Una rappresentazione da riconsiderare
Le fonti medievali ci hanno tramandato un’immagine dei Longobardi che solo in parte corrisponde alla realtà storica. Tutto cominciò con loro arrivo in Italia nel 568: esso venne descritto come un’invasione violenta e brutale, condotta da guerrieri di professione dediti al saccheggio, che avanzavano nella penisola seminando morte.
Questa rappresentazione risente fortemente del punto di vista degli autori dell’epoca ed è stata in buona parte ridimensionata dalla storiografia moderna, anche alla luce delle più recenti ricerche archeologiche.
Un popolo in movimento
Innanzitutto occorre considerare che i Longobardi non erano soltanto un esercito di conquistatori, ma un intero popolo che si stava spostando alla ricerca di nuove terre da abitare.
Alla base della loro decisione di lasciare la Pannonia (dove si erano stanziati da alcuni decenni), ci furono alcuni importanti cambiamenti nell’Europa centrale: qui infatti erano giunti gli Àvari, provenienti dalle steppe asiatiche, che innescarono una reazione a catena. Quella longobarda non fu soltanto una spedizione militare, ma una migrazione che coinvolse praticamente tutta la popolazione: insieme ai guerrieri si misero in movimento donne, bambini e interi gruppi familiari, portando con sé i beni necessari per stabilirsi nei nuovi territori.
Qui occorre però una precisazione: applicare le categorie moderne alla società longobarda dell’epoca può essere fuorviante. In questa popolazione, infatti, la guerra occupava un posto di primissimo piano: qualsiasi uomo libero, proprio in virtù di questa sua condizione, possedeva armi. Non esisteva dunque una distinzione netta tra civili e militari: gli uomini liberi erano anche potenziali guerrieri, che dovevano farsi sempre trovare pronti per eventuali spedizioni.
Un’Italia indebolita da guerre ed epidemie
I Longobardi penetrarono nell’Italia settentrionale in tempi relativamente rapidi, e ciò avvenne anche per le particolari condizioni in cui si trovava la penisola. Soltanto pochi anni prima, nel 553, si era conclusa la lunga e drammatica guerra greco-gotica, che aveva visto contrapporsi Bizantini e Ostrogoti, e che aveva provocato sofferenze soprattutto tra le popolazioni locali e compromesso le strutture economiche e amministrative. E al conflitto erano seguite carestie ed epidemie.
Le forze militari bizantine presenti nella penisola si erano notevolmente indebolite, limitandosi di fatto a presidiare le città principali. Quando giunsero i Longobardi, esse faticarono a coordinarsi e opposero resistenza soprattutto nei centri fortificati o in alcune aree (Ravenna, Roma, l’Italia meridionale). Proprio per questo motivo i Longobardi riuscirono ad occupare ampie porzioni di territorio, e lo fecero senza nemmeno combattere grandi battaglie campali.
Una conquista davvero così violenta?
Non ci sono dubbi che la conquista longobarda, in una penisola stremata e con poche difese, fu accompagnata da violenze e uccisioni. Molto più difficile è stabilire quanto fossero diffuse queste violenze e quale portata avessero realmente.
Per esempio, nella sua Historia Francorum, lo storico (e vescovo) franco Gregorio di Tours (538 -594), raccontò che i Longobardi percorsero l’Italia «spogliando le chiese» e «uccidendo i sacerdoti». La testimonianza è senza dubbio significativa, ma proviene da uno scrittore che non viveva in Italia e che probabilmente conosceva gli avvenimenti in modo indiretto. Inoltre, in quanto vescovo, poteva essere particolarmente sensibile alle violenze commesse contro gli uomini di Chiesa, restituendo forse un quadro amplificato dell’accaduto.
Anche papa Gregorio Magno, che visse in prima persona i conflitti della fine del VI secolo, descrisse un paese devastato: «Le città sono distrutte, le fortezze abbattute, i campi devastati, la terra ridotta a un deserto» (Omelie su Ezechiele). Nelle sue parole, tuttavia, le sofferenze provocate dalla guerra si intrecciavano con una visione religiosa e apocalittica della storia, nella quale guerre e calamità apparivano come segni di una punizione divina.
Due secoli più tardi, Paolo Diacono riprese nella sua Historia Langobardorum alcuni racconti dei due Gregori, rielaborandoli e contribuendo a tramandarne la memoria. Ma questo non conferma necessariamente la loro veridicità.
Il contributo dell’archeologia
Le più recenti ricerche storiche e archeologiche hanno ridimensionato l’immagine di una devastazione generalizzata. Un esempio su tutti: secondo Paolo Diacono alcune città, come Padova, furono completamente rase al suolo dai Longobardi; tuttavia le indagini degli archeologi non hanno dato conferme di devastazioni di questa portata: la stessa Padova subì gravi danni, ma conservò buona parte delle sue strutture, come i ponti e le strade di epoca romana.
La conquista longobarda comportò certamente violenze e profondi cambiamenti politico-sociali, ma le testimonianze disponibili non consentono di parlare di una distruzione sistematica delle città e delle campagne, come ci si aspetterebbe da una feroce orda barbarica.
E poi, perché mai i Longobardi avrebbero dovuto distruggere indiscriminatamente strutture e territori in cui volevano stabilirsi?