Quello in cui con Lorenzo ci siamo chiesti dove potrà portarci il reverse engineering fatto con l’AI, partendo dalla notizia della pubblicazione di cloni della suite Adobe fatti con Claude e anche quello in cui siamo passati da Hallowmas (Halloween + Christmas) alle campagne creative per il turismo nei paesi del nord Europa.
TOAST! è un incontro dal vivo che facciamo una volta al mese per parlare di quello che è successo di interessante nel mondo della tecnologia, della cultura, della comunicazione e della pubblicità. È progettato e tenuto dalla nostra collaboratrice Sarah Marseglia, che ogni volta coinvolge anche un membro di Hagam per un intervento di approfondimento.
Ecco di cosa si è parlato questo mese.
«Ricordare qualcosa che ci sembra familiare, non è esattamente la stessa cosa di ricordare qualcosa che si è effettivamente visto. I nostri ricordi non sono registrazioni perfette, possono cambiare nel tempo e a volte il nostro cervello aggiunge dei dettagli che in realtà non c’erano. E se a questo si aggiunge un filmato volutamente realizzato nello stile di un vecchio film fantasy, non è difficile immaginare perché qualcuno possa collegarlo a un ricordo d’infanzia.» [@Clarence2k]
È la piccola storia di un video che sembra tratto da un film fantasy degli anni Settanta, che ha scatenato centinaia di utenti in una ricerca tra gli archivi del cinema perché convinti di ricordare quella scena in un film della loro infanzia. In realtà quel video non è mai comparso in un vecchio film perché generato con l’AI. Cosa tra l’altro dichiarata dall’autrice al momento della pubblicazione, in un suo post di agosto.
È possibile che le AI possano indurre o amplificare falsi ricordi nei soggetti umani? Secondo alcune ricerche di MIT Media Lab, sì. «Questo lavoro dimostra che l’integrazione dell’AI in contesti delicati come procedimenti legali, ambienti terapeutici e consumo quotidiano di informazioni richiede un’attenta valutazione di questi rischi di manipolazione della memoria». Francesco Marino sostiene: «L’AI può costruire immagini che ci sembrano ricordi. E quando questa capacità viene usata per ricostruire il passato, la questione diventa anche politica».
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A fine 2025, Chang Che, giornalista del Guardian, ha visitato 11 fabbriche cinesi per capire quanto siamo vicini alla visione fantascientifica dei robot umanoidi autonomi, scrivendo un lungo reportage pubblicato a marzo di quest’anno. Insieme a Isaac Asimov a Hangzhou (episodio del podcast Altri Orienti) di Simone Pieranni, ci hanno dato un quadro di questo fenomeno.
La Cina ha una filiera supportata da fondi pubblici miliardari che permettono alle aziende una velocità maggiore nella realizzazione dei prodotti, oltre a un vantaggio strutturale dato dalla leadership nel settore dei veicoli elettrici: «Anche i principali produttori di auto elettriche sono diventati produttori di robotica perché le sovrapposizioni tecnologiche consentono ai componenti di essere riutilizzati per applicazioni robotiche.» [Isaac Asimov a Hangzhou]
Il passaggio epocale è quello ai VLA (Vision Language Model): se prima i robot industriali erano programmati riga per riga, scrivendo il codice a mano, ora sono nutriti con grandi quantità di dati, offerti da teleoperatori umani che, collegati al robot, ripetono movimenti all’infinito. L’obiettivo è che il robot li memorizzi, in modo da imparare a riprodurli in autonomia.
«Ho capito che la teleoperazione non è semplicemente una questione di eseguire azioni umane che il robot impara. Quando si esegue una sequenza, bisogna muoversi a una velocità che la macchina sia in grado di registrare. Bisogna mantenere le braccia in una posizione fissa per tutta la durata dell’azione. Non si possono fare cose normali per gli esseri umani, come grattarsi (farlo “inquinerebbe” i dati). Il processo si è rivelato più faticoso fisicamente e più strano di quanto mi aspettassi. Stiamo addestrando i nostri robot a essere più simili agli umani; per farlo, è necessario che gli umani si comportino più come robot.» [The Guardian]
A questo punto, davanti all’affermazione di Elon Musk ripresa nello speciale di Federico Fubini Mercanti dell’anima – L’AI e il futuro trasmesso da La7: «La mia previsione è che ci saranno più robot che persone. Ma se hai miliardi di robot umanoidi, e penso che ci saranno, penso che tutti ne vorranno uno, perché… chi non vorrebbe un robot, che è molto sicuro, che si prende cura dei tuoi figli, dei tuoi animali domestici, dei genitori anziani…» abbiamo condiviso come questo tipo di comunicazione di “un futuro che è già qui” (anche se non è proprio così), ha la funzione di tenere alta l’attenzione su questi temi e di facilitare la raccolta di capitali per sviluppare queste tecnologie.
Infine, due passaggi importanti sul piano legislativo, che arrivano proprio dalla Cina.
Il primo maggio di quest’anno, a Hangzhou, è entrato in vigore il primo regolamento sulla promozione dello sviluppo dell’industria dei robot a intelligenza incarnata, che li definisce «sistemi dotati di forma fisica che attraverso l’integrazione di tecnologia di AI, realizzano una capacità autonoma integrata di percezione, cognizione, decisione e azione.», fissando così il concetto in termini giuridici e introducendo un quadro che prova a bilanciare innovazione e controllo sulla sicurezza.
Lo stesso giorno e sempre a Hangzhou, la Corte Intermedia di Hangzhou ha pubblicato una sentenza sul caso di un supervisore della qualità di un’azienda tecnologica, licenziato perché il suo compito era stato sostituito dall’AI. La sentenza è stata dalla parte del lavoratore, stabilendo un principio importante: «L’adozione delle AI è una scelta strategica dell’azienda per aumentare i profitti e la competitività e quindi il rischio di questa trasformazione tecnologica non può essere scaricato sul lavoratore. La sostituzione per causa dell’AI non è una causa oggettiva di licenziamento.»