Da reato “contro la morale” a delitto “contro la persona”
La violenza degli uomini nei confronti delle donne accompagna la vita collettiva da sempre, con conseguenze esplicite visibili nella politica, nella famiglia, nelle relazioni sociali e nel dominio economico. Il “patriarcato”, termine con il quale si riassumono oggi le varie espressioni di questa egemonia, è divenuto oggetto di aperta contestazione soprattutto da parte dei movimenti femministi occidentali soltanto nella seconda metà del XX secolo. In età moderna, e ancora nel XIX secolo, espressioni come “stupro” o “violenza carnale” esaurivano la fattispecie di reati contro la donna. Essi erano rubricati, ad esempio nel Codice penale italiano, come reati contro la morale e non tenevano conto dell’identità femminile colpita, della persona esposta con il suo corpo a questi e ad altri «atti di libidine». Unicamente nel 1996 la legislazione del nostro paese ha identificato la violenza sessuale come delitto contro la persona e non più come delitto contro la morale pubblica e il buon costume.
Nel frattempo, erano emersi altri due concetti destinati ad affermarsi nel lessico e nel senso comune: da un lato, la categoria di “femminicidio” (1992), elaborata in ambito accademico e poi via via fatta propria non solo dai movimenti femministi, ma anche dalle opinioni pubbliche e infine dalla legislazione di alcuni Stati; dall’altro, l’idea della “violenza di genere”, che allargava la sfera delle vittime a tutti quei soggetti che, non riconoscendosi nella dimensione binaria della sessualità, finivano per divenire oggetto di violenza. In entrambi i casi, l’aspetto innovativo rispetto alla lettura precedente era l’attenzione posta sugli aspetti culturali dell’identità e sulle forme della violenza, non più riconducibili alla mera sfera degli abusi di tipo sessuale, come anche ai condizionamenti psicologici documentabili, alle pressioni, all’irruzione nella sfera più intima del partner.
Il femminicidio oggi: il Codice penale e l’istituzione della Giornata internazionale
Il femminicidio continua purtroppo ad essere praticato soprattutto in ambito familiare o in un contesto di relazione, nonostante la durezza della legislazione vigente, che nel caso italiano dal 2025, all’articolo 577-bis del Codice penale, prevede che: «Chiunque cagiona la morte di una donna quando il fatto è commesso come atto di odio o di discriminazione o di prevaricazione o come atto di controllo o possesso o dominio in quanto donna, o in relazione al rifiuto della donna di instaurare o mantenere un rapporto affettivo o come atto di limitazione delle sue libertà individuali è punito con la pena dell’ergastolo». Dei 97 casi di omicidio volontario di donne avvenuti nel 2025 in Italia, 62 sono stati eseguiti da partner o da ex partner.
La Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne (25 novembre) è stata istituita dalle Nazioni Unite con la risoluzione del 17 dicembre 1999 e si colloca nel ciclo di giornate della memoria che riguardano i diritti umani, culminanti il 10 dicembre, anniversario della Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948. La data ricorda il brutale omicidio delle tre sorelle Mirabal, fiere oppositrici del regime della Repubblicana dominicana, perpetrato il 25 novembre 1960 dagli agenti del dittatore Rafael Trujillo.
L’impegno e la mobilitazione delle donne hanno progressivamente arricchito l’occasione di riflessione annuale con momenti di incontro, eventi performativi e attività pedagogiche. In vari paesi, compresa l’Italia, il colore rosso ha contribuito a caratterizzare cromaticamente i segni esibiti nel paesaggio pubblico da installazioni o capi di vestiario (dalle panchine alle scarpe) dai primi anni Dieci del XXI secolo. La straordinaria vitalità e originalità delle manifestazioni affianca ricerche sempre più dettagliate sulle modalità della violenza, che in varie forme tocca poco meno di un terzo delle donne su scala mondiale, e sugli interventi da compiere fin dall’infanzia dalla comunità educante per sradicare archetipi assurdi e luoghi comuni spacciati per tradizionali, ma di fatto funzionali alla perpetuazione della dominazione patriarcale.