Edwige Pezzulli: "La scienza non segue strade a priori: siamo noi a tracciarle" - APRE

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Edwige Pezzulli (1988) è un’astrofisica e divulgatrice scientifica, specializzata nello studio teorico dei buchi neri al centro delle galassie primordiali e impegnata nella promozione dell’equità di genere in ambito scientifico. Dopo la laurea, ha conseguito un dottorato di ricerca in Astrofisica presso l’Università La Sapienza di Roma, approfondendo i meccanismi di formazione dei buchi neri nelle galassie più antiche dell’Universo. 

Assegnista di ricerca presso l’Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF), collabora con la Rai come autrice e conduttrice di programmi scientifici, tra cui “Superquark+”, “Noos” (Rai 1), “Scienziate” (Rai Cultura) e “Wikiradio” (Rai Radio3). 

Tra i riconoscimenti ricevuti spiccano il Premio Nazionale per giovani ricercatori “Giovedì Scienza” e il Premio Nazionale di divulgazione scientifica “Rossella Panarese”. È coautrice del libro Apri gli occhi al cielo – Guida all’Universo (Mondadori, 2019), finalista al Premio Nazionale di Divulgazione Scientifica 2020. Il suo ultimo libro, Oltre Marie – Prospettive di genere nella scienza (Le plurali, 2023), è finalista al Premio Letterario Galileo per la Divulgazione Scientifica 2024.

Nella vita non c’è nulla da temere ma solo da capire. Questo è proprio il momento di capire di più, così da avere meno paura”, Maria Skłodowska Curie. Lei cita questa frase nel suo sito web. In che modo le parole di questo importante personaggio la hanno motivata  a intraprendere il percorso da ricercatrice e divulgatrice scientifica? Ci potrebbe raccontare brevemente qual è stata la sua motivazione nell’intraprendere questa carriera?

L’astrofisica per me è nata dall’educazione: cresciuta nella periferia est di Roma con una mamma polacca e un papà calabrese, ho sempre visto nella cultura uno strumento di liberazione. Al liceo, un dibattito tra il fisico Gianni Battimelli e un matematico mi fece scoprire che la fisica è molto più di quanto appreso sui libri: un potente strumento collettivo per comprendere la realtà. Da lì, mi sono appassionata alla fisica e ho trovato nei suoi strumenti un modo per costruire nuove strade, pormi domande e cercare risposte. 

Avvicinandomi alla divulgazione scientifica, ho capito che non si tratta solo di trasmettere conoscenze a un pubblico già interessato, ma di rendere il pensiero scientifico accessibile a tutti come bene comune, per permettere alle comunità di analizzare criticamente la realtà e autodeterminarsi. Comunicare la scienza è profondamente politico: chi possiede lo strumento scientifico e chi ne è escluso? Cosa accadrebbe se raggiungesse luoghi e persone marginalizzate, consentendo loro di comprendere meglio il mondo e prendere decisioni informate? 

Se, come diceva Maria Skłodowska Curie, capire la realtà allontana la paura, definire chi siano i soggetti che potranno beneficiare di alcune pratiche e chi invece ne resterà escluso è di fondamentale importanza. Adesso, che “è proprio il momento di capire di più, così da avere meno paura”, il soggetto sottinteso della frase dovrebbe diventare “tutte le persone, nessuna esclusa”.

Afferma che la scienza debba essere collettiva, inclusiva e sostenibile. Ci può raccontare meglio perché e in che modo si impegna per portare la scienza alla società? 

Le attività su cui lavoro mirano a costruire una collettività più consapevole e critica, capace di sviluppare dinamiche partecipative e orizzontali, concentrandosi su contesti storicamente esclusi dalla comunicazione scientifica, come detenuti in carcere o bambini delle periferie di Roma. Il primo passo per creare un dialogo attivo è progettare attività che diano spazio al tempo necessario per costruire rapporti. 

Un aspetto centrale delle nostre iniziative è l’unione tra scienza e arte. Ogni esperienza, anche la più logico-razionale, ha un livello emotivo che ne influenza profondamente la percezione, specie per chi è meno abituato all’approccio razionale. Creiamo quindi percorsi che ricompongano la frattura tra corpo e mente, tra sensazione ed elaborazione logica, tra emozione e ragione. 

Abbiamo iniziato con bambine e bambini di un quartiere romano ad alto tasso di dispersione scolastica, combinando l’indagine razionale della scienza con il prisma soggettivo dell’arte, stimolando la ricerca di soluzioni attraverso entrambe le strade. Questo approccio, che spesso genera risposte diverse e complementari, è stato poi esteso ad altri contesti, come le carceri. 

