Premio Internazionale Lattes Grinzane 2026, La «Lectio magistralis» del Premio Speciale Amitav Ghosh. Giulio Einaudi editore

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Pubblichiamo la «Lectio magistralis» che Amitav Ghosh ha tenuto sabato 17 ottobre 2026 in occasione del Premio speciale Lattes Grinzane.

Desidero innanzitutto ringraziare i selezionatori e la giuria della Fondazione Bottari Lattes per avermi conferito il Premio Speciale Lattes Grinzane 2026. Sono sinceramente grato e onorato di questo premio.

Trovandomi in questo splendido luogo, famoso per i suoi legami con uno degli alimenti di lusso più costosi al mondo, il tartufo bianco, non posso fare a meno di pensare al destino di un altro ingrediente che a suo tempo fu un condimento pregiatissimo. Parlo della noce moscata che, insieme al suo involucro esterno, la macis, è stata per secoli il prodotto alimentare più pregiato al mondo.

Prima del XVIII secolo, l’albero della noce moscata, che produce sia noce che macis, cresceva solo in un luogo geograficamente lontanissimo dalle aree più popolose del pianeta. Mi riferisco all’arcipelago delle Banda, un minuscolo grappolo di isole all’estremità sud-orientale dell’Oceano Indiano. La più estesa di quelle isole misura solo due miglia e mezzo di lunghezza e mezzo miglio di larghezza: sono talmente piccole che sulla maggior parte delle mappe non sono che una manciata di puntini.

Le Banda si trovano in una delle aree sismiche più attive del pianeta: il grande Anello di Fuoco che si estende lungo l’intero perimetro dell’Oceano Pacifico, dal Cile a est fino al margine dell’Oceano Indiano, a ovest. L’ecologia vulcanica delle isole, unita ai venti e alle condizioni meteorologiche della regione, ha dotato l’arcipelago di foreste con una straordinaria biodiversità, ricche di specie endemiche. Tra queste, l’albero della noce moscata era una delle più preziose.

Nonostante la distanza, noce moscata e macis circolavano in tutta l’Eurasia e l’Africa fin dal I secolo a.C., assai prima che gli europei raggiungessero le Molucche. Nel XVI secolo il loro prezzo aveva raggiunto prezzi tali che si diceva bastasse un pugno di noci moscate per comprare una casa a Londra o ad Amsterdam.

Cos’è che le rendeva oggetto di un desiderio così intenso? Come molte altre spezie possiedono alcune notevoli proprietà, ma, a differenza di quanto oggi si crede, la loro popolarità non era dovuta alle proprietà conservanti: il sale, l’ingrediente più comune in cucina, è infatti un conservante di gran lunga più efficace.

Perché dunque quelle spezie divennero così apprezzate? La risposta è semplice: perché erano sinonimo di lusso, esattamente come lo sono oggi i tartufi. Erano, in altre parole, simboli di prestigio, consumati dai reali e dai nobili, e da chiunque potesse permetterseli.

Nel tardo Medioevo, noce moscata e macis giunsero in Europa passando più volte di mano, finché arrivarono a Venezia, che esercitava un rigido monopolio sul commercio europeo delle spezie. Fu proprio per spezzare il monopolio della Serenissima che i navigatori del XVI secolo intrapresero i viaggi che li condussero infine nelle Americhe e nell’Oceano Indiano. Tra i loro principali obiettivi c’era quello di trovare le isole dove cresceva l’albero della noce moscata.

I portoghesi furono i primi europei a raggiungere le isole Banda, nel 1511, ma altri li tallonavano: gli spagnoli, poi gli olandesi e gli inglesi. Ciò che li accomunava era il desiderio di ottenere il monopolio sul commercio di noce moscata e macis. Gli olandesi furono i più implacabili, e inviarono ripetutamente flotte verso le isole con l’intento di imporre accordi agli abitanti.

