Oltre la retorica dell’adozione: l’abbandono minorile non termina con l’accoglienza in una nuova famiglia. Le sue conseguenze possono accompagnare una persona per tutta la vita e richiedono una responsabilità pubblica in termini di salute, sostegno psicologico, autonomia e tutela sociale
Quando si parla di abbandono di un minore e di adozione, la narrazione pubblica tende spesso a concentrarsi sul lieto fine: un bambino che trova una famiglia, dei genitori che lo accolgono, una nuova storia che comincia.
È una storia importante. Ma non è tutta la storia.
Prima dell’adozione c’è stato un abbandono. Una separazione. Una frattura nella continuità degli affetti e delle origini che, a seconda dell’età, delle esperienze vissute e della storia individuale, può lasciare conseguenze profonde.
L’adozione può offrire una famiglia, appartenenza, protezione e futuro. Non può però cancellare retroattivamente ciò che è accaduto.
Ed è proprio da qui che occorre partire per compiere un nuovo passo culturale e giuridico: riconoscere che esistono vittime di abbandono minorile e che questa condizione merita di essere presa in considerazione dall’ordinamento anche oltre il momento dell’adozione e oltre il raggiungimento della maggiore età.
L’abbandono non può essere considerato una vicenda privata
Le storie che conducono all’abbandono sono diverse e spesso attraversate da povertà, violenza, dipendenze, fragilità, malattia, esclusione sociale, guerre o incapacità dei sistemi di protezione di intervenire tempestivamente.
Il punto, però, è un altro.
Un bambino abbandonato non può essere lasciato solo a sopportare, anche da adulto, tutte le conseguenze di ciò che ha subìto.
Quando la famiglia originaria non è stata in grado di proteggerlo e il sistema pubblico è intervenuto per garantirgli una nuova famiglia o un’altra forma di protezione, nasce una responsabilità collettiva che non può terminare con il provvedimento del tribunale o con l’ingresso nella famiglia adottiva.
Lo Stato deve interrogarsi anche sulle conseguenze che quell’esperienza può produrre nel tempo.
È in questo senso che possiamo parlare di una forma di responsabilità riparativa della collettività: non per individuare un colpevole, ma per evitare che il costo dell’abbandono ricada interamente sulla persona che lo ha subìto.
Da “adottato” a “vittima di abbandono”
Occorre anche cambiare le parole.
Una persona adottata viene normalmente identificata attraverso ciò che è accaduto dopo: l’adozione.
Ma prima ancora è esistito un evento che ha determinato la necessità di quella protezione. L’abbandono.
Per questo è necessario introdurre nel dibattito pubblico e, progressivamente, nell’ordinamento, una nuova categoria: la vittima di abbandono minorile.
Non significa considerare ogni persona adottata fragile, malata o incapace di costruire pienamente la propria vita. Sarebbe altrettanto sbagliato.
Significa riconoscere un fatto: alcune conseguenze dell’abbandono possono manifestarsi o riemergere anche molti anni dopo e possono riguardare la salute psicologica, le relazioni, l’autonomia personale e persino la possibilità di accedere efficacemente alla prevenzione sanitaria.
La tutela deve quindi accompagnare la persona quando ne ha bisogno, senza trasformare la sua storia in uno stigma.
Il diritto alla salute di chi non conosce la propria storia familiare
Esiste poi una conseguenza dell’abbandono molto concreta e ancora poco considerata: la perdita dell’anamnesi familiare.
Una parte importante della medicina preventiva utilizza infatti la storia clinica della famiglia per valutare il rischio individuale. Tumori e altre patologie possono presentare componenti ereditarie. In determinate condizioni, la presenza di specifiche patologie tra genitori, fratelli o altri familiari costituisce uno degli elementi utilizzati per indirizzare una persona verso consulenze genetiche, approfondimenti diagnostici o programmi di sorveglianza.
Ma cosa accade a chi non conosce i propri genitori biologici?
Come può dichiarare che sua madre, sua sorella o sua nonna hanno sviluppato determinate patologie?
L’assenza di una storia familiare non significa assenza di rischio. Significa, semplicemente, impossibilità di conoscerlo attraverso la famiglia.
Ed è qui che si produce una disparità che lo Stato deve affrontare.
Una persona non dovrebbe avere minori possibilità di prevenzione sanitaria semplicemente perché è stata abbandonata e non dispone delle informazioni biologiche che gli altri cittadini possono utilizzare nella propria anamnesi.
Per questo occorre costruire specifici percorsi di consulenza genetica, valutazione del rischio e prevenzione per le persone prive, a causa dell’abbandono, di una storia sanitaria familiare attendibile.
Non un privilegio.
Una compensazione di una condizione oggettivamente diversa.
Il trauma non termina a diciotto anni
C’è poi un altro errore che dobbiamo superare: pensare che le conseguenze dell’abbandono appartengano esclusivamente all’infanzia.