Quali sono state le esperienze più significate nel lavorare a contatto con gruppi sociali generalmente non coinvolti in temi scientifici complessi (es. bambini/e e detenute/i)? Ha qualche aneddoto particolare che la ha sorpresa che vorrebbe condividere? 

Nel 2023, in collaborazione con Branchie Teatro, abbiamo realizzato “Tempo Pieno” presso la Casa Circondariale di Frosinone, dove i detenuti hanno esplorato il concetto fisico di tempo e i relativi paradossi. Il progetto, aperto a tutti senza prerequisiti scolastici, si è concluso con una rappresentazione teatrale. Il tempo, in carcere, assume un significato particolare, spesso percepito come un flusso immutabile, ma la fisica moderna ci insegna che è mutevole e relativo. 

Tra i temi emersi c’è stato quello dei viaggi nel tempo e dei relativi paradossi: cambierei il passato per evitare gli errori, se ciò modificasse chi sono oggi? Queste riflessioni sono state tradotte in uno spettacolo in cui Caino decide di non uccidere Abele, portando a riflettere su paradossi scientifici e implicazioni etiche e identitarie. 

L’esperienza ha alterato la dinamica tipica del carcere, dove i detenuti sono spesso relegati a un ruolo passivo. Questo cambiamento è stato visibile anche fisicamente, come osservato in un progetto simile a Rebibbia, dove i partecipanti hanno mostrato una postura più aperta, segno di maggiore dignità. 

Per dare visibilità alle voci recluse, nel 2023 alcuni detenuti ed ex detenuti hanno partecipato al nostro “Festival della scienza e dell’arte”, intervenendo come oratori in un panel sulla scienza e l’arte in contesti marginali, insieme a ricercatrici, accademiche e musicisti, mostrando il valore delle loro riflessioni a un pubblico più ampio. 

Rispetto al tema degli stereotipi di genere nella ricerca scientifica, com’è nata l’idea di creare la rete WeSteam? C’è stato qualche momento o occasione nella sua vita in cui ha incontrato ostacoli riconducibili alla tematica? 

WeSTEAM è una rete di giovani donne che operano nel campo delle discipline STEAM (Scienza, Tecnologia, Ingegneria, Arte e Matematica), nata dal bisogno di confronto e conforto. Nei nostri contesti accademici mancavano spazi per riflettere su temi cruciali: chi produce il sapere scientifico, quali dinamiche si sviluppano nelle comunità di ricerca e come il contesto socio-culturale influisce sui saperi. WeSTEAM mira ad aprire questi spazi e proporre una nuova prospettiva scientifica. 

Il disagio psicologico tra chi fa ricerca è altissimo, aggravato da un sistema che privilegia performance e produttività, colpendo in particolare chi è più fragile per condizioni psico-fisiche, estrazione socio-economica o genere. Proponiamo una visione di “slow science” che non solo migliorerebbe la vita delle persone coinvolte ma anche la qualità del sapere prodotto. 

WeSTEAM si occupa anche di divulgazione, con percorsi collettivi e accessibili che superano il mito del singolo genio, mettendo in luce l’impresa collettiva delle comunità scientifiche, i loro errori e successi, per costruire ponti solidi tra scienza e società. La questione di genere è centrale, soprattutto rispetto alla violenza simbolica: una forma di discriminazione meno evidente ma profondamente radicata, che impone visioni del mondo e ruoli sociali considerati naturali dai soggetti dominati. 

Questa violenza va oltre le discriminazioni lavorative, influenzando desideri e ambizioni delle ragazze, che spesso faticano a immaginarsi in ruoli scientifici per mancanza di modelli equilibrati. Per vedere con chiarezza l’impatto di questo tipo di violenza simbolica, basta rovesciare i ruoli e sentire come suona il seguente fatto (realmente accaduto): dopo 16 anni di Angela Merkel al governo, il figlio di una giornalista del Rheinische Post ha chiesto alla madre se anche un uomo potesse diventare cancelliera. Anche io ho impiegato tempo a riconoscere le discriminazioni vissute, spesso percepite come normali. Una delle più sottili è stata il comportamento di alcuni uomini che, in caso di disaccordo, tendevano a rispiegarmi il loro punto, come se non avessi capito, invece di accettare il dissenso. Questo piccolo dettaglio mi è sempre parso molto significativo. 

Il rapporto EU sulla parità di genere del 2023 evidenzia come il gap di genere (gender segregation) nei settori STEM resti un problema significativo nei paesi europei. Nei suoi w

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