Gli abitanti delle Banda erano pochi – non più di quindicimila – ma opposero una resistenza tale che nel 1621 il governatore generale delle Indie orientali, Jan Pieterszoon Coen, decise che il problema delle Banda esigeva una soluzione finale: le isole dovevano essere svuotate dei loro abitanti. Così, nel febbraio 1621, Coen guidò una flotta olandese nelle isole e ordinò ai nativi di abbandonare i villaggi e lasciare le loro abitazioni. I bandanesi naturalmente non ubbidirono, e nell’aprile 1621 Coen mise in atto la soluzione finale: su suo ordine, nel giro di poche settimane, gli olandesi eliminarono di fatto l’intera popolazione – alcune migliaia di bandanesi furono uccisi, altrettanti morirono di fame o malattie, e quelli che restavano furono ridotti in schiavitù e deportati.

Così, nell’arco di pochi mesi, i bandanesi, un tempo comunità commerciale orgogliosa e intraprendente, cessarono di esistere come popolo. Il loro mondo era finito in nemmeno dieci settimane.

All’indomani del genocidio, le isole spopolate furono suddivise in piantagioni e affidate a piantatori di origine olandese per produrre noce moscata e macis. La manodopera era costituita da schiavi, per lo più dal subcontinente indiano, che due volte all’anno venivano forniti ai piantatori dalla Compagnia olandese delle Indie Orientali. Un sistema che durò fino alla fine del XIX secolo, quando ormai noce moscata e macis avevano smesso di essere costosi beni di lusso.

In altre parole, i profitti generati dall’osceno genocidio degli abitanti delle Banda si rivelarono, tutto sommato, di breve durata. Nonostante i loro sforzi, i funzionari olandesi non riuscirono a impedire che i semi di noce moscata venissero contrabbandati fuori dalle isole da cacciatori di piante inglesi e francesi, che li trapiantarono nelle proprie colonie ovunque nel mondo. Con l’aumento della produzione nei Caraibi e altrove, il valore della noce moscata e della macis si ridimensionò drasticamente e il ricordo del loro legame con le isole Banda si affievolì fino ad essere quasi dimenticato: fu Barbados che divenne nota come l’«Isola della noce moscata», e il Connecticut a vantarsi di essere lo «Stato della noce moscata». A fine XVIII secolo, la Compagnia olandese delle Indie orientali, indebolita da decenni di corruzione e cattiva gestione, crollò. Oggi una noce moscata costa poco più di un pacchetto di chewing gum.

I bandanesi furono quindi tra le prime vittime di un flagello che oggi minaccia di travolgere l’intero pianeta: la «maledizione delle risorse». L’albero che era stato la loro benedizione finì per diventare la causa della loro espulsione dalla propria terra.

2.

Qual è stato, dunque, il processo per cui doni della terra quali noce moscata e macis sono diventati “risorse”? Per capirlo, dobbiamo innanzitutto chiederci cosa sia una “risorsa”. Una possibile risposta è che una risorsa è un prodotto disponibile che può essere comprato e venduto a prescindere dalla sua provenienza. Oggi, ad esempio, noce moscata e macis sono risorse nel senso che il loro valore non dipende dal luogo in cui vengono coltivati.

Una situazione che oggi diamo per scontata, ma non è sempre stato così. Bisogna tener presente che nel corso dei millenni le isole Banda avevano attirato mercanti provenienti da luoghi lontani: Cina, India, mondo arabo e Africa. Molti di quei mercanti trascorsero anni nelle Banda e senza dubbio conoscevano perfettamente le tecniche di coltivazione degli alberi di noce moscata; né avrebbero avuto difficoltà a contrabbandare semi e piantine da coltivare nei propri paesi. Eppure non lo fecero mai. Al contrario, per secoli intrapresero il viaggio difficile e pericoloso attraverso l’Oceano Indiano per raggiungere le Banda. E ciò semplicemente perché, ai loro occhi, una noce moscata non era una noce moscata se non proveniva dall’area delle isole Banda, coltivata dai bandanesi, allo stesso modo in cui una bottiglia di vino non può essere considerata un Barolo se non è prodotta nel comune di Barolo o nell’area circostante da persone intimamente legate a questa terra e ai suoi prodotti.