Non sempre è così.
Domande sull’identità, sulle origini, sull’appartenenza e sul perché dell’abbandono possono accompagnare differenti fasi della vita.
Per alcune persone non determineranno particolari difficoltà. Per altre potranno diventare fonte di sofferenza psicologica o relazionale.
Per questo il sostegno psicologico connesso alla storia di abbandono non dovrebbe dipendere esclusivamente dalle possibilità economiche della persona o della famiglia adottiva.
Quando esiste un bisogno clinicamente valutato riconducibile alla storia di abbandono, deve esistere la possibilità di accedere a percorsi psicologici e psicoterapeutici appropriati anche attraverso il servizio sanitario pubblico.
E questa possibilità non dovrebbe interrompersi automaticamente con la maggiore età.
Quattro diritti da costruire
Il riconoscimento della condizione di vittima di abbandono minorile dovrebbe tradursi progressivamente in un sistema organico di tutele.
In particolare:
- diritto alla prevenzione sanitaria, attraverso percorsi specifici di valutazione del rischio e accesso agli approfondimenti genetici appropriati per chi non dispone dell’anamnesi biologico-familiare;
- diritto al sostegno psicologico, anche nell’età adulta, quando sia necessario affrontare conseguenze riconducibili alla storia di abbandono;
- diritto all’accompagnamento verso l’autonomia, con strumenti educativi, formativi, abitativi e lavorativi rafforzati per le persone che presentino condizioni di particolare vulnerabilità;
- diritto a misure ulteriori di protezione sociale, nei casi in cui le conseguenze dell’abbandono abbiano prodotto condizioni documentate di fragilità tali da compromettere significativamente l’autonomia della persona.
Su quest’ultimo terreno occorre avere il coraggio di aprire anche una discussione sulla legislazione esistente.
Il collocamento mirato, gli strumenti di accompagnamento all’autonomia, le politiche abitative e le misure di protezione previste per particolari condizioni di vulnerabilità devono essere esaminati per capire se e come possano essere estesi o integrati per rispondere alle specifiche conseguenze dell’abbandono.
Non si tratta di stabilire che ogni persona abbandonata debba automaticamente appartenere a una categoria protetta.
Si tratta di affermare un principio diverso: quando l’abbandono ha prodotto o produce conseguenze gravi, l’ordinamento deve essere in grado di riconoscerle e di intervenire tempestivamente.
Non privilegi, ma uguaglianza sostanziale
A questo punto emerge inevitabilmente un’obiezione: perché prevedere diritti specifici per chi è stato abbandonato?
La risposta è contenuta nel principio stesso di uguaglianza sostanziale.
Trattare nello stesso modo persone che partono da condizioni profondamente differenti non produce necessariamente uguaglianza.
Chi conosce la propria famiglia biologica può ricostruire la propria anamnesi.
Chi è stato abbandonato, spesso, non può farlo.
Chi può contare su una rete familiare originaria dispone potenzialmente di risorse affettive, economiche e informative che chi ha vissuto l’abbandono può non avere.
Riconoscere questa differenza non significa concedere un privilegio. Significa rimuovere, per quanto possibile, gli svantaggi prodotti da un evento che la persona non ha scelto e di cui ha subito le conseguenze.
Una nuova battaglia per i diritti
Negli ultimi decenni il mondo dell’adozione e dell’accoglienza ha saputo trasformare molte battaglie culturali in diritti. Abbiamo combattuto perché i bambini non crescessero negli istituti. Abbiamo affermato che anche i genitori adottivi dovessero poter disporre di adeguate tutele per accompagnare l’ingresso del figlio nella nuova famiglia. Abbiamo chiesto maggiore trasparenza, strumenti di conoscenza e sistemi capaci di rendere effettivo il diritto di ogni bambino a una famiglia.
Ora dobbiamo compiere un passo ulteriore.
Dobbiamo guardare non soltanto al bambino che è stato abbandonato, ma alla persona che quel bambino diventerà.
Perché l’abbandono non scompare nel momento in cui viene pronunciata un’adozione.
E soprattutto perché l’adozione non può diventare l’alibi attraverso il quale la società considera conclusa la propria responsabilità.
La famiglia adottiva accoglie.
Ama.
Cura.
Accompagna.
Ma non può essere lasciata sola a riparare tutto.
C’è una responsabilità che appartiene anche alla comunità e alle istituzioni.
Riconoscere giuridicamente e socialmente le vittime di abbandono minorile significa assumersi finalmente quella responsabilità.
Significa passare dalla sola protezione del bambino alla tutela della persona lungo il corso della vita.
E significa affermare un principio semplice ma radicale: chi ha subìto l’abbandono non deve essere lasciato solo, una seconda volta, ad affrontarne le conseguenze.
Valentina Griffini
Amministratore Delegato Ai.Bi. Amici dei Bambini ETS