caffè sull’isola di Celebes.
È proprio lì che, quasi per caso, Yanez si imbatte in una copia della Tigre della Malesia di Emilio Salgari. La lettura si trasforma presto in una scoperta sconcertante: quelle pagine parlano di lui, di Sandokan e di Miss Marianna, ma raccontano una storia completamente diversa da quella che Yanez custodisce nella propria memoria. Il personaggio che porta il suo nome gli appare irriconoscibile. E così prende carta e penna per ristabilire la verità.
Il romanzo di Luigi Guarnieri nasce da questo cortocircuito letterario: un personaggio di finzione decide di raccontare la propria versione dei fatti, contraddicendo il suo autore. La rivincita di Yanez passa attraverso la scrittura delle sue Memorie, un ultimo viaggio nel passato tra mari tempestosi, battaglie, agguati, spedizioni, abbordaggi e scorrerie. È una scelta che riflette anche l’idea di scrittura dello stesso Guarnieri: «Ogni storia che scrivo è, di fatto, una controstoria; e ritengo di fare, a modo mio e per quello che posso, controinformazione letteraria e culturale. La realtà e la storia sono infinitamente più complesse di qualsiasi semplificazione di comodo, della quale dobbiamo sospettare e dubitare, sempre, imparando a superare la nostra pigrizia mentale, il nostro conformismo e la nostra assuefazione ad accettare il mondo per come ci viene raccontato, sempre più falsificato e impoverito» (intervista per «L’Indice della settimana»).
È in questa libertà di reinventare le storie e di sovvertire le regole della narrazione che si riconosce la natura più originale del romanzo, un gioco letterario che intreccia avventura, invenzione e riflessione sulla scrittura. Non a caso Bruno Quaranta, su «la Repubblica», definisce Yanez «un’acrobazia», l’ultimo «spericolato, ludico e fosforico viaggio letterario di Luigi Guarnieri».
E il «suo» Yanez traduce questa visione in un gesto concreto: riscrivere la storia che Salgari ha raccontato al posto suo. La prima testimonianza di questa ribellione è la lettera indirizzata a Julius Anton Donath, editore del ciclo della Malesia. Yanez ha appena terminato la lettura del romanzo e annuncia la decisione di mettere per iscritto ciò che è realmente accaduto: «Ho letto la storia del Salgari d’un fiato: terminata quell’incredibile lettura, e rifiutandomi di rimanere inerte di fronte a una tale minaccia, ho preso la decisione definitiva di redigere il resoconto che leggerete».
Come ha osservato Ermanno Paccagnini nella sua recensione su «La Lettura del Corriere della Sera», la narrazione «si fa autonoma da Salgari proprio attraverso la figura di Yanez, che lascia il Portogallo a ventiquattro anni spinto dalla sete d’avventura e soprattutto dalla “passione per le scienze naturali, in particolare la botanica”, ma pure l’entomologia - e qui si spiegano le tante digressioni, a partire dalla storia del caffè (fonte della fortuna di Yanez) dall’alba dei tempi in Abissinia, ma pure su ogni aspetto singolare, siano osservazioni etnografiche, la situazione del Borneo… in costante equilibrio enciclopedico-narrativo grazie alla consueta raffinatezza di Guarnieri».
Quello di Yanez è un «viaggio» attraverso isole selvagge, mercanti d’oppio e sultani capricciosi, foreste popolate da tagliatori di teste e personaggi di ogni risma. Secondo Evelina Santangelo su «l’Espresso», «è una narrazione vivida, storicamente fondata di un mondo che all’esotismo salgariano sostituisce il fascino di un universo misterioso, remoto… questo romanzo è proprio un tributo al viaggiare, al peregrinare pieni di curiosità per mondi remoti alla scoperta dell’inimmaginabile».
Le pagine di Guarnieri sono popolate da figure storiche e personaggi inventati, in un intreccio continuo tra realtà e reinvenzione narrativa. È proprio qui che emerge con maggiore evidenza la distanza tra la scrittura di Guarnieri e quella di Salgari. Come ha scritto Mario Baudino su «TuttoLibri - La Stampa»: «Rivaleggiare con Salgari è impresa ardua, per la focosa ingenuità, il talento un po’ folle, il ritmo incalzante, la scrittura trascurata e veloce, la pura azione. Guarnieri invece scrive molto bene, con una prosa letteraria ricercata, e per dare consistenza al suo personaggio ha frequentato una smisurata bibliografia...»
Perché Yanez non è soltanto una riscrittura di un classico, ma un omaggio a Emilio Salgari e al suo straordinario potere di immaginazione: a quello scrittore che, da una casetta torinese in riva al Po, era capace di creare universi lontanissimi.
«Eravate nel giusto anche voi, capitano Salgari. Per scrivere bisogna appropriarsi di tutto, le vite degli altri, le loro storie, persino i loro nomi, perché no. E poi rimescolare ogni cosa, e trasformarla in un mondo nuovo, reinventato col proprio stile e con la propria voce per catturare l’attenzione, incendiare i sentimenti e far esplodere l’emozione dei lettori. Per far ridere e per far piangere. Per suscitare domande, stupore, meraviglia. Solo adesso lo capivo».