All’interno dell’Europa ciò era perfettamente chiaro. Gli olandesi, ad esempio, non si sarebbero mai detti: «Beh, giù in Piemonte producono dei buoni vini che potrebbero essere molto redditizi. Perché non ci andiamo, uccidiamo la popolazione e ci impadroniamo della loro terra e la loro uva?». Non gli sarebbe mai venuto in mente perché si rendevano conto che i vini del Piemonte non sarebbero quelli che sono se non fosse per il rapporto fra il popolo piemontese e la sua terra.

È importante ricordare che un tempo molti, se non la maggior parte, dei prodotti della terra venivano considerati allo stesso modo in cui oggi consideriamo i vini del Piemonte o il parmigiano reggiano. Sebbene siano in vendita ovunque, il loro valore è intrinsecamente legato al luogo di provenienza. E sono esattamente questi i legami spezzati dal colonialismo nel suo evolversi in seguito all’espansione coloniale europea. All’improvviso tutto nel mondo era in gioco: specie botaniche, minerali e, naturalmente, anche le persone. Proprio per questo gli olandesi osarono decidere di assassinare o ridurre in schiavitù tutti i bandanesi onde impadronirsi del commercio della noce moscata. Un progetto concepibile per la semplice ragione che fatti analoghi stavano accadendo anche sull’altro versante dell’Impero olandese, nell’America nord-orientale, dove pure i popoli indigeni venivano sterminati. Fu in tale contesto che l’albero della noce moscata divenne una macchina da soldi e le isole Banda una sorta di fabbrica agricola.

Il colonialismo, e poi il capitalismo, sono i processi che hanno trasformato i doni della terra in risorse totalmente avulse dai luoghi d’origine. Oggi, i prodotti tuttora riconosciuti a livello mondiale come legati a luoghi specifici provengono perlopiù da aree del mondo che non furono soggette al colonialismo: ad esempio i tartufi e i vini del Piemonte, il tè Pu-Erh dello Yunnan, i grani di pepe del Sichuan, il sakè della prefettura Yamaguchi in Giappone, e così via.

Ciò che mantiene vivo il fascino dei tartufi piemontesi è proprio il legame fra i prodotti e il territorio. Ma per quanto tempo ancora? Dopotutto, i tartufi si trovano anche altrove. Secondo lo scrittore francese Alain Daniélou i tartufi più pregiati al mondo si trovavano sull’Himalaya. Già oggi i tartufi vengono coltivati su larga scala nella Virginia centrale, e i sostituti chimici sono sempre più diffusi. Se entrasse in gioco la Cina, che già produce alcuni vini di qualità, anche i tartufi un giorno potrebbero costare quanto una gomma da masticare. In un mondo in cui tutti – animali, vegetali e funghi – vengono sradicati, c’è da chiedersi per quanto tempo resisterà l’antico e insostituibile legame tra le persone, i prodotti e i luoghi, anche in Piemonte.

La domanda dunque diventa: qual è il significato del luogo nella cultura umana, e in che modo gli esseri umani possono mettersi in relazione coi luoghi in cui vivono, tanto più in tempi come i nostri, in cui tutti gli esseri viventi vengono sradicati, sfollati e allontanati per effetto dei molteplici fattori dell’odierna crisi planetaria?

3.

«Essere uomo significa… abitare», afferma il filosofo tedesco Martin Heidegger nel suo saggio seminale Costruire abitare pensare [Martin Heidegger, Saggi e discorsi, a cura di Gianni Vattimo, Mursia, 1976, pp. 96-108]. Poi, dipanando l’etimologia della parola altotedesca, buan, «abitare», Heidegger nota che le radici da cui deriva significano tutte, in sostanza, «rimanere», «trattenersi»

Il saggio fu scritto nel 1951, sullo sfondo della grave crisi abitativa che colpì la Germania all’indomani della Seconda guerra mondiale, quando milioni di persone stentavano a trovare un riparo tra le macerie delle città e dei paesi bombardati. Una situazione in cui per la maggior parte delle persone anche solo «rimanere», «rimanere sul posto» (figuriamoci «abitare») non era un’opzione. Non sorprende quindi che la conferenza di Heidegger sia pervasa dall’ansia per lo sradicamento e la mancanza di ormeggi di quel periodo.

In un certo senso, dunque, le riflessioni di Heidegger sull’abitare riguardano una condizione esattamente opposta: l’assenza di radici, o lo sradicamento, in un mondo in cui l’abitare, nell’accezione che lui dà alla parola, non era più possibile. Era tuttavia anche un’epoca di ricostruzione, in cui si costruivano strutture industriali e abitative su una scala mai vista prima. Quasi la metà del patrimonio immobiliare tedesco era stato danneggiato o distrutto durante la guerra, ma dal 1949 in poi il governo della Germania Ovest investì miliardi nella costruzione di alloggi sociali a basso costo, tanto che nei quindici anni successivi furono realizzati circa nove milioni di unità abitative. Ma erano «abitazioni» nel senso inteso da Heidegger? Probabilmente no, perché gli esempi di «abitazione» da lui forniti, sono tutti antichi, bucolici e connessi alla coltivazione e alla salvaguardia della terra.

È per l’appunto questo sfasamento, o contraddizione, tra le forme significative dell’abitare e il rapido proliferare di alloggi sociali a basso costo e di scarsa qualità il vero oggetto delle riflessioni di Heidegger in quella conferenza. Un tema che l’avrebbe tormentato negli anni a venire. Vi tornò sopra nel Colloquio con «Der Spiegel» del 1966 [in Risposta a colloquio con Martin Heidegger, trad. di Carlo Tatasciore, Guida, 1992, pp. 107-138], in cui il suo interlocutore sottolineava la crescente prosperità della Germania suggerendo che non ci fosse nulla di sbagliato, dal momento che funzionava bene.

Sì, risponde Heidegger: «Tutto funziona. Questo è appunto l’aspetto inquietante, che tutto funziona e che il funzionare spinge sempre a un ulteriore funzionare, e che la tecnica strappa e sradica sempre più l’uomo dalla terra. (…) Non c’è affatto bisogno di una bomba atomica: lo sradicamento dell’uomo esiste già. Non ci rimangono che rapporti puramente tecnici. Non è più la terra, quella su cui l’uomo vive. (…) Lo sradicamento dell’uomo che ora sta avvenendo è la fine [di tutto ciò che è umano…]».

Nel corso della stessa intervista, rispondendo a una domanda sulle possibilità dell’individuo di influire su «questo intreccio di processi inevitabili», Heidegger afferma categoricamente che né la filosofia né nessun’altra forma di sforzo umano possono produrre alcun cambiamento allo stato del mondo. Fu in quel contesto che pronunciò le parole «Ormai solo un Dio ci può salvare».

Simili affermazioni – «la fine di tutto ciò che è umano», «non è più la terra quella su cui l’uomo vive», cambiare l’attuale stato del mondo è al di là di ogni sforzo umano – sono così spaventose e inquietanti che si è tentati di lasciar perdere. Dopotutto oggi, ancor più che negli ultimi anni di Heidegger, tutto funziona: i nostri computer funzionano, i nostri telefoni funzionano e ovunque ci giriamo, non solo a New York e a Shanghai, ma anche nelle remote isole dell’Oceano Indiano, vediamo sorgere nuovi edifici scintillanti. Funziona tutto così bene che qualcuno potrebbe addirittura sostenere che la nostra è la migliore delle epoche, che mai gli esseri umani sono stati così bene.

Eppure, qualcosa ci impedisce di liquidare con un’alzata di spalle le intuizioni di Heidegger; qualcosa ci dice che le sue riflessioni non erano del tutto sbagliate. È importante notare, in questo contesto, che Heidegger non stava parlando della fine del mondo nei termini in cui lo fanno oggi i pensatori apocalittici, i romanzieri e gli sceneggiatori. Ciò a cui si riferiva era la fine di modalità abitative specificamente umane, modalità che, per lui, consistevano nella congiunzione primordiale fra il Cielo e la Terra, i Divini e i Mortali.  Questa era, per lui, la «Quadratura» che rende possibile l’abitare.

L’elemento forse più enigmatico, nonché più trascurato, della quadratura di Heidegger è quello dei «divini». Scrive: «I divini sono i messaggeri che ci indicano la divinità. Nel sacro dispiegarsi della loro potenza, il dio appare nella sua presenza o si ritira nel suo nascondimento» [in Saggi e discorsi, a cura di Gianni Vattimo, Mursia, 1976, p. 99].

Che Heidegger scelga la forma plurale della parola, «i divini», è significativo perché indica palesemente che non si sta riferendo al Dio cristiano o abramitico bensì, come osserva più avanti nello stesso saggio, a figure di un altro ordine, «i custodi del ponte». In altri termini, usa la parola «divini» per indicare coloro che i romani chiamavano genius loci, gli spiriti del luogo. Quelli che potremmo descrivere, nella nostra terminologia, come presenze non umane, o più-che-umane, presenze che animano un paesaggio e ne fanno un luogo in cui abitare.

Nei millenni in cui ha vissuto su questa terra, la stragrande maggioranza degli esseri umani ha sempre riconosciuto che lo spazio geografico è una dimensione accidentata, zeppa di nodi, curve e agglomerati invisibili. Proprio come del tempo si può dire che ci sono decenni in cui non accade nulla, poi sopravvengono giorni in cui accadono decenni, così si può dire che gli esseri umani hanno sempre riconosciuto la presenza, in ogni paesaggio, di elementi – rocce, canyon, foreste, corsi d’acqua – che assemblano il paesaggio conferendogli un potere o una forza speciale. Il mondo greco e quello romano erano densamente costellati di posti simili: il Monte Olimpo, Delfi e il Pantheon sono solo i più noti. In Asia, ancora oggi, quelle configurazioni geografiche sono spesso contrassegnate da templi, sacrari e cappelle.

Ma forse in nessun luogo la sensazione di abitare in un paesaggio senziente era più forte che nelle Americhe precolombiane e in Oceania. In quei continenti alcuni canyon e rocce fungevano da cattedrali e templi, mentre alcuni fiumi erano considerati antenati.

Agli occhi dei conquistatori europei, tali idee e intuizioni apparivano terribilmente minacciose, perciò vennero bandite con inimmaginabile violenza. «Tra fine Quattrocento e inizio Cinquecento», scrive Robert Macfarlane, «l’amministrazione coloniale di Filippo II istituì un nuovo ramo dell’Inquisizione riservato a quella che fu chiamata “estirpazione dell’idolatria”. Furono convocati tribunali ecclesiastici che condannavano a cento frustate chiunque venisse trovato a parlare con un fiume, o a venerare un corso d’acqua. Gli spagnoli estirparono l’animismo dei loro neosudditi letteralmente a suon di botte, e perseguitarono fino a sopprimerlo il riconoscimento di foreste e fiumi come elementi indispensabili alla vita e vivi essi stessi» (Robert Macfarlane, È vivo un fiume?, trad. di Duccio Sacchi, Einaudi, 2025, p. 57).

La messa a punto della campagna dell’Impero spagnolo per sradicare le convinzioni dei nativi americani sulla sensibilità dei non-umani è significativa: fu avviata molto prima che i filosofi illuministi del XVII secolo divulgassero una visione della terra come entità inerte, il cui scopo precipuo era fornire risorse agli umani. L’elaborazione di queste idee nel XVII secolo, proprio quando l’espansione europea stava prendendo slancio, fece sì che potessero contare sul pieno sostegno dell’Impero. Ciò, a sua volta, fece sì che tale ideologia diventasse gradualmente canonica non solo per le classi dominanti imperiali, ma anche per le élite coloniali, e che venisse trasmessa e riprodotta in tutto il pianeta attraverso le istituzioni giuridiche e educative.

Bisogna comunque osservare che l’ideologia dell’Illuminismo non è

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Editor Einaudi