Vi sono passaggi storici nei quali una società non entra in crisi in modo improvviso, ma cambia lentamente struttura, e proprio per questo fatica a riconoscere la natura del proprio mutamento. L’Italia è dentro uno di questi passaggi. Non siamo di fronte a una frattura evidente, ma a una trasformazione più profonda, quella demografica, che incide sul rapporto tra generazioni, sul lavoro, sulla protezione sociale e sul modo stesso in cui uno Stato pensa la propria continuità.
È da qui che bisogna partire, non dall’allarme né dalla consolazione, ma da una constatazione semplice e impegnativa nelle sue conseguenze. L’Italia vive più a lungo e nasce di meno. Nel 2025 le nascite sono state 355 mila, i decessi 652 mila, con un saldo naturale negativo di circa 296 mila unità, mentre la popolazione con almeno 65 anni ha raggiunto il 24,7%. Questi numeri non autorizzano letture catastrofistiche, ma impongono disciplina del pensiero, perché indicano che il problema non riguarda un ambito particolare, bensì l’equilibrio complessivo della società.
Quando una società invecchia non cambia soltanto la composizione anagrafica, ma il rapporto tra chi lavora e chi è già uscito dal lavoro, tra contribuzione e prestazioni, tra bisogno di cura e capacità organizzativa, tra tempo della produzione e tempo della protezione. Ciò che muta è la struttura del patto tra generazioni, ed è per questo che la questione demografica non può essere trattata come una materia marginale. In un Paese come il nostro non è lo sfondo, ma il presupposto della sostenibilità dei sistemi costruiti.
La necessità di tenere insieme welfare e previdenza
È qui che pensioni e welfare si ricongiungono. Continuano a essere descritte come ambiti distinti, ma sono due manifestazioni dello stesso squilibrio. Cresce il numero delle persone che devono poter contare su una previdenza sicura e, insieme, aumenta la domanda di welfare, di assistenza sanitaria e di presa in carico della cronicità. Se però questa crescita dei bisogni si accompagna a una base attiva che tende a restringersi, il nodo diventa sistemico e riguarda lavoro, contribuzione, servizi, cura e fiducia pubblica.
Sul versante sanitario, l’OCSE segnala una fragilità nell’assistenza di lungo periodo, con 1,5 addetti ogni 100 over 65 contro una media di 5 addetti; ricordandoci che la longevità, senza un’organizzazione adeguata, rischia di scaricare costi e solitudini sulle famiglie.
A questo punto conviene dirlo con chiarezza. La sostenibilità previdenziale non si difende soltanto dentro la previdenza, ma prima nel lavoro, perché è nella qualità e nella continuità della base contributiva che si decide la possibilità di reggere nel tempo. Per questa ragione considero positivo il segnale dell’aumento dei lavoratori assicurati registrato dall’INPS, che nel 2025 ha superato i 27 milioni, di cui oltre 7 milioni under 34, un dato che conferma la solidità del mercato del lavoro che resta la prima condizione per costruire una previdenza più forte; ma non è sufficiente se il lavoro resta frammentato, se i percorsi contributivi sono deboli, se l’ingresso dei giovani è tardivo e se la partecipazione femminile non è pienamente valorizzata.
È su questo terreno che, sin dall’inizio del mio mandato, ho ritenuto necessario imprimere un cambio di impostazione, mettendo al centro giovani e donne per una ragione strutturale. I giovani non rappresentano soltanto una questione sociale o generazionale, ma la qualità del futuro contributi vo del Paese e, se restano in percorsi intermittenti o poveri, si indebolisce la credibilità del sistema. Le donne costituiscono una leva decisiva ancora sottoutilizzata e, in un Paese che invecchia, una partecipazione incompleta non è solo un’ingiustizia, ma un costo strutturale. Lo stesso vale per i senior, perché una società longeva deve riconoscere che esperienza e competenza possono ancora tradursi in partecipazione attiva.
La risposta del welfare generativo
Se si guarda il problema da questa prospettiva, diventa evidente perché io abbia puntato sul nuovo approccio del welfare generativo e perché la consideri una necessità di governo. Per troppo tempo il welfare è stato pensato come il luogo in cui il sistema interviene quando il bisogno è già emerso.
Questa funzione resta essenziale, ma non basta più. Un welfare generativo costruisce prima le condizioni dell’equilibrio, non si limita a redistribuire ma produce autonomia, partecipazione e fiducia. È il motivo per cui stiamo riproponendo servizi e prestazioni dell’Istituto in base agli eventi della vita.
Lo abbiamo fatto prima con la nuova App, Inps Mobile, poi con il Portale giovani, il primo spazio digitale italiano dedicato agli under 34 con oltre 50 servizi, e poi con il Portale della famiglia e della genitorialità, una vera e propria rivoluzione nel rapporto con le famiglie. Non si tratta di modernizzare l’immagine dell’Istituto, ma di ridurre distanza e opacità, perché ogni diritto reso comprensibile e ogni accesso semplificato producono fiducia, e la fiducia, in un sistema sociale, è parte della sostenibilità. In questo senso anche semplificazione, digitalizzazione e Intelligenza artificiale rientrano nel cuore della missione pubblica.
Il conto demografico non è una proiezione finanziaria. È già nella fatica delle famiglie, nella difficoltà dei giovani, nella pressione sui servizi e nel peso della non autosufficienza. La questione non è se il sistema regga oggi, ma se resterà credibile domani.
Un Paese serio non contrappone pensioni e sanità, giovani e anziani, tutela e innovazione. Li tiene insieme, riconoscendo che demografia, lavoro, previdenza e cura sono lo stesso problema osservato da lati diversi. È qui che si colloca la responsabilità dell’Inps, non limitarsi a registrare gli effetti, ma leggere le cause e rafforzare il patto di fiducia tra cittadini e sistema pubblico.
La sostenibilità non è la mera tenuta di un bilancio. È la capacità di garantire nel tempo un equilibrio tra generazioni tecnicamente solido, socialmente giusto e politicamente credibile. È per questo che il welfare generativo non è un’aggiunta, ma il modo più serio per affrontare il passaggio che abbiamo davanti, perché ci impone di tenere insieme lavoro e protezione, crescita e cura, presente e futuro.
Gabriele Fava è presidente dell’INPS dall’aprile 2024. Founder & Chairman dello Studio legale Fava & Associati, ha oltre trent’anni di esperienza in diritto del lavoro, societario e civile, ed è esperto di relazioni sindacali, ristrutturazioni aziendali e corporate governance.
È docente a contratto di Diritto del lavoro all’Università Cattolica del Sacro Cuore. Ha rivestito numerose cariche istituzionali fra cui Commissario Straordinario di Alitalia, Presidente di Autostrade Alto Adriatico e, dal 2018 al 2023, componente e vicepresidente del Consiglio di presidenza della Corte dei conti.
Immagine: ©Krista Glizdeniece